Viterbo RACCONTO Era passato oltre un mese dal ritrovamento del cadavere, ma le indagini non avevano dato alcun risultato
di Agostino G. Pasquali

 

Il 19 marzo 2015, verso sera, il maresciallo dei carabinieri Grandasso stava ancora in ufficio a scrivere il rapporto sul ritrovamento di un cadavere.

Eugenio Filiberto Grandasso, comandante della stazione dei carabinieri di Civita Romana, era un piemontese, anzi, come ci teneva a precisare, era un raro torinese autentico e bastava il nome a provarlo.

Di conseguenza era un uomo flemmatico e testardo, un ‘bùgia nèn’ (1). Con questa impostazione temperamentale e con i trenta anni di esperienza nell’Arma, il maresciallo Grandasso  non si agitava nemmeno per un cataclisma, figurarsi per un cadavere. Stava scrivendo quindi il suo rapporto con flemmatica competenza, utilizzando il classico frasario burocratico senza enfasi né commozione:

 “… su segnalazione telefonica dell’agricoltore tale… recatomi… ore 15.30 di oggi 19 marzo… casale abbandonato nei pressi della frazione di Sovrana, località ‘Bosco scuro’… adagiato sul pavimento … il corpo di una donna… in modo scomposto… età apparente anni 30-40… foro in zona giugulare… da proiettile … abbondante sangue rappreso…” e cosi via.

     Mentre scriveva al computer con un’agilità sorprendente per un uomo di mezz’età, venne interrotto dal carabiniere Olivone che si precipitò nella stanza, salutò in modo approssimativo, il che significava che era eccitato per qualche cosa, e, senza aspettare che il maresciallo lo autorizzasse a parlare, disse:

“Siamo in televisione, sul TG3…”

     Il maresciallo, senza scomporsi più del minimo necessario, seguì il carabiniere nella stanza delle riunioni, dove la TV accesa stava trasmettendo le prime notizie del ritrovamento del cadavere.

     Il giornalista del TG3, dopo aver commentato un filmato in cui si vedeva confusamente un vecchio casale di campagna e due carabinieri inquadrati di schiena, presentò in diretta:

“La dottoressa Giuffredi, ‘sostituta  procuratora’, incaricata di dirigere le indagini...”

     La quale ‘procuratora’ disse il minimo possibile, cioè quasi niente, spiegando che le indagini erano in corso e doveva mantenere la riservatezza, ma disse queste parole in modo così autoritario che fece una bella figura, senza far capire che non sapeva niente.

     Al maresciallo, che era piuttosto conservatore in fatto di linguistica, quel ‘procuratora’, detto  al femminile perché si trattava di procuratore donna, parve orribile (almeno quell’ignorante avesse detto ‘procuratrice’!)

     Ma già da tempo il maresciallo si era rassegnato a sentir femminilizzare, per rispetto della parità dei diritti dei sessi, tutti i sostantivi che terminano in ‘o’. Però si chiedeva: “E i sostantivi che finiscono in ‘a’? Quando si dirà anche: automobilisto, autisto di autobus, alpinisto, guardiomarino? e così via… per la parità dei diritti anche nei confronti dell’uomo… s’intende! Chissà se quel giornalista si qualifica personalmente un ‘giornalisto’?”

     Il carabiniere Olivone, che linguisticamente era di bocca buona, ma alla dignità dell’Arma ci teneva, osservò invece:

     “Siamo alle solite. Noi indaghiamo, fatichiamo e ci inquadrano da dietro, per non dire, con licenza parlando, che ci riprendono per il culo. E invece quella lì, che non ha fatto niente, non sa niente, la intervistano in TV…”

     “Ma noiautri carabinièri suma seri, mica barzlëte!” tagliò corto il maresciallo, che da buon piemontese, anzi torinese doc, aveva un senso dell’umorismo molto raffinato e lo esprimeva di tanto in tanto nel suo amato dialetto ‘türineis’.

*     *     *

     Era passato oltre un mese dal ritrovamento del cadavere, ma le indagini non avevano dato alcun risultato. La vittima era stata identificata come Marcella Spinni, anzi Spinni Marcella, come si usa nei rapporti di polizia e negli atti giudiziari, di anni 34, divorziata, residente in una villetta in via Bosco Scuro 6, appena fuori Sovrana, dove abitava da sola. Non c’erano indizi, non c’erano sospettati. Il risultato dell’autopsia aveva accertato soltanto che:

 ‘Il decesso è stato causato da proiettile di pistola calibro 7,65, sparato da distanza ravvicinata, che ha reciso l’arteria carotide comune sinistra e si è conficcato nella vertebra cervicale C2… la morte è avvenuta nella notte fra il 17 e 18 marzo…’

      Le classiche indagini, cioè interrogatori e sopralluoghi, non avevano fornito alcun indizio per individuare l’assassino, perciò le ricerche erano state orientate sul moderno piano scientifico a cura dei supertecnici del RIS che ‘scannerizzavano’con il microscopio elettronico un po’ di tutto: peli, polveri e frammenti di non si sa che cosa, facevano l’esame del DNA di non si sa chi, controllavano tabulati telefonici... E così si andava a caso sperando di trovare qualche prova di quelle che ‘incastrano’.  Ma incastrano chi? se non c’era nemmeno un sospettato?

     Sembrava dunque un delitto perfetto: nessuna traccia sul luogo del delitto, o meglio sul luogo del ritrovamento del cadavere, e alibi sicuri per coloro che in qualche modo avevano avuto rapporti con la defunta.

     La dottoressa Giuffredi, costatato che le indagini erano ferme e che gli organi di polizia giudiziaria avevano praticamente rinunciato a proseguirle, non avendo lei peraltro nessuna idea per ravvivarle, si stava convincendo sempre più dell’opportunità di proporre al GIP l’archiviazione del  caso, anche perché non si era presentato nessuno, parenti o persone in qualche modo legate alla vittima, che avesse interesse a trovare l’omicida. D’altra parte, come succede sempre, dopo i primi giorni di curiosità morbosa, l’opinione pubblica si era disinteressata del delitto dato che non era emerso alcuno di quegli elementi, come stupro o corna o corruzione o stranezze sessuali, che tanto appassionano la gente.

      Solo il maresciallo Grandasso, da buon ‘bùgia nèn’ riflessivo e ostinato, non aveva affatto rinunciato a indagare e continuava a cercare, ma per conto suo, un qualcosa che però nemmeno lui sapeva cosa, come e dove cercarlo.     

     Un giorno di fine aprile si trovava a Sovrana e parlava del caso con Vittorio Neri, quello che aveva realizzato il ‘Museo dei mestieri antichi e delle tradizioni popolari’ (2). Ora Vittorio aveva novant’anni, era il più vecchio abitante del luogo, non si occupava più della gestione del museo, ma era lucidissimo e conosceva tutti gli abitanti di Sovrana, vecchi e nuovi. Vittorio aveva preso in simpatia il maresciallo Grandasso, il quale approfittava spesso di quest’amicizia per chiedergli informazioni. Vittorio gli suggerì di porre l’attenzione su un certo Pietro Sterosi che abitava vicino alla casa della povera signora Marcella, quella assassinata. Precisò:

“Pé carità, maresciallo mio, nun pensà che io penso che sto Sterosi è ‘l colpevole, nun sia mai! Però me pare ‘n tipo stragno. Presempio, l’altr’anno, oppure sò du anni, nun me ricordo, venne al Museo e s’enteressò parecchio de le armi. Qui c’avemo pure quelle de la prima e de la seconna guerra. M’è parso che c’ha la passione pe le pistole…

E poi sta gente nova, forastieri che stanno ne le ville de Bosco Scuro, so tutti un po’ stragni, so pieni de sòrdi, nun fanno gnente, parono sempre ‘n vacanza, ma a me me puzzano. Presempio de quella femmena, la Marcella… poretta bell’e morta … nun se pò di’ gnente, … ma c’aveva certi capelli de colore rosso foco che sturbavano e annava in giro co certe minigonne che m’aribbolliva ‘l sangue pure a me, che c’ho novant’anni… Oooh, marescià! Io però nun t’ho detto gnente!”

     Tornato in caserma,il maresciallo si mise a rivedere le copie degli atti relativi all’omicidio Spinni. Tra le indagini c’era stata la ricerca di coloro che nella zona risultavano proprietari di pistole regolarmente denunciate. Tra questi c’era anche Sterosi Pietro, quello di cui aveva parlato Vittorio Neri, che deteneva in casa una pistola Beretta calibro 7,65. Il RIS l’aveva diligentemente controllata, ma aveva escluso che il proiettile che aveva ucciso la Spinni fosse stato esploso da quella pistola perché i segni sul proiettile non corrispondevano a quelli che avrebbe lasciato la canna di quell’arma. Non erano stati possibili i controlli sul bossolo perché questo non era stato trovato.

      Dunque una delle tante vie senza uscita? Delitto perfetto?

      Il maresciallo finì la sua giornata occupandosi dei soliti adempimenti di routine, ma il pensiero dello Sterosi gli restava insidioso nel subcosciente e ogni tanto affiorava. Se Vittorio Neri gli aveva suggerito quel nome, non l’aveva fatto come un semplice pettegolezzo, ma per metterlo sulla strada giusta. E quell’accenno alla defunta con la minigonna e i ‘capelli rosso foco’? Poteva essere una indicazione  per la ricerca del movente?

     Sorrise pensando al vecchio Vittorio eroticamente eccitato. Ma conosceva bene Vittorio e lo stimava una persona prudente e riservata e quindi, se aveva parlato così, doveva avere le sue buone ragioni. Non le poteva dire, ma sicuramente le aveva.

     La sera, a cena, fu più taciturno del solito e la moglie, che pure era abituata a vederlo pensieroso perché sapeva che un buon carabiniere, quando ha un problema, non smette mai di rimuginarlo, notò una insolita preoccupazione e gli chiese se non si sentiva bene. Il maresciallo sorrise, le fece una carezza di gratitudine per la sollecitudine che lei gli dimostrava, e la tranquillizzò.

 “Pensieri di lavoro…” disse e la moglie, che lo conosceva bene, rispettò il suo silenzio.

     Si addormentò tardi, sempre con il pensiero di Sterosi e della sua pistola, ma aveva la sensazione di essere vicino a trovare la chiave per penetrare nella perfezione del delitto. Delitto perfetto? Ma no, non esiste il delitto perfetto se non nella fantasia di qualche romanziere perverso. Esistono delitti impuniti, purtroppo, ma non è per la bravura dell’autore, è per la superficialità degli investigatori.

     La pistola… proprio lì nella pistola stava il ‘busillis’! E con quest’idea si addormentò di un sonno agitato.

   (Continua e finisce domani 7 Maggio)

Agostino G. Pasquali

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(1)  ‘Bùgia nèn’ in dialetto torinese significa: non si muove. I piemontesi in genere, e i torinesi in particolare, ‘erano’ detti così per una loro supposta (ed anche effettiva) freddezza emotiva, impassibilità, ostinazione. Preciso che ‘erano’ detti così, non che ‘sono’,  perché oggi, a causa del ‘melting  pot’ di genti forestiere, non credo che ci siano più molti torinesi autentici, a parte il maresciallo Grandasso e Luciana Littizzetto, ma quest’ultima è tutt’altro che ‘Bùgia nèn’.

(2)  Qualche lettore che segue con un briciolo di attenzione e interesse i miei racconti, ricorderà che ho già parlato di Vittorio Neri e del suo Museo, in ‘Mondo piccolo ‘de na vorta’ - Trenta anni dopo’. Chi vuole sapere di più su Vittorio Neri, il Museo e il borgo di Sovrana, può leggere i tre racconti della serie ‘Mondo piccolo ‘de na vorta’ pubblicati su questo giornale.