Viterbo CRONACA Un altro anno è passato. Un altro 25 aprile è stato gettato alle ortiche
di Giuseppe Bracchi

 

Sentire e meditare. Anche le cose che già si sanno.

Arte difficile, arte raffinata dello spirito, perché presuppone l’esistenza non già di una società libera.

Di libertà, come ammoniva Leo Longanesi, ce n’è anche troppa in giro.

Quello che manca sono gli uomini liberi.

Come hanno dimostrato certi “signori” in giro per l’Italia in occasione del recente 25 aprile, quando non avendo nulla di meglio da fare o da proporre hanno creduto bene di riaffermare i valori nati dalla Resistenza insultando i marò (o meglio: chiedendone la morte), inveendo contro una brigata ebraica o dando il peggio di sé solo per confermare quanto sia vero quell’antico proverbio cinese per il quale “l’esperienza è un pettine che la natura dona ai calvi”.

Credo, infatti, che per certuni la storia non sia stata né sia affatto maestra di vita. Anzi! Non c’è lezione che vogliano imparare, non c’è coscienza, consapevolezza, né rimorso. Come certi loro padri non fanno altro che urlare, convinti che la prepotenza sia sempre e comunque la nutrice della storia. Padri, che volentieri avrebbero consegnato l’Italia al dittatore rosso, dopo quello nero. Per fortuna non è stato così.

Ma eredi e nipotini non si rassegnano. E credendo sempre di essere dalla parte della verità, convinti di essere sempre un gradino più in alto dei comuni mortali, ancora vorrebbero menar le mani, nonostante la storia li abbia rifiutati e messi all’angolo. Ha davvero ragione Goldoni quando nella sua commedia “Il Bugiardo”, ammonisce lo spettatore che “Le bugie sono per natura così feconde, che una ne suole partorire cento”.

Ed allora non ci resta che ascoltare il gracidio dei ranocchi, come ci dice il poeta Milosz. O assistere infine alla ritirata di esistenze grigie ed inconsistenti: “Regala un cavallo a chi ti assicura di dire sempre la verità. Ne avrà bisogno per fuggire quando scoprirai che ti ha sempre mentito”. (Proverbio Sioux). “Niente di più bello del luogo comune”, annotava nei suoi “Diari intimi” il poeta francese Charles Baudelaire.

Soprattutto quando si confondono capra e cavoli, la storia con la geografia, gli immigrati con i partigiani, i diritti con i doveri, il giusto e l’ingiusto, il bene ed il male, il Muro di Berlino con i muri della superbia e dell’odio ancora duri a morire. E’ dietro queste “quisquiglie” che si nasconde la differenza tra il benpensante ed il pensare bene.

I primi seguono il conformismo sociale, i secondi preferiscono sentire e meditare. Solo ai benpensanti, per dirla con lo scrittore Victor Hugo, non resterà, allora, altro scopo che quello di “muovere le masse, dominare le assemblee, agitare gli imperi, con la sua parola, [passando] dalla ragione delle idee al territorio dei luoghi comuni”.

Sentire e meditare, allora. Anche le cose che già si sanno. Come ci propone Giovanni Guareschi in una delle pagine del suo “Diario clandestino” (1946), dove l’inventore di Peppone e don Camillo, pare descriverci quella che in un Campo di concentramento nazista, potrebbe essere la stessa giornata di un Ivan Denisovic in un Gulag comunista, descrittaci da Solzenycin “Molti dei cappotti russi distribuiti ai poveri hanno una piccola toppa nel petto e sulla schiena.

Una piccola toppa rotonda che chiude il buco attraverso il quale entrò una pallottola ed uscì un’anima. Il mio cappotto ha una piccola toppa proprio in corrispondenza del cuore. E’ ben cucita e di panno spesso, ma – dal forellino che essa copre – entra un sottile soffio d’aria gelida anche quando non c’è vento. E il cuore duole, trafitto da quello spillone di ghiaccio”.

E’ bello e commovente cogliere l’aspetto simbolico di questa pagina, laddove lo spillone della memoria all’alba della Liberazione avrebbe dovuto e dovrebbe ancora oggi trafiggerci nel ricordo di coloro che ci hanno amato, donandoci insieme alla libertà, valori e solidarietà.

Ma purtroppo non è stato e non è ancora così. Nessuno di noi si è mosso e si è voluto muovere in questo trascorso 25 aprile sulla stessa scia di luminosità, di generosità e di amore di coloro che, prima di noi, ci hanno lasciato una preziosa eredità.

Un altro anno è passato. Un altro 25 aprile è stato gettato alle ortiche.

Giuseppe Bracchi