Viterbo RACCONTO All’inizio i commercianti subirono senza dir niente perché Nazzareno era simpatico a tutti
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di Agostino G. Pasquali
Come succede spesso, particolarmente nei piccoli borghi, l’avvicinarsi dell’inverno fa rinchiudere la gente in casa. Anche i rapporti sociali si riducono contraendosi all’interno delle famiglie con parenti e amici stretti.
Di sera la piazza principale, già così animata d’estate, si fa ora silenziosa, ovattata dalla nebbia,ed è percorsa solo da qualche ritardatario che sembra più un fantasma che un essere vivente.
Perciò, entrato l’autunno, cessarono per Nazzareno gli inviti al bar e gli divenne spesso impossibile, a causa del maltempo, andare a Civita Romana per rifornirsi alla Caritas. Si affievolì anche l’attenzione dei sovranesi per il loro eccentrico ospite, il quale, abitando ora in campagna, si vedeva sempre meno in centro. Ma quelle poche volte che veniva, qualche commerciante notava, dopo che Nazzareno era entrato e uscito dal negozio, la sparizione di qualche cosa, di piccole cose: un pane, una scatola di fagioli, un panetto di burro, un frutto…
All’inizio i commercianti subirono senza dir niente perché Nazzareno era simpatico a tutti. Però la simpatia fa presto a svanire quando c’è di mezzo l’interesse economico. Il comportamento di Nazzareno divenne presto noto a tutti e qualcuno maliziosamente alterò il nome in Lazzareno, poi Lazzarone, e alla fine in ‘Lazzaró’.
I commercianti derubati, che all’inizio ci si erano quasi divertiti, cominciarono a preoccuparsi, poi divennero insofferenti e, pur senza agire aggressivamente, cominciarono a controllare con attenzione i movimenti di Nazzareno cosicché per lui fu sempre più difficile compiere i furtarelli. Si ridusse a frequentare più che altro il Minimarket nei momenti di affollamento, quando nei meandri degli scaffali era più facile eludere l’attenzione dell’unico commesso e della cassiera.
Nazzareno aveva cominciato quasi per scherzo a impossessarsi di qualche sciocchezzuola. Progressivamente, spinto dalla penuria di cibo e dalla probabilità di non essere scoperto e, se scoperto, dalla presunzione di essere tollerato, aveva finito per diventare un ladruncolo abituale.
Poiché indossava un giaccone imbottito preso alla Caritas, dotato di tasche molto capienti, arraffava e nascondeva velocemente in una di quelle tasche, che sembravano fatte apposta per nascondere oggetti, un po’ di tutto, anche ciò che non gli era necessario. A questo punto ogni tolleranza finì.
Un giorno era al Minimarket e volle strafare. Si mise in tasca una bottiglia di liquore e alla cassa si presentò per pagare solo un panino. La cassiera, che era sospettosa, notò il collo della bottiglia che debordava dalla tasca, ma non disse niente. Gli fece pagare il panino, ma appena Nazzareno si avviò per uscire bloccò la porta con il pulsante antifurto. Richiamò Nazzareno e gli disse di pagare anche la bottiglia, ma Nazzareno non aveva denaro sufficiente. Allora la cassiera telefonò ai carabinieri.
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Ora che ho raccontato l’antefatto è giunto il momento di tornare a seguire il maresciallo Grandasso, che, se ricordate l’inizio del racconto, sta andando a tutta velocità a Sovrana confidando nell’abilità di guida del carabiniere Olivone e nella sirena che gli libera la strada. Il maresciallo non sa esattamente quello che è successo al Minimarket, ma se lo immagina perché sa tutto di Nazzareno- Lazzaró, della sua vita da barbone prima e durante il soggiorno a Sovrana, sa anche chi è, o meglio, chi era prima di farsi barbone.
E’ ovvio che in un momento come quello attuale, con la paura di attentati, un comandante di stazione dei carabinieri deve essere vigile e accertarsi della eventuale pericolosità di personaggi anomali. Aveva quindi fatto un controllo a Nazzareno subito dopo il suo arrivo e si era fatto mostrare la carta di identità; poi aveva telefonato al collega maresciallo del comune di residenza dello strano visitatore, per avere notizie ed era stato un po’tranquillizzato: Nazzareno tutto poteva essere meno che un terrorista.
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Quando entra nel Minimarket il maresciallo trova un ‘Lazzaró’ avvilito, seduto nello stanzino che serve da ufficio, in compagnia di Giustino Neri, che è figlio di quel Vittorio Neri che aveva istituito il ‘Museo dei mestieri antichi e delle tradizioni popolari’. Giustino Neri è il proprietario del Minimarket.
Appena vede il maresciallo, Lazzaró si alza e gli porge subito i polsi per farsi mettere le manette. Il maresciallo scuote la testa e gli dice:
“No, non servono… ingegnere! Stia tranquillo, ma venga con noi, e… sia chiaro! nèh? che la sua commedia è finita.”
Poi rivolto a Giustino Neri:
“Venga anche lei per fare la deposizione sui fatti e anche la denuncia…”
“Ma che denuncia! - risponde Giustino - è stato un equivoco. La cassiera le ha telefonato impulsivamente, ma non è successo niente. La bottiglia gliela avevo regalata io a Lazza… a Nazzareno. Chieda pure a Walter, il commesso, che glielo confermerà. La cassiera non lo sapeva…”
Il maresciallo non crede affatto alle parole di Giustino Neri, ma fa finta di crederci. Comunque non gli dispiace di accettare questa versione dei fatti.
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Nazzareno-Lazzaró passa la notte nella caserma dei carabinieri, non in cella, ma in una camera usata come foresteria, perché è considerato un ospite sia pure con il divieto di andarsene. La mattina dopo il maresciallo Grandasso comincia l’interrogatorio di Lazzaró con un “Dunque?” che è insieme la conclusione di un discorso sottinteso ma anche una domanda:
“ Dunque?... Ingegnere! Io so tutto di lei, ma lei, per prima cosa, mi deve spiegare il motivo per cui un borghese, benestante come lei, all’improvviso decide di vivere come un barbone…”
“Vede, maresciallo? Lei ha detto di conoscermi, mi chiama ‘ingegnere’, e quindi è vero che mi conosce, e saprà perciò che io ho creato la s.r.l. Newtronicom, un’azienda moderna e redditizia. E’ stato un lungo lavoro, molto faticoso, ma fortunatamente con poche difficoltà e tanti successi. Poi, però, quando ho nominato amministratore unico mio figlio Aldo, lui mi ha progressivamente esautorato. Da un punto di vista legale, essendo amministratore, poteva farlo, salvo che io, che avevo la maggioranza del capitale, potevo revocargli l’incarico. Non l’ho fatto e ho preferito mollargli tutto, anche la mia quota, e defilarmi. Ho ritrovato un po’ di libertà, ma vivevo all’ombra di mio figlio e non mi piaceva…”
“Questo non spiega la sua fuga che è roba da ragazzi, e poi il suo trasformarsi in un barbone. Lei sembra un ‘sessantottino’, o un figlio dei fiori che ha sbagliato secolo; lei era ricco, e si è messo a vivere come un poveraccio.”
“ Sessantottino? Lei dice? In un certo senso lei ha ragione. Nel 1968 io avevo 17 anni, ma la rivoluzione del ’68, o più esattamente degli anni successivi, non l’ho fatta. Allora pensavo solo a studiare, poi mi sono dedicato al lavoro…. Ma ho avuto sempre il rimpianto di non essere stato giovane, con gli ideali e gli entusiasmi e le pazzie e le esperienze dei giovani. Un anno fa ho deciso di recuperare quello che pensavo di aver perso.”
“E pensa di averlo recuperato?”
“Ma all’inizio, sì. Tutto andava bene. Vivevo come un hippie o data l’età, se preferisce, come un barbone. Però la gente mi accettava e la cosa mi divertiva, mi sentivo libero e padrone di me stesso. Poi alle prime difficoltà ho perso l’autocontrollo… la fame, sa?... è brutta…, ma non volevo ritornare a casa, ricorrere a mio figlio. Sarebbe stato ammettere di aver sbagliato. Allora ho cominciato ad arrangiarmi, come penso fanno tutti i barboni, … finché… il resto è quello che è successo ieri.”
“Basta così. Che mi fa una confessione?... Lo sa che potrei trasmettere il suo caso alla magistratura per furto aggravato? Le è andata bene che i sovranesi, che ho già fatto interrogare ieri pomeriggio, hanno tutti negato. Sono brava gente, si sono fidati di lei, la aiutano ancora, anche se lei li ha comunque delusi…”
“Ma è stata una sciocchezza, una ragazzata…”
“Ma lei non è un ragazzo. E’ un adulto che, se vogliamo, si è comportato come un bambino. Però devo rimproverarle un’altra cosa. Lei ha offeso, imitandoli, i veri poveri. Rubare è sempre un male, anzi è un reato, ma almeno quelli, i veri poveri, hanno la giustificazione dello stato di necessità. Lei no! Lei ha offeso chi soffre. Lei si è comportato come quei comici che credono di far ridere imitando i difetti fisici. A me, quelli non mi fanno ridere. A me fanno schifo. E, mi consenta, anche lei mi fa un po’ schifo…”
Il maresciallo fa una pausa per osservare l’effetto delle sue parole. Sa di essere stato un po’ duro, forse troppo, ma lui è fatto così: si sente un padre anche nei confronti di chi è più anziano di lui, e come ogni buon padre sa di dover essere severo con un figlio che si è comportato male. L’effetto arriva: Nazzareno è arrossito, le mani gli tremano,balbetta:
“Sì, ha… ragione. Mi rendo conto di aver cominciato… un gioco pericoloso… che mi ha travolto…”
“Proprio così. Lei ha agito da incosciente, come uno che comincia a bere alcool e diventa alcolista, come uno che comincia con le ‘slot machines’ e finisce per indebitarsi, come uno che comincia con le droghe leggere e…”
Squilla il telefono. E’ il solito carabiniere Olivone che dà un avviso. Il maresciallo ascolta, si rilassa, ritorna a sorridere e conclude il suo discorso:
“Sa, ingegnere? Mi dicono che qui fuori c’è suo figlio Aldo, che io avevo avvisato ieri sera… però, prima di lasciarla andare devo dirle che nella mia lunga esperienza di carabiniere ho rintracciato diversi ‘figli finti hippie’scappati via da casa, dai genitori, e li ho restituiti alla famiglia pentiti, ma questa è la prima volta che riporto in famiglia un ‘genitore finto hippie’ scappato via dal figlio. Vada pure tranquillo. Suo figlio aspetta, mi dicono, in una comoda Mercedes, altro che il triciclo a pedali e motore ausiliario a vento! A proposito… il Neri, il proprietario del Minimarket, non farà nessuna denuncia, però mi ha pregato di chiedere a lei il triciclo come ricordo di questa strana avventura. Glielo regala?”
* * *
Gentile lettore che ha avuto la pazienza di seguire fin qui il racconto, sappia che se lei si reca a Sovrana e visita il ‘Museo dei mestieri antichi e delle tradizioni popolari’, vi trova una novità: il ‘Triciclo di Lazzaró’, con un cartello che spiega:
Anacronistico carro,
simbolo di velleità,
usato talvolta dai giramondo
erranti due volte
nella strada e nella vita.
Gente ricca di fantasia,
di utopia, di sogni…
ricca anche di bontà,
ma povera di senso pratico.
Però se non esistesse gente così,
se tutti fossero come è lei,
caro visitatore,
che è razionale, laborioso, noioso…,
il mondo sarebbe più triste e grigio.
Agostino G. Pasquali
