Viterbo CRONACA Ricorderò quelle donne cui è negato il diritto ad essere madri
di Giuseppe Bracchi

 

Perché dedicare una pagina, un ricordo alle donne, quando ormai l’8 marzo è passato da un pezzo?

Semplicemente perché credo nell’8 marzo non come una sola giornata da celebrare e dimenticare, per la serie passata la festa, gabbato il santo.

Né tantomeno come una ricorrenza dove dar sfogo a bassi istinti da donnette frustrate, che si divertono a scimmiottare comportamenti maschili altrettanto frustrati e al di sopra delle righe. Né ancora credo all’8 marzo come ricorrenza commerciale dove, per dirla con l’indimenticabile Alfredo Cattabiani del Calendario, si fa a gara per comprare le femmine col regalo più bello. Nossignori! Tutto questo personalmente mi ripugna.

Io credo in un 8 marzo che dura 365 giorni. Credo in un 8 marzo in cui la donna lungi dal contrapporsi al maschio in una visione perennemente infarcita da slogan improntati alla lotta di classe, cammina invece insieme a lui quotidianamente, condividendo gioie e dolori, ansie e preoccupazioni, vittorie e sconfitte, con l’unico fine di salvaguardare e diffondere la giustizia e di valori improntati al bene comune della famiglia, dei figli e della società.

Ecco perché in queste poche righe io ricorderò tutte quelle donne che ogni giorno lottano perché possano mostrare il loro volto, la loro vitalità, il voler mettere a frutto la loro intelligenza senza essere calpestate nei loro diritti e frustrate nelle loro più profonde aspirazioni.

Ricorderà tutte quelle donne come Asia Bibi ed altre ancora, che a prezzo della loro incrollabile fede cristiana nei principi non negoziabili del vivere e del convivere civile di una società e di una nazione, non intendono abdicare alla loro dignità ed alla loro libertà in nome di una fede irrazionale.

Ricorderò ancora tutte quelle donne che vissute o viventi nei regimi totalitari di ieri e di oggi, pur muovendosi in situazioni di costrizione ed illibertà, possiedono per dirla con Dagmar Simkova (cecoslovacca ed una delle eroine ricordate nel volume Vive come l’erba.. Storie di donne nel totalitarismo, Ed. La Casa di Matrimona, pp. 184, Euro 12,00), tuttavia “la tragicità di un leone catturato ed umiliato”, donne che come insegna Papa Francesco, alla stregua di Maria sanno trasformare una grotta per animali nella casa di Gesù, con alcune povere fasce ed una montagna di tenerezza.

Ricorderò quelle donne cui è negato il diritto ad essere madri, perché ricattate dai loro Governi (come l’India o come la Cina comunista) per sottoporsi, dietro compensi o squalide sovvenzioni governative a programmi di sterilizzazione forzata o volontaria, disumano ricatto dei cosiddetti Paesi ricchi verso quelli in via di sviluppo

Ricorderò tutte quelle donne col camice che si prodigano quotidianamente accanto alla sofferenza dei malati e soprattutto coloro che, lungi dal tradire la professione medica ed il giuramento ippocratico, non somministrano né somministreranno mai pozioni per uccidere, né pillole che umiliano la donna e fanno della maternità un progetto smisurato di arroganza individuale e un diritto di vita e di morte sugli essere umani innocenti, più deboli e indifesi.

Perché proprio queste donne e non altre? Perché loro non hanno la cassa di risonanza della televisione o dei media, cosiddetti liberi e indipendenti. Non hanno alle spalle alcun partito politico o arrogante multinazionale, o il tronfio e retorico starnazzare di una politica consunta ed infarcita di luoghi comuni.

A queste donne (se qualcuna ho dimenticato, faccio ammenda ed umilmente mi scuso), io dedico questo 8 marzo, un 8 marzo fatto di interminabili, silenziosi e sofferenti 365 giorni.

Giuseppe Bracchi