Viterbo CRONACA Mons. Francesco Zarletti: profeta del suo tempo
di Giuseppe Bracchi

Liceo Classico Mariano Buratti

Un pensiero a mons. Francesco Zarletti, tornato alla casa del Padre dopo ben 96 anni trascorsi a diffondere il vangelo fra gli uomini: uomo, sacerdote, maestro per tante generazioni, compreso chi sta scrivendo e ricordando la sua memoria, avendolo avuto insegnante di religione per due anni al Liceo Classico Mariano Buratti.

Autore di tanti volumi di poesia in vernacolo, ma anche in lingua italiana, mons. Zarletti volle dedicare una delle sue opere più polemiche e, a mio avviso più riuscite, contro un laicismo sempre strisciante ed imperante, “La Rosa e la Vacca”, “a tutti i miei colleghi ed alunni del Seminario, del Liceo Classico, dell'Istituto Magistrale e degli altri Istituti dove, per lungo corso di anni sono stato insegnante. Grato per il tanto da essi ricevuto, colla speranza di aver dato loro qualcosa. Uno ad uno carissimi, vi ricordo con immenso affetto, e vi porterò sempre nel cuore”.

Altre ne ha suggerite la vena sardonica di mons. Zarlewtti, sempre affiancato peraltro dalle pungenti illustrazioni e vignette di mons. Angelo Gargiuli (in arte Angar): Preti e pretacci, ristampato proprio alcuni mesi or sono, La più madre di tutte le madri, poesie dedicate alla Vergine Maria, nei confronti della quale il Nostro ebbe sempre una particolare predilezione, per finire con Tristezza e speranza di un uomo, una raccolta dove, per dirla con Delfo Giacchini della Prefazione a La Rosa e La Vacca, mons. Zarletti, “ha cantato il dramma dell'uomo che dopo aver smarrito Cristo, ne avverte dentro di sé il bisogno struggente: Dammi la fede – ch'io senta cioè – la tua paura di me”.

Parole forti, drammatiche queste appena ricordate ed evidenziate da Delfo Gioacchini, ma che ci danno l'esatta statura e rendono giustizia alla figura di un uomo, sacerdote e maestro che per tutti i suoi 96 anni ha seguito ed inseguito per l'appunto il dramma di quest'uomo moderno abbagliato da falsi miti, facili progressi, non sempre scontati e lineari sulle sorti magnifiche e progressive di questa umanità, cantandone con ironia ed in versi profondi e struggenti illusioni e disillusioni.

Come nella poesia l'OMO, laddove pur essendo stato “il Signore Benedetto un ingegnere sopraffino/ e t'è venuto fori con progetto da far invidia a Bramante e Sansovino/... l'Omo sciagurato invece di sta su e tenesse dritto/ appena che il Signore l'ha lassato s'è messo a cammina' a capodifitto”.

“La Rosa e la Vacca”, a mio avviso resta una delle opere polemiche più riuscite di mons. Francesco Zarletti, quella che forse in maniera più profonda ne tratteggia la memoria e la vita in tutte le sue sfaccettature. E' ancora lo stesso Delfo Gioacchini a ricordarcelo nel passo finale della prefazione al volume: “Qui il lettore si identifica subito con il poeta, perché le cose che il poeta dice, tante volte anche lui, magari in altra forma, le ha pensate e le ha dette. Francesco Zarletti si riallaccia così al filone della più sana tradizione culturale italiana, che vuole il poeta interprete e cantore dei sentimenti comuni”.

Mai sintesi fu più reale nel dipingere la tristezza e la speranza di un uomo, che sono poi le tristezze e le speranze di tutti gli uomini, come quando il Nostro ne I dieci comandamenti conclude tra luci ed ombre: “Ma gli uomini, ne la gran confusione/ di quella legge se so' scordati/ tutti, purtroppo, senza distinzione; specialmente, però, li deputati” .

La Rosa e la Vacca resta un'opera da leggere e rileggere, ma soprattutto da meditare per la sua semplicità e nello stesso tempo per la profondità dei versi e dei sentimenti, per la scelta puntuale dei nomi, luoghi e tempi: si pensi a Bastiano Rompicocci, il “benzinaro... che pur diceva peste e corna della Chiesa”, ma che difronte al mondo “che va a rotta di collo/ je scappò detto: N'c'è più religione!”; oppure lo scultore Giovanni Bonarazza che la società aveva internato perché “aveva chiesto al sindaco, una piazza/ pe' facce il monumento al portafojo”.

Mons. Francesco Zarletti: profeta del suo tempo, profeta – felix culpa – del nostro tempo. Ora che sei tornato alla Casa del Padre, prega per tutti noi, per i tuoi ex alunni, per questa tua e Nostra Patria. Ne abbiamo davvero bisogno.

Giuseppe Bracchi