Viterbo RACCONTO Ma chi è questo Lazzaró? Per conoscerlo dobbiamo tornare indietro di nove mesi e sapere che…
Domani pomeriggio 21 Maggio la seconda e ultima parte del racconto
di Agostino G. Pasquali

7 maggio 2015, ore 12.
Il carabiniere Olivone sta guidando la Punto blu dei carabinieri, a gran velocità e sirena ululante, in direzione di Sovrana. A bordo c’è il maresciallo Eugenio Filiberto Grandasso (1), il quale è stato avvisato per telefono che un ladro, un vagabondo conosciuto come ‘Lazzaró’ (2), è stato bloccato alla cassa del Minimarket di Sovrana mentre tentava di rubare qualcosa.
Ma chi è questo Lazzaró? Per conoscerlo dobbiamo tornare indietro di nove mesi e sapere che…
* * *
…un uomo, che definire eccentrico è poco, arrivò a Sovrana in un afoso pomeriggio dell’agosto scorso, pedalando su uno strano trabiccolo, tanto strano che uno simile a Sovrana non l’aveva mai visto nessuno.
Si trattava di un triciclo costruito con una bicicletta modificata, con due ruote posteriori affiancate, poste più arretrate del normale, e tra le ruote un cesto metallico, di quelli da carrello dei supermercati, pieno di oggetti impacchettati e coperti con un telo impermeabile. Dal cesto si alzava un’asta con una piccola vela, evidentemente utile in caso di vento ‘in poppa’. Era dunque una costruzione artigianale molto originale e non priva di ingegno.
Era strano il veicolo, ma altrettanto strano l’aspetto dell’uomo che attirò l’attenzione dei pochi sovranesi che oziavano in quell’ora afosa all’ombra della tenda della veranda del ‘Bar Centrale’.
A prima vista il personaggio poteva sembrare un pistolero uscito da un film western: fisico alto e asciutto, stivaletti alti, camicia e pantaloni jeans, cappellone in testa. Per essere tale gli mancavano però cinturone, pistola e speroni, ed era anormale soprattutto il mezzo di trasporto, che non era assolutamente coerente con la classica figura del cowboy. Invece la barba incolta e i capelli lunghi, ingrigiti, sbiaditi dal sole ma abbastanza curati, potevano farlo sembrare un hippie, un figlio dei fiori, invecchiato e fuori moda.
Si accostò alla veranda del bar, salutò amabilmente con un “Buon pomeriggio a questi gentili signori!” e aggiunse: “Posso?...” per ottenere il permesso di accomodarsi. Richiesta ovviamente superflua dato che le verande dei bar stanno lì proprio per far accomodare la gente. Ma la richiesta gentile, opportunamente recitata dall’uomo, vinse l’iniziale diffidenza dei presenti che gli sorrisero e gli dissero: “Prego, accomodatevi… (3)”
Di tavoli liberi ce n’erano parecchi e l’uomo andò a sedersi in quello più appartato e lontano dal gruppetto dei paesani. Uno di questi, un certo “Ntogno”, conosciuto per essere particolarmente socievole e curioso, si alzò, si accostò al forestiero e, indicando una sedia libera, chiese a sua volta: “Posso?” e senza aspettare risposta si sedette e si presentò:
“Piacere… Antonio, per gli amici ‘Ntogno’… e voi come ve chiamate?”
“Mi chiamo Nazzareno. Il piacere è mio.”
“Séte un turista?”
“Sì e no. Io giro l’Italia e mi fermo qua e là, dove mi trovo bene e dove la gente mi trova simpatico. Divento uno del luogo, ma sempre per poco tempo. Mi definisco un provvisoriamente provvisorio.”
Ntogno chiamò il cameriere:
“Enzì?…pòrtece un paro de birre.” E poi rivolto a Nazzareno: “Ve offro ‘na birra. Ve piace la birra?”
* * *
Verso sera Nazzareno sistemò una sua tendina da campeggio in un prato di Sovrana che veniva usato talvolta per fiere e manifestazioni, ma che in quel momento era libero. Dopo qualche giorno la gente si abituò a quella strana presenza che non chiedeva nulla e non dava alcun fastidio. Nazzareno di giorno andava in giro per i boschi alla ricerca di erbe, radici e bacche. Si nutriva di questi prodotti e di ciò che di tanto in tanto, cioè quando ne aveva bisogno, andava a prendere presso la Caritas di Civita Romana, facendo un faticoso viaggio con quel suo triciclo. Partiva scarico e agile in discesa; tornava con il cesto pieno di alimentari e oggetti vari pedalando faticosamente, perché Civita Romana era a valle, mentre Sovrana stava in collina.
Se qualcuno cercava di attaccare discorso con lui, Nazzareno rispondeva cortesemente parlando di tutto e dimostrando una notevole istruzione e preparazione in tutti i campi della conoscenza scientifica e umanistica.
I sovranesi avevano capito che Nazzareno era povero, ma non chiedeva l’elemosina. Spontaneamente cominciarono ad aiutarlo. In particolare i frequentatori del Bar Centrale, Ntogno per primo, la sera lo invitavano al bar e gli offrivano una birra e una pizza (il bar aveva una piccola pizzeria annessa) e in cambio gli chiedevano di raccontare una storia (era un affabulatore eccezionale) o di spiegare in modo comprensibile le teorie scientifiche più astruse (per esempio: la relatività di Einstein, o che cos’è un quark e un bosone, o come sono i buchi neri, o se è vero che il clima stia cambiando e stia per arrivare una glaciazione), e lui riusciva a spiegare e a far capire quelle astrusità (o così sembrava a quella gente semplice che lì per lì credeva di aver capito, ma il giorno dopo non ricordava più nulla).
A volte tra i presenti c’erano sovranesi e villeggianti dotati di una bella voce intonata e qualcuno era capace anche di suonare la chitarra. Si improvvisava allora uno spettacolino con cantanti e suonatori che intervallavano i discorsi di Nazzareno con le canzoni classiche e gli stornelli paesani.
In questo modo, l’anno scorso, Sovrana ebbe un suo festival estivo, canoro e culturale, che poteva rivaleggiare per gradimento con ‘Caffeina’, la celebre manifestazione del capoluogo. Felici i sovranesi, di più i villeggianti e sopra a tutti fu felice il proprietario del Bar Centrale, che fece ottimi affari.
Una volta gli chiesero di spiegare qualcosa di economia e di politica, delle quali scienze tutti parlano in televisione e litigano sempre senza mai mettersi d’accordo; ma qui Nazzareno confessò di non capirci niente nemmeno lui, e puntualizzò:
“La politica e l’economia, cari signori, sono prima di tutto teorie arazionali. Non sono scienze, sono come i dogmi di fede: ci si deve credere senza pretendere una spiegazione logica, e ci si deve credere anche se la realtà va completamente a rovescio di come la politica e l’economia pretendono che vada. Per esempio: si dice in teoria che la democrazia sia il miglior sistema politico, e ci si deve credere: è un assioma, un dogma. Qualcuno lo mette in dubbio? Certo che no! Però la democrazia non è come la matematica, che è ugualmente valida dappertutto, e infatti può succedere che la democrazia funzioni bene in Gran Bretagna, in Svizzera... e male in Italia. Perché?
Ecco, cari amici, il perché : se consideriamo la politica e l’economia non come teorie, ma come attività concrete, allora esse generano compromessi che spesso nascondono imbrogli e gli imbrogli li capisce solo chi li fa, e forse nemmeno lui. Sono questi i motivi per cui politici ed economisti italiani vanno in TV dove parlano, litigano e non si accordano mai, se non per imbrogliare. Dio ci scampi dagli accordi tra i politici con il supporto degli economisti!”(4)
Ma se gli si chiedeva qualche notizia personale, sulla sua famiglia, la sua storia, sul perché vivesse da barbone, allora Nazzareno diveniva evasivo e cambiava discorso.
Così passarono i mesi di agosto e settembre.
Verso la fine di settembre le notti cominciarono ad essere prima fresche e poi fredde e umide, talvolta anche piovose.
Con l’arrivo dell’autunno divenne perciò sempre più disagevole per Nazzareno vivere nella sua tendina e quindi si preparò a partire. Ntogno, che lo aveva conosciuto per primo e si riteneva un po’ il suo protettore, gli offrì di abitare in un suo ‘casaletto’, una casetta monostanza che aveva in campagna, che usava raramente quando faceva lavori agricoli e solo per ripararsi dai temporali improvvisi. Nazzareno accettò e si trasferì nella casetta.
Dimostrando una notevole abilità manuale, ripulì e restaurò la piccola costruzione che era quasi in rovina, riparò il tetto, ripristinò il caminetto che era invaso dai calcinacci del comignolo crollato, e si preparò a svernare a Sovrana.
(Continua e finisce il 21 Maggio, lo pubblichiamo di pomeriggio)
Agostino G. Pasquali
NOTE:
1) Il borgo di Sovrana, il maresciallo Grandasso e il carabiniere Olivone sono ben noti a chi segue i miei racconti. Chi non li conosce e desidera saperne di più, può cercare e leggere in questo giornale il racconto ‘Delitto perfetto a Sovrana’.
2) Per la giusta dizione di ‘Lazzaró’ preciso che la ‘o’ va pronunciata chiusa come nell’articolo ‘lo’. Infatti Lazzaró e il troncamento di Lazzarone.
3) In certi piccoli paesi c’è ancora l’abitudine di dare del ‘voi’ invece del ‘lei’. Ed è segno di grande rispetto.
4) Ho riferito l’opinione di Nazzareno e lascio a lui la responsabilità di certe gravi affermazioni. Non sono mie,però, però, quasi mi convincono.
