Viterbo CRONACA PER UN'AZIONE DI UMANITA' Si chiama O’Connor, ha trent’anni ed è libanese
di Alessia De Rubeis

 

O'Connor

Bastava fermarsi a parlarci un po’. Nei suoi occhi c’è il cristallo che solo i buoni hanno. Sorride. Nonostante tutto sorride. Ed è un esempio per i lamentosi cronici.

Lui è conosciuto da molti come “Big John”, non si muove molto ed è ricoperto da una quantità impressionante di vestiti.

Gli chiedo se posso fargli qualche domanda, voglio sapere di più su di lui perché non capisco se usa quel suo strano modo di interfacciarsi, per avvicinarsi al mondo o per allontanarsene.

Si chiama O’Connor, ha trent’anni ed è libanese. O almeno questo è quello che dichiara. Penso comunque al martirio di quelle terre e abbasso gli occhi provando ad immaginare quale buco avrei nel cuore se il mio Paese fosse flagellato come quello.

Mi dice subito “sono cattolico”, come se gli servisse per sentirsi più vicino. In realtà era evidente: il grosso Tau che porta al collo sopra la montagna di abiti, viene mostrato con orgoglio, come fosse un baluardo o un grimaldello per i pregiudizi nostrani.

Gli chiedo il perché di tutti quei vestiti e percepisco il suo disagio nel rispondermi “mi piace così”. Non insisto. Concepibili o no, sono le sue ragioni e voglio rispettarle.

Mi racconta i suoi trascorsi. Aveva scelto Milano come meta del suo migrare: un lavoro come muratore, una casa, uno stipendio dignitoso. Senza vizi e senza moglie. “Stavo bene” mi dice.

Poi la ditta lo trasferisce qui per un lavoro in appalto. Arriva un anno fa, si trova subito a suo agio nella nostra realtà, sicuramente meno caotica. Ma l’idillio dura poco: la ditta fallisce e rimane senza niente. Fine della bella avventura. Lascia le sue richieste ovunque, gira per le ditte del posto, ma nessuno gli apre una porta.

Non è una storia diversa da quella di molti di noi: una crisi che attanaglia gli imprenditori che si vedono costretti a licenziare o a negare un lavoro anche ai più bisognosi. E se chi è del posto, se la cava magari con l’aiuto di qualche parente, lui, O’Connor, lontano migliaia di chilometri da casa, si ritrova a dover ricorrere alla “caritas” nell’accezione più stretta del termine, oltre che a quella diocesana.

Mentre gli allungo qualche euro, gli chiedo la possibilità di farsi fare una foto e ciò che ne esce è il quadro esatto della persona che ho conosciuto oggi. Una persona diversa da quella che viene descritta da qualcuno: ne parlano come un delinquente con diversi capi d’accusa sulle spalle e a guardarlo così, seduto e accaldato nella sua stranezza, mi pare quasi impossibile. Ma non conosciamo questi particolari, che sono di pertinenza della magistratura. Valutiamo quello che i nostri occhi vedono. Senza pregiudizio alcuno.

Una menzione particolare per la giovine donzella benvestita che è passata lì davanti guardandolo con la faccia schifata. Lui se ne accorge, si gira verso di me e fa spallucce “ci sono abituato”. E sorride. Con la bocca, con gli occhi e con l’anima.

O’Connor. Trent’anni. Un sorriso.

Alessia de Rubeis

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