Viterbo RACCONTO Era passato oltre un mese dal ritrovamento del cadavere, ma le indagini non avevano dato alcun risultato
di Agostino G. Pasquali


Leggi la prima parte Clicca sul titolo Delitto perfetto a Sovrana (Prima parte)

     Verso le tre della notte il maresciallo fu svegliato dal ronzio di una zanzara.

“Acc… zanzare! Questo è segno della primavera che è arrivata…” pensò.

Si alzò al buio a cercare l'Autan.

Aprì l'armadietto delle medicine e, come succede sempre, trovò ogni tipo di medicine, ma non quella che cercava. 

Disse tra sé e sé: “E' incredibile! Se a Natale cerco un'aspirina, non la trovo, però trovo l'Autan… adesso invece è il contrario. Cuntàcc e Bòia fàuss!” (3)

     Rovistò finché le medicine caddero a terra facendo rumore e svegliando la moglie.
“Che succede?” chiese la moglie.
“Non trovo l'Autan e pure son sicuro che c'è… a Natale c'era…”
“L'ho preso io, ce l'ho qui sul comodino. C'era una zanzara che mi dava fastidio.”

     Il maresciallo Grandasso non imprecò. Con la moglie, che era romana, avrebbe dovuto imprecare in romanesco, dialetto molto più colorito ed espressivo del piemontese, ma era troppo educato per farlo. Si limitò a pensare una parolaccia di tipo sessuale maschile, ma non la disse.
     Tornato a letto, ormai ben sveglio, ricominciò a pensare alla pistola. La smontò mentalmente. Operazioni da fare: A) prima estrarre il caricatore, B) poi, con la sicura inserita, tirare indietro il carrello, C) quindi togliere la canna… (4)  

     Si dette una manata sulla fronte e ripeté mentalmente per tre volte la parolaccia volgare che gli era venuta in mente prima. Intanto rifletteva:
      “Ecco dove sta il 'busillis'! Basta cambiare la canna e il gioco è fatto: risulta che quella pistola non ha sparato! Elementare Watson! Beh, non sono certo che sia andata così, ma è una possibilità. Domani farò una visitina al caro signor Sterosi.”
      Ora il maresciallo poteva dormire senza problemi da risolvere e zanzare da scacciare.

      La mattina, verso le ore 11, sbrigate le cose urgenti dell'ufficio, chiamò il carabiniere Olivone, che gli faceva da autista, e tornò a Sovrana. Suonò il campanello al cancello della villetta Sterosi, attese pochi secondi e rispose “Carabinieri” alla voce che al citofono chiedeva “Chi è?”

      Pietro Sterosi in persona aprì e fece entrare i due. Fu freddamente cortese, ma offrì pure il caffè. Fece accomodare i due carabinieri nella cucina-tinello, che tutto pareva meno che una cucina. Aveva impianti modernissimi: un grande tavolo a forma di S (“Chissà perché?” si chiese il maresciallo),  forni e fornetti di acciaio scintillante, un piano cottura degno del ristorante di Gualtiero Marchesi (“Beato chi ha i soldi per andarci”), un frigorifero così grande da poterci mettere le provviste per una comunità, e una macchina per il caffè espresso di quelle da bar.

     Il maresciallo, dopo aver gustato il caffè che era eccellente, chiese senza farla lunga di vedere la pistola Beretta. Sterosi andò a prenderla nell'armadio metallico che stava nel suo studio e la porse al maresciallo chiedendo:
“Che c'è di nuovo? E' stata già controllata dai suoi colleghi e mi risulta che sia stata riconosciuta incompatibile con il proiettile che ha ucciso la povera signora.”
     Il maresciallo esaminò l'arma, poi con pochi rapidi movimenti estrasse la canna e chiese  bruscamente: “Questa canna è l'originale?”

     Pietro Sterosi impallidì leggermente ma, dopo un attimo di esitazione, rispose con un'aria un po' sfottente:
“Se non lo sa lei… che è un esperto… Ma mi dica un po', lei... Io non capisco che cosa vuol dire o insinuare. Io non ne so niente. Questa pistola l'ho ereditata da mio padre, non so da dove viene, ma è regolarmente denunciata e lei lo sa bene. Ho già subito abbastanza fastidi per l'omicidio Spinni. E tutto solo perché la povera Marcella Spinni era una mia vicina di casa e… una cara amica. Ma non le basta che io abbia un alibi di ferro? Nel periodo del delitto stavo in crociera. Più assente e innocente di così…”

     Tornato in caserma il maresciallo controllò di nuovo il verbale dell'interrogatorio dello Sterosi, il quale aveva dichiarato e provato che dal 14 al 21 marzo era stato in crociera  e non c'era dubbio che non si era allontanato dalla nave se non nelle poche ore delle gite a terra, all'estero, e quindi nell'assoluta impossibilità di tornare a Sovrana, compiere il delitto e tornare in tempo sulla nave.

     Chiamò il carabiniere Olivone che a volte gli faceva da spalla nei ragionamenti ad alta voce. Infatti, quando aveva un problema difficile da risolvere, il maresciallo trovava utile ragionare parlando ad un interlocutore fidato che aveva il compito di ascoltare e di interloquire il meno possibile. Cominciò:
“Primo punto: la pistola. Non ho trovato alcun segno o indizio di sostituzione della canna. Sembra proprio l'originale. Ma potrebbe essere stata usata una canna diversa per il delitto, proprio per poterla buttare via dopo l'uso… ma come faccio a saperlo? Come faccio a provarlo? Se è così Sterosi non sarà mica stato tanto sciocco da comprare la seconda canna dall'armaiolo qui in paese! Né posso girare tutti gli armaioli d'Italia per controllare…

Secondo punto: il movente. Dato che non c'è un sospettato è difficile parlare di movente. O meglio qualsiasi movente potrebbe essere valido, anche un movente di soldi, un ricatto, una vendetta, oppure un raptus di sesso o libidine, ma questo è stato escluso perché la vittima non aveva alcun segno di violenza carnale. Ma ora un sospettato ce lo abbiamo. Domani, se posso, devo chiedere a Vittorio Neri qualche indiscrezione.
Terzo punto: l'alibi... Ma l'alibi di Sterosi è inattaccabile, Bòia fàuss!
Tu che mi dici? No, fermo! Zitto! Tu non dire niente, tanto ne sai meno di me, che non so niente.”

     Andò a casa, e a cena fu di nuovo depresso e silenzioso, perché era conscio di aver individuato il colpevole, o almeno un indiziato, ma era anche irritato con se stesso per non aver trovato elementi sufficienti per chiedere alla dottoressa Giuffredi un provvedimento restrittivo. Pensava che sarebbe utile interrogare Sterosi in carcere, perché i colpevoli finché son liberi si sentono forti e sicuri e della giustizia se ne ridono, ma quando sono reclusi, se hanno qualcosa da confessare, spesso crollano e confessano. O meglio - rettificava se stesso - una volta era così; oggi, purtroppo, con le leggi che abbiamo, rispettose dei delinquenti e incuranti delle vittime, succede che gli innocenti confessano e i colpevoli la fanno franca.

     Con questi pensieri si mise a tavola. La moglie aveva preparato il brasato al barolo che a lui piaceva molto. Ma quella sera il maresciallo era agitato, per una volta tanto non era 'bùgia nen'. Aveva invece voglia di discutere, di criticare, non proprio di litigare ma quasi. Quando vide il pane in una busta di plastica trasparente attraverso la quale si poteva leggere lo scontrino del panificio con una data vecchia, allora disse provocatoriamente:
“Bòia Fàuss! Ma ti pare? Sprecare il brasato accompagnandolo con il pane vecchio? Perché questo è pane di ieri, nèh? (5)”

 “Parlapà!”(6) rispose la moglie che era romana, ma a volte si divertiva a contraddire il marito scimmiottando le sue esclamazioni piemontesi. “Non è pane di ieri, ma dell'altro ieri. Però è freschissimo perché l'ho conservato in frigo nel suo incarto e dentro una busta di plastica. Il freddo è un ottimo conservante, ed è naturale. Si deve aver cura che il pane mantenga la sua giusta umidità naturale e poi basta riportarlo a temperatura ambiente, magari con l'aiuto del microonde, ma a livello minimo. Nèh?”

     Il maresciallo rimase un attimo perplesso, poi sorrise per i piemontesismi della moglie e disse: “Ommì! Oh basta, là!”(7) e gli passò all'improvviso il cattivo umore. Si mise a mangiare di buon appetito anche perché gli era venuta all'improvviso un'idea… un'illuminazione… Ogni tanto mormorava tra sé e sé: “Però che bell'idea conservare il pane in frigo!”


*     *     *


Il giorno dopo, ore 7.30. Il maresciallo Grandasso guidava l'auto di servizio con la sua abituale calma in direzione di Sovrana. Aveva preferito essere solo perché l'idea che gli era venuta poteva essere giusta, ma anche sbagliata, e non ci teneva ad avere un testimone, sia pure il fidato Olivone, per un'altra possibile brutta figura con Pietro Sterosi.
     Non erano ancora le 8 e già suonava al citofono.

     Accolto da un assonnato Sterosi, chiaramente scocciato da quella visita molto indesiderata e anche un po' temuta, il maresciallo entrò in casa, accettò molto volentieri il caffè, offerto poco volentieri, ma lo accettò non tanto per il caffè in sé quanto perché cercava una scusa per andare nel tinello-cucina a controllare una cosa che sapeva lui.
     Chiacchierando del più e del meno il maresciallo lodava l'arredamento moderno, elegante e funzionale. Come per caso si fermò davanti al frigorifero, lo ammirò e chiese di vedere l'interno.
 “Ecco, ora glielo apro.”

“Ma è nuovissimo, ha ancora l'odore della fabbrica.” Osservò il maresciallo.
 “Si è vero, è nuovissimo. L'ho dovuto cambiare…. Perché, al ritorno dalla crociera, l'ho trovato che non funzionava più. Lei sa come è questa roba moderna… bella… anche cara, ma non troppo cara… però costruita con il principio dell'usa e getta. Meglio cambiare che riparare.”
“E dov'è il vecchio frigorifero? Lo vorrei vedere.”

     Improvvisamente l'espressione del viso di Sterosi cambiò, da annoiata passò a preoccupata e poi cattiva. Strinse i pugni e chiese a voce bassa:
“Maresciallo! Parli chiaro, che cosa ha in mente?”

     Il maresciallo si rese conto che doveva rischiare prendendo lo Sterosi di sorpresa, ancora impreparato, senza dargli il tempo di trovare una scappatoia, perciò disse:
“Lo sa? Ora ho capito tutto. Lei ha ucciso la povera signora Spinni nel casale, poi l'ha portata qui e l'ha messa in frigorifero. Quindi è andato in crociera e al ritorno ha riportato il cadavere nel casale. Il frigorifero ha fermato la decomposizione, e così l'autopsia, evidentemente eseguita piuttosto superficialmente, ha stimato la data di morte tra il 17 e 18 marzo. Ma lei aveva ucciso già prima del 14, quando partì in crociera. Questo a grandi linee. Il movente e i particolari li dirà lei a me, subito adesso o, se preferisce, nel formale interrogatorio di garanzia.”

     Il maresciallo aspettò ansiosamente il crollo di Pietro Sterosi. Ma il crollo non avvenne. Anzi Sterosi rise sarcasticamente e replicò:
“E bravo il maresciallo, romanziere giallo! Noti la rima… Lei ha molta fantasia, guadagnerebbe di più a scrivere romanzi piuttosto che a fare il carabiniere. Pensa di avere indovinato? Io dico di no, e lei bleffa di nuovo, come ieri per la pistola.”
     Poi con uno sguardo divenuto minaccioso:
“E ora la smetta di perseguitarmi ed esca da casa mia, se no sarò io a denunciare lei!”

     “E due…” pensava il maresciallo Grandasso guidando l'auto sulla strada del ritorno, “un altro insuccesso con figuraccia, e pure la minaccia di denuncia, e lo sfottimento (maresciallo, romanziere giallo!), e meno male che non c'era Olivone. Quasi ammirava l'abilità con la quale lo Sterosi aveva costruito il suo 'delitto perfetto'. Non serviva a nulla aver capito tutto o quasi. Era la mancanza di prove che determinava la perfezione, l'essenza del delitto perfetto.
     Ma il caso non era ancora irrimediabilmente chiuso. C'era una ultima possibilità di smontare quel congegno così ben costruito. Inserì la sirena e cominciò a correre a tutta velocità. Dopo una ventina di chilometri uscì dalla strada asfaltata e percorse un breve tratto di sterrato.

     Arrivò in una nuvola di polvere, proprio come si vede nei film, e frenò nel piazzale del CRRI 'Centro raccolta rifiuti ingombranti'. Cercò e trovò il responsabile al quale chiese:
“Se uno le porta una lavatrice, un frigorifero o una cosa del genere, lei che ne fa?”
“Se è una ditta, me li porta già smontati e noi distribuiamo i pezzi nei cassoni per il riciclo o la discarica. Se è un privato smontiamo noi i pezzi oppure passiamo gli oggetti a ditte specializzate nello smontaggio e nel recupero.”

“In quanto tempo?”
“Pochi giorni, una settimana…”
     Questa risposta distrusse l'ultima speranza del maresciallo. Era scoraggiato e pensava: “Di nuovo un tentativo fallito. Quello oltre che furbo è anche fortunato. Mi devo rassegnare. Ho perso.”

Stava lì dubbioso, incerto sul da farsi, quando si sentì chiedere:
“Ma lei che cosa cerca? Se non sono indiscreto…”
“Un grosso frigorifero… è stato portato forse qui, ma non ne sono nemmeno sicuro, circa un mese fa…”

“Ce l'ho un grosso frigorifero. Me l'ha portato un signore, non mi ricordo il nome, ma noi registriamo tutto e, se vuole, controllo…”
“La prego, controlli… e…mi dica:  è stato già distrutto?”

“Ma no! Spesso la gente porta apparecchi vecchi, ma funzionanti o riparabili. Quel frigorifero era in ottimo stato. Solo qualche graffio causato dal trasporto. E noi la roba recuperabile la diamo… in beneficienza. Ecco il registro. Il nome è Sterosi Pietro… Ma pensi un po', ora mi ricordo…  qualche tempo fa quello lì mi ha telefonato per chiedere se era stato distrutto, se no lo rivoleva indietro. Io gli ho detto di sì, che era stato distrutto, ma, veramente, quel frigorifero l'ho messo da parte qui in magazzino… ehm… per me... cioè a disposizione di chi lavora qui. Però, che strano! Quello ha detto che era contento che era stato distrutto.”
“Allora? Lo posso vedere?”

     Il maresciallo aprì lo sportello. Il frigorifero era privo di griglie, ripiani e contenitori, ed era stato pulito. Chiese:
“L'ha pulito lei?”
“No, anzi me ne ero già accorto che era pulito e m'è parso strano. Chi butta un frigorifero, mica perde tempo a pulirlo.”
     Il maresciallo, ormai del tutto sconfortato, rifletteva: “Accidenti, pure a questo ha pensato quel delinquente! Quando si dice: delitto perfetto…”
     Ma guardando bene nelle scanalature gli parve di vedere alcune piccole tracce di sostanza rossastra. Ruggine? No, non poteva essere ruggine perché l'interno del frigorifero era di materiale plastico.  Poteva essere sangue? Ma era ovvio che fosse sangue. Chiese se poteva avere una lampada per vedere meglio. L'uomo del CRRI gli fornì una modernissima e potente lampada portatile a LED.

     Il maresciallo guardò attentamente e si convinse che si trattava proprio di striature di sangue  residuo della pulizia non perfetta, ma quella luce, bianca e forte, fece anche brillare un sottile filo incastrato nella cerniera dello sportello. Il maresciallo guardò con più attenzione.
     Mentre il cuore ora gli batteva forte per l'eccitazione vide che si trattava di un 'capello color rosso fuoco'.

     “Questa volta il RIS avrà materiale da esaminare seriamente!” pensò il maresciallo “e tu, caro il mio Sterosi, non avrai più da sfottere e minacciare: anche il tuo è stato un delitto imperfetto.”
 

Agostino G. Pasquali


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(3) 'Cuntàcc!' e 'Bòia Fàuss!'  sono delicate esclamazioni piemontesi che in italiano corrispondono, ma non alla lettera, alle ben più forti parolacce: 'C…o!' e  'Porca pu...na!'
(4) Per togliere la canna ad una pistola Beretta non occorrono attrezzi. E' un'operazione facilissima, che si fa normalmente per pulire e lubrificare l'arma.
(5) 'Nèh?' è altra esclamazione piemontese che significa: 'Lo sai? Lo devi sapere!'
(6) 'Parlapà' in piemontese significa 'Non parlare'.
(7) “Ommì! Oh basta, là!” significa: “O povero me! Ma guarda un po'!”