Viterbo RACCONTO Mondo piccolo ‘de na vorta’ - Trenta anni dopo
di Agostino G. Pasquali

 

Ai precedenti episodi della storia, o meglio storiella, del borgo di ‘Capretta Desopra’, segue questo terzo racconto che si  svolge nello stesso luogo e con alcuni dei personaggi già presenti nei primi episodi.

‘Sovrana’, non più ‘Capretta Desopra’

     Se qualcuno oggi cerca la cittadina di Capretta Romana o la frazione di Capretta Desopra, non le trova né sul territorio né sulle carte geografiche (1).

 

     Infatti nell’anno 1960  il sindaco propose al consiglio comunale, ed ottenne da questo, di cambiarne i nomi, perché quel nome ‘Capretta’ non sembrava più decente per quelle località che nel dopoguerra, grazie ad una produzione pregiata di nocciole e castagne,  si erano avviate ad un rapido sviluppo economico, demografico e di ricchezza diffusa nel quadro del ‘miracolo economico’.

     Dopo accurate ricerche negli archivi comunali, sentite le proposte degli intellettuali  (pochi sì, e modesti,  ma c’erano), effettuati i doverosi sondaggi popolari, vennero selezionati e sottoposti alla scelta del consiglio comunale tre nomi che non tradivano del tutto la vecchia denominazione di Capretta Romana, anzi ne conservavano il riferimento alla capitale, il che dava un indubbio prestigio; furono proposti i nomi:  Borgo Romano, Campagna Romana, Civita Romana. Come si vede la fantasia non era una dote di quella gente.

     Venne scelto il nome di Civita Romana che richiamava Civitavecchia, Civita Castellana, Civita di Bagnoregio, centri non distanti e tutti degni di grande attenzione per la loro rinomanza industriale o turistica.

     In conseguenza di questo cambiamento neppure il nome della frazione di Capretta Desopra aveva più senso e il sindaco propose ai desopranesi  di cambiarlo in ‘Civita Desopra’. La fantasia di quel sindaco era decisamente scarsa.

     I desopranesi ci pensarono un po’ e fecero una riunione all’ ‘Osteria con cucina’, alla quale parteciparono (s’intende alla riunione, non alla cucina) anche le donne che ormai esigevano la piena parità di tutti i diritti.

     C’era anche Agata Neri (ricordate la famiglia de ‘li Porchetti’?) che avendo ascoltato per molti anni la radio, e poi anche la TV, si era fatta una notevole istruzione. Pertanto chiese attenzione e  propose la semplice denominazione di ‘Sovrana’, che era l’equivalente di ‘Desopra’, ma in forma elegante e prestigiosa.  I desoprani applaudirono e approvarono.

     Partecipava alla riunione anche il sindaco di Civita Romana che accettò la proposta e si congratulò con apparente soddisfazione.

     “Bel nome! Vi porterà fortuna!” disse con malcelata invidia. Infatti  era rimasto un po’ male perché si era reso conto che i desoprani, Agata in particolare, avevano dimostrato di essere più bravi di lui nel ribattezzare il loro borgo.

      Intendiamoci: non c’era rivalità tra paese e frazione, tanto importante era il paese quanto poco significativa la frazione, ma da quel giorno Capretta Desopra, o meglio ‘Sovrana’, cominciò ad avere una sua evidenza e a meritare rispetto.

 

A Sovrana arriva il turismo

     Quel sindaco non aveva né originalità né fantasia, ma fu involontariamente un buon profeta della fortuna di Sovrana: infatti a partire dai primi anni sessanta cominciarono ad arrivarvi turisti e vacanzieri da Roma.

     Distante poco più di cinquanta chilometri dalla capitale, quindi comodamente raggiungibile in un’ora, situata in collina, con un clima estivo fresco gradevolissimo, con un bel panorama, Sovrana attirò subito sia i gitanti della domenica, sia i cittadini che stufi del caos e del disordine urbano cercavano di passare le ferie estive tranquille in un bel posto. La diffusione dell’auto e il desiderio di muoversi alla ricerca di luoghi nuovi favorirono la scoperta di quel mondo ‘de na vorta’, insignificante per chi ci viveva, ma affascinante per i metropolitani.

     I sovranesi (ora si chiamavano così) non fecero nulla per attirare i turisti, ma quando li videro arrivare seppero approfittarne, trattandoli bene, con cordialità calda rustica e genuina.

    A Sovrana l’arrivo dei visitatori, curiosi di vedere, di conoscere e disponibili a spendere, stimolò il progresso.  L’ ‘Osteria con cucina’ cambiò il nome in ‘Antica Hostaria’, si modernizzò trasformandosi in un ristorante rustico ma accogliente, sopraelevò la costruzione di un piano e vi attrezzò sei camere; la bottega di Peppino ‘lo Facocchio’ si trasformò in auto officina e si dotò di un distributore di benzina; vennero aperti bar e negozi di prodotti tipici.

     Alcuni visitatori si innamorarono del posto, comprarono vecchie case, senza preoccuparsi se alcune erano poco più che ruderi; le restaurarono e le utilizzarono come residenze estive per sé e per affittarle. I sovranesi fiutarono l’affare e in pochi anni, tra restauri di case vecchie e costruzione di villette nuove, Sovrana divenne un centro di vacanze estive pregevole e redditizio.

      I vecchi abitanti continuavano a fare i loro mestieri tradizionali, però non più con la fatica bruta delle mani, ma con l’impiego di macchine e in funzione del turismo, cioè preparando prodotti alimentari e manufatti artigianali che vendevano ai turisti realizzando ottimi guadagni.

 

Sfruttando il ‘miracolo economico’

     Vediamo da vicino qualche vicenda dei sovranesi nella seconda metà degli anni ‘60. Seguiamo le vicende della famiglia Neri, quella che abbiamo già conosciuto con il soprannome de ‘li Porchetti’.

     Giustino continuava come prima la sua vita di contadino, ma si erano modernizzato. Intanto, seguendo la tendenza generalizzata nella zona, aveva sostituito le vecchie colture con i noccioleti, e ora non lavorava più con le braccia, ma con le macchine agricole azionate da un trattore. Meno fatica e buon guadagno. Si era comprato pure l’auto, una ‘600’ usata, e si sentiva e si atteggiava a uomo moderno ed evoluto, tanto da intercalare un americano ‘occhei?’ ogni dieci parole dette in italiano, o più spesso in dialetto.

     Agata non aiutava più il marito in campagna, faceva la casalinga a tempo perso, mentre a tempo quasi pieno seguiva le trasmissioni TV. Aveva messo nel ripostiglio la Radiomarelli e teneva al suo posto un ‘21 pollici’ con il quale vedeva avidamente gli sceneggiati di Anton Giulio Majano che le raccontavano i grandi romanzi del passato. Si commuoveva fino a piangere con le vicende dei romanzi e  dei vecchi film che non aveva mai visto prima, ma aveva sentito decantare alla radio. Si divertiva e si apriva al mondo esterno. Per mezzo della Tv e la lettura dei settimanali, ‘la Domenica del Corriere’ e ‘Grand Hotel’, recuperava l’istruzione che le era mancata da giovane.

     Avida di istruzione e di cultura, Agata, appena finita la guerra, aveva incoraggiato la figlia Italia a riprendere gli studi fino ad ottenere il diploma di maestra. Ora Italia insegnava nella multi classe elementare, che era l’unica scuola di Sovrana. 

     Mentre le due donne di casa Neri avevano dunque scelto strade ‘intellettuali’, gli uomini si erano dedicati ad attività pratiche orientate al profitto. Di Giustino s’è già detto.

     Vittorio aveva sposato Cristina che era figlia di Peppino ‘lo Facocchio’ ed era entrato quindi nella famiglia e nelle attività commerciali del suocero.

     Com’è strano a volte il destino! Peppino padre di Cristina e Agata madre di Vittorio, da giovani, erano stati quasi fidanzati ed avevano conservato poi, anche se allontanati dalle vicende della vita, una certa simpatia, un certo affetto. (Ricordate? L’ho raccontato nel primo episodio). I loro figli dunque si erano uniti in matrimonio realizzando quello che a loro il destino, o meglio il volere delle famiglie, non aveva consentito.

     Peppino, che aveva trasformato la sua bottega in auto officina, morì nell’anno 1966 e Vittorio  gestì direttamente e da solo l’azienda. Aveva idee grandi e moderne Vittorio e, dopo che non ci fu  più il suocero a frenarlo, si mise a realizzarle.

     Precedentemente, durante il viaggio di nozze, Vittorio aveva avuto occasione di visitare un ‘Museo dei vecchi mestieri e delle antiche tradizioni’. Quel museo non gli aveva destato un grande interesse, solo un po’ di curiosità, anzi ne aveva riso scuotendo la testa e aveva sussurrato a Cristina:

     “Ma guarda ‘n po’?  Tutta sta robbaccia vecchia, che noi a Sovrana la buttamo via, qui te la presentono come si fusse robba de Lionardo o de Michelangiolo! Lo vedi sto farcino (2)? sta roncola?… manco fussoro armi del tempo de Checco e Nina!”

      Però quel museo aveva suggerito a Vittorio un’idea. Tornato a Sovrana propose al suocero di realizzare un piccolo museo di antichi attrezzi. Peppino, di attrezzi, ne aveva tantissimi in magazzino, e molti erano vecchissimi perché la sua famiglia da parecchie generazioni aveva praticato il mestiere del ‘facocchio’ che, come ho già spiegato, era insieme fabbro e falegname. Non era una buona idea quella di Vittorio?

      Peppino non fu d’accordo e gli disse di non fare il ‘poeta’ (3). Però dopo la sua morte Vittorio fu libero di realizzare il progetto: trasferì l’officina e il distributore fuori del borgo e vi mise un dipendente; ristrutturò la vecchia bottega e l’abitazione sovrastante, collegandole all’interno con una scala di legno, realizzata con tavole vecchissime e ringhiere di ferro battuto. Fece scrostare pittura e intonaco per mettere in evidenza l’antica struttura in pietra. L’insieme prese veramente l’aspetto d’antico.

     Aprì al pubblico una parte dell’abitazione che arredò con vecchi mobili che aveva già; altri ne  ottenne dai vicini, che gli cedettero volentieri i ‘vecchiumi  scuri di noce e castagno’, accettando in cambio mobili componibili fatti di segatura ricoperta di plastica, ma con i colori sgargianti.

     E l’abitazione divenne il settore museale del ‘COME VIVEVAMO’.

     La bottega a piano terra, ripulita e ordinata, già ben fornita di attrezzi per la lavorazione del legno e dei metalli, venne arricchita con i vecchi strumenti dell’agricoltura manuale.

     E fu il settore museale del ‘COME LAVORAVAMO’.

     L’iniziativa di Vittorio ebbe successo. Anche se il museo era aperto solo nei sabati e nei giorni festivi, attirava gente che diveniva sempre più numerosa con la pubblicità del ‘passaparola’. Ne trasse vantaggio tutto il borgo di Sovrana, a cominciare dall’Antica Hostaria, ne approfittarono  contadini e pastori che vendevano ai visitatori i loro prodotti.

     Vittorio aveva un ottimo fiuto per gli affari e lo dimostrò allargando l’attività. Un anno dopo l’apertura del museo lo ristrutturò a mo’ di percorso obbligato a senso unico ponendo all’uscita un reparto vendita. Vendeva souvenir e oggetti antichi, e invogliava all’acquisto detraendo il costo del biglietto d’ingresso dalla spesa se questa superava mille lire. Concedeva in omaggio buoni sconto per l’Antica Hostaria con la quale aveva fatto una convenzione con reciproco profitto.

     Cristina, la moglie di Vittorio, si occupava del reparto vendita. Italia, sorella di Vittorio, approfittando del fatto che nei weekend non faceva lezione, collaborava facendo da guida. Utilizzando la sua istruzione e la sua parlantina, ben rodata dall’insegnamento, Italia dava spiegazioni sugli strumenti, ne descriveva l’uso, raccontava aneddoti e leggende per lo più inventati da lei; e così affascinava i visitatori. Parlava pure un po’ di ‘inglisc’, ma in un modo così approssimativo che avrebbe fatto inorridire anche Totò e Peppino a Milano (nel film ‘Totò, Peppino e la… malafemmina’). Però pure questo faceva simpatia e giovava al commercio.

      A proposito di commercio: in realtà gli oggetti ‘antichi’ messi in vendita erano vecchi strumenti, cercati e trovati negli scantinati, oppure copie realizzate da Vittorio stesso e da altri sovranesi dotati di buona manualità. Italia dava spiegazioni vaghe e ambigue circa l’origine e la provenienza per non essere smentita da qualche acquirente smaliziato. Avvenne però che una volta…

     … Italia mostrava ad un visitatore uno strano aggeggio. Era una specie di piccola padella con coperchio fisso, non rimovibile; il coperchio aveva al centro una manovella il cui asse entrava all’interno e azionava una paletta; c’era pure un’apertura chiudibile con uno sportellino. Nero, fuligginoso, quell’attrezzo faceva pensare allo strumento di un alchimista o di uno stregone, e tale Italia ipotizzava che potesse essere stato; ipotizzava soltanto, non certificava, ma quell’ipotizzare era già un grave azzardo con rischio di figuraccia. Infatti il visitatore la smentì:

     “Cara signorina! Quest’aggeggio è un comune tostaorzo. Roba di nemmeno trent’anni fa. In tempo di guerra, quando il caffè era introvabile, si usava per fare in casa il surrogato tostando l’orzo. Sapesse quante volte ho girato una manovella come quella lì! Ma forse lei è troppo giovane per saperlo o è dotata di troppa fantasia!”

     Italia arrossì appena un po’e chiese scusa dell’errore. Però non si vergognò affatto del suo comportamento,  ma promise a se stessa di essere in futuro più prudente.

 

Nostalgia del ‘Mondo piccolo ‘de na vorta’

     Più della diffusione dell’automobile e della televisione, più del benessere che si stava diffondendo con il ‘miracolo economico italiano’, era quell’atteggiamento amorale di Italia che testimoniava il cambiamento dei tempi e la fine del ‘ mondo piccolo’.

     Italia imbrogliava consapevolmente e deliberatamente, ma appena un po’, restando nell’ambito del così detto ‘dolus bonus’(4).

    Ma quel ‘piccolo mondo de na vorta’  era stato inquinato anzi snaturato proprio dal diffondersi dello spirito commerciale come quello di Italia; spirito commerciale inteso nel senso peggiore per cui tutto si vende e tutto si compra senza riferimento al suo valore e alla sua utilità.

     I buoni sentimenti, l’onestà e l’onore, e anche l’etica del commercio inteso come offerta di un bene in cambio di un giusto compenso, erano stati drogati e anestetizzati dalla pubblicità e dalla voglia di guadagno.

*     *     *

    Mi permetto una piccola analisi dei nostri mali attuali, che almeno in parte, almeno come concausa, credo che siano stati originati anche da quel ‘cattivo spirito commerciale’ di cui ho appena parlato.

    La corruzione, che oggi sembra essere il male più grave della nostra Italia, c’è sempre stata; è una conseguenza della natura umana che, se rinuncia all’etica, è inevitabilmente portata all’egoismo più sfrenato. La corruzione è in parole semplici e in modo approssimato (prego i giuristi di perdonarmi l’approssimazione) proprio un commercio illecito.

    In passato la corruzione era limitata e disprezzata, era considerata inevitabile, ma anche controllabile entro limiti fisiologici. Ora è generalizzata e giustificata dal ‘tanto così fanno tutti’. Molti non lo dicono, ma invidiano e imitano chi sa approfittarsene. Certo condannano chi viene scoperto e rinviato a giudizio, se ne mostrano scandalizzati, ma sono anche consapevoli che, tra prescrizioni patteggiamenti indulti e amnistie, pochi sconteranno la pena. E gli viene spontaneo pensare che questi pochi non siano proprio colpevoli, ma vittime, che siano stati non abbastanza furbi nell’agire e sfortunati nell’essere scoperti,oppure che siano stati perseguitati da certa magistratura politicizzata...

     Comunque quel ‘piccolo mondo de na vorta’era un buon esempio di genuinità e correttezza, doti  che  non ci sono più né a Sovrana né altrove. Non mi resta altro che averne un nostalgico ricordo e  raccontarlo. Come ho appena fatto. 

     Oppure, per dirla alla maniera di Troisi e Benigni: “Non mi resta che (rim)piangere”.

 

Agostino G. Pasquali

(1)  E’ inutile cercare Capretta Romana e Capretta Desopra sul territorio o su una carta geografica, o più modernamente sul display di un navigatore satellitare, ed è altrettanto inutile cercarle con i nuovi nomi di Civita Romana e Sovrana, perché quelle località sono pura creazione della fantasia dell’autore, che di fantasia ne ha molta, forse troppa. E’ però vero che qualche riferimento alla realtà c’è, e non è affatto casuale che ci sia, perché questo racconto, come tutte le storie verosimili, si ispira a fatti, persone e luoghi che l’autore ha effettivamente conosciuto.

(2)  Falcetto. Piccola falce arcuata.

(3)  Come ha notato Alessandro Manzoni  (I promessi sposi – capitolo XIV), per la gente comune ‘poeta’ è anche sinonimo di ‘cervello bizzarro e un po’ balzano’. Con Alessandro Manzoni chiedo: “Cosa ci ha che fare poeta con cervello balzano?”

(4)  ‘Dolus bonus = inganno buono’ è un ossimoro, una formula illogica inventata dai giuristi per rendere legali le fregature che da sempre i più furbi danno ai meno furbi ingannandone la buona fede.