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Viterbo L'OPINIONE Non possiamo permetterci di assistere muti ed impotenti alla ipotetica morte di una nuova Hina
Giuseppe Bracchi - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

Inutile continuare a nascondersi dietro a un dito o al politicamente corretto.

In Italia così come nel resto d'Europa gli islamici faticano ad integrarsi, quando non addirittura dimostrano di essere più attaccati alle loro tradizioni, quanto più queste tradizioni dimostrano di essere in contrasto con i più elementari diritti della persona e dello stesso codice penale.

La notizia arriva ancora una volta dalle parti di Brescia.

La ragazza si chiama Hina ed è di nazionalità Pakistana.

 

Il suo nome e le sue origine rimandano la nostra memoria ad un'altra ragazza di nome Hina, uccisa non molti anni fa dal padre e dallo zio, perché vestiva in maniera troppo occidentale e perché si era innamorata di un ragazzo italiano.

La Hina di oggi, allo stesso modo di quella di ieri, rifiuta di sottomettersi ad un matrimonio combinato, rinuncia a legare la sua vita a quella di un uomo, che risiede e vive in Pakistan e non ha neppure mai conosciuto. Rifiuta di sottomettersi alla volontà del padre e dei suoi fratelli, che sono perfino arrivati a minacciarla di morte se non rispetterà la tradizione.

La ragazza ha minacciato di uccidersi. E pur trasferita, per motivi di sicurezza, in un altro paese vicino Udine, vive in costante ansia ed apprensione di essere raggiunta ed uccisa dai suoi familiari e parenti.

L'Università Roma Tre di Tir Vergata ha dato alle stampe uno studio nel quale si denuncia apertamente che a Roma non sono poche le famiglie mussulmane all'interno delle quali, le donne, spose, madri o figlie, vengono sottoposte a continui pestaggi e maltrattamenti da parte dei mariti.

Hina e le donne musulmane che vivono in Italia chiedono di essere protette anche se non ricorrono alla denuncia. E bisogna cominciare proprio dal caso della ragazza bresciana e dei suoi genitori e fratelli arroganti, che in spregio delle nostre leggi hanno perfino invitato i poliziotti a farsi gli affari loro e a non interferire.

Nossignori!

Non possiamo permetterci di assistere muti ed impotenti alla ipotetica morte di una nuova Hina. E' ora che la comunità italiana intervenga ed è ora che le istituzioni, ad ogni livello, si facciano sentire, prendendo provvedimenti seri ed esemplari contro chi, vivendo e lavorando in Italia, tuttavia non intende e non vuole per nulla rispettare le leggi dello stato italiano.

La Costituzione repubblicana ed i principi generali del nostro diritto interno ed internazionale parlano chiaro. Non ci sono tradizioni o credenze religiose che tengano di fronte all'aperta violazione dei più elementari, irrinunciabili ed indisponibili diritti della persona umana. Lo stato è chiamato ad applicare le leggi, soprattutto di fronte ai casi accertati e più eclatanti. E tutti coloro che non intenderanno conformarsi al principio locus regit actum, dovranno essere raggiunti e perseguiti fino all'espulsione dal territorio nazionale con divieto di farvi ritorno.

Ma c'è di più. Gli attentati islamici in Europa, i fatti di Colonia, e quelli che si celano fra le mura domestiche, dimostrano che l'Islam è tutt'altro che una religione pacifica come le anime belle della sinistra al caviale vorrebbero farci credere, con la guerra alle cifre e al vocabolario.

La società multiculturale e multietnica è fallita insieme ai suoi beceri sogni e sognatori. E' ora di svegliarci, prima che le nostre coscienze si macchino ancora una volta colpevolmente di ignavia e di indifferenza, per aver lasciato morire una ragazza ed aver spento insieme alla sua vita una nuova alba dei diritti umani.

Giuseppe Bracchi - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 

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