Viterbo CRONACA INCREDIBILE Ci laviamo la bocca per provare a dichiarare che Viterbo sia Capitale italiana della Cultura, ma...
Mauro Galeotti, inquieto

Alla fine dell'articolo inquieto, è la storia di una visita al Palazzetto del Barbiere di Paolo III, narrata da Giuseppe Moscatelli e pubblicata sul sito www.canino.info, la ripropongo, leggila, è molto gradevole

L'insegna che il supermercato ha apposto sopra al portale, in Via dell'Orologio Vecchio 44, sull'ingresso del Palazzetto di Giovanni barbiere di papa Paolo III, è l'ennesima prova di quanto la nostra città non può essere Capitale italiana della Cultura, non perché non lo meriti, anzi, ma perché non è rispettata dagli amministratori, tutti, e dai Viterbesi, troppi Viterbesi, molto spesso menefreghisti, e anche dai residenti.

E' questa la Casa di Giovanni Antonio Baciocchi del 1540, barbiere di Paolo III (1534 - 1549), con lo stemma Farnese e la scritta: Paulus III / pont. max. / MDXXXX.  Sulle finestre, ornate dai gigli farnesiani è la scritta: Io. bar. Pauli / III pont. max. (Giovanni barbiere di Paolo III pontefice massimo).

Sono convinto che il proprietario del supermercato abbia avuto un'autorizzazione per allestire la vistosa e improponibile insegna luminosa.

Qualcuno in Comune di Viterbo avrà dato l'ok, altrimenti ritengo assurda e impensabile che il titolare del supermercato abbia deciso di fissare l'insegna senza autorizzazione comunale.

Viterbo Città Capitale italiana della Cultura? c'è solo da vergognarsi solo pensarlo, anche perché questo è l'ennesimo affronto ad una città bella, bellissima, carica di nobile storia come Viterbo è.

Ecco qui appresso un elenco degli altri affronti alla nostra città, e ce ne sarebbero ancora altri.

Amministratori vergognatevi, tutti!

Mauro Galeotti

La carrozza dei priori... perduta

Le luci al led a lanterna nel Quartiere san Pellegrino sono inaccettabili

Non esiste una torre su cui poter salire e godere il panorama

Prato giardino non è illuminato

I selci divelti vengono "tappati" col catrame

I lampioni del 1874 in Piazza della Rocca sono stati spostati da Piazza del Comune, perché?

Fili elettrici e cavi vari avvolgono decine e decine di abitazioni

Piazza del Comune è invasa da decine e decine di faretti, e la piazza nonostante ciò è al buio

Le porte di legno settecentesche delle mura castellane cadono a pezzi

Le facciate dei palazzi sono decrepite, vedi il fianco del Palazzo della Prefettura su Via san Lorenzo e il palazzo della Provincia

La Valle di Faul ridotta a parcheggio

Le mura cadute a Pianoscarano ricostruite con un muro degno di una villetta moderna

I graffiti della Casa della Pace sul Corso Italia cadono a pezzi

Gli affreschi quattrocenteschi di Via san Leonardo semi abbattuti

L'affresco La Trinità in Via Saffi cade a pezzi

La città è piena di transenne abbandonate

I nuovi segnalatori dei parcheggi disponibili sono già fuori uso

Santa Rosa ha perduto le sue custodi da secoli, le Clarisse Urbaniste, e nessun viterbese ha alzato la voce, tranne me e due signore Clicca qui

In Via Annio i graffiti sul Palazzo Nini cadono a pezzi

La Chiesa di santa Croce o di santo Spirito sulla Valle di Faul e crollata

Via Faul la notte è al buio completo

Gli ascensori dalla Valle di Faul verso Piazza san Lorenzo e Piazza Martiri d'Ungheria non funzionano

Gli orologi della città non funzionano come quelli di San Faustino, Porta Fiorentina, Torre delle Scuole Luigi Concetti, Orologio del Teatro dell'Unione, fermo da tempo e ora con l'ora sbagliata quello della Torre dei Priori

Teatri inagibili, Teatro dell'Unione, del Genio

Strade sconnesse ovunque

Aeroporto... un sogno

Fontane sporche o mal funzionanti, Fontana grande sempre al buio e mal funzionante

Un sogno il Museo di santa Rosa e della Macchina

Gabinetti pubblici al Sacrario e a Piazza Fontana Grande, chiusi

La vetrata dove arrivano i bus in Piazza Martiri d'Ungheria, abbandonata

In Comune ancora stampano un depliant chiamando Erculea la Sala Regia, confondendo la Sala Erculea che era nel vecchio Palazzo dei Priori, dove oggi è la Prefettura

E' stato gettato a terra e fatto sparire l'antico casale all'incrocio della Strada Cassia Nord con Via Villanova (Area ex Cencioni) e tutti tacciono

E' stato abbattuto senza pietà il Castel Firenze degli anni '20 del 1900 su Via santa Maria della Grotticella e tutti tacciono

Sacchi dell'immondizia abbandonati per giorni e giorni

... e qui la pianto...perché senno non la finisco più, questa è la città da proporre quale Città Capitale italiana della Cultura?

Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! Vergogna! 

Mi piace la storia narrata da Giuseppe Moscatelli e pubblicata
sul sito www.canino.info, la ripropongo, leggila è molto gradevole

Paolo III Farnese, un papa casa e chiesa
Il testamento di Paolo III

Salendo a Viterbo per Via dell'Orologio Vecchio, poco prima di raggiungere Piazza San Simeone, all'incrocio con Via della Torre, possiamo ammirare un elegante palazzetto rinascimentale, quasi compresso e oscurato da architetture più recenti. Un grande portale d'ingresso con un arco a sesto acuto sormontato da uno stemma ormai illeggibile e due eleganti finestre gigliate - per quanto cieche essendo murate - caratterizzano la facciata, al centro della quale campeggia un grande stemma di Paolo III con la data del 1540.

E' il palazzo di Giovanni, il barbiere di Paolo III, come l'antico proprietario ha tenuto a evidenziare con una scritta sull'architrave delle finestre. Il Palazzo si eleva su due livelli: un piano nobile e un secondo piano, quasi un sottotetto; nel locale a pianoterra si trovava fino a non molto tempo fa una lavanderia, ora trasferita, come annuncia tutt'ora un consunto cartello.

I due piani superiori appaiono in stato di abbandono, come meglio si evince dalla vista del lato posteriore dell’edificio, per quanto condizionata dalla possente torre che dà il nome alla via. Il palazzetto è in vendita. Potrebbe essere la sede ideale per la nostra fondazione farnesiana, ho subito pensato quando ho cominciato a guardarlo non da semplice passante. Mi sono così rivolto all'agenzia per visitarlo.

Il piano terra con la ex lavanderia non ha suscitato in me motivi di particolare interesse: l'intero piano, a cominciare dal grande portale, appare ampiamente rimaneggiato. Al piano superiore il più assoluto disordine delle residue suppellettili è amalgamato da un fitto strato di polvere vergine, nel senso che si ha come l'impressione - entrando - che quella massa di cose accatastate alla rinfusa non venga movimentata da secoli...

Il secondo piano (il sottotetto) non è agibile, mi ha cortesemente riferito l’addetto dell’agenzia, visto che io guardavo con qualche insistenza la precaria e posticcia scala in legno che appoggiata alla parete di fondo penetrava in una apertura buia del solaio. Pregai il mio accompagnatore di lasciarmi solo per una mezz'ora: avrei voluto "vivere" con maggiore intensità quel posto, studiare entità e provenienza della luce, livello di rumorosità dalla via sottostante, immaginare in loco i possibili interventi di ristrutturazione... La mia richiesta spiazzò un poco il mio interlocutore, evidentemente sorpreso e incuriosito, ma non seppe dirmi di no. "Bene... allora faccio un salto in agenzia per prendere il modello anagrafico-informativo, così eviteremo di tornarci dopo…" disse, volendo trovare un pretesto per giustificare la sua acquiescenza. Ottima idea, confermai.

Non c'è niente che stimoli maggiormente il mio interesse e la mia curiosità di una porta chiusa o di un cassetto acchiavato. Avevo già deciso che non avrei lasciato la casa senza aver visitato il piano superiore, anche a costo di correre qualche rischio. Salii così per mezzo della scala (quella sì malridotta) al piano di sopra che si presentava, come era prevedibile, come una oscura, polverosa e ingombra soffitta, anche se stabile sulle travi in legno più di quanto potesse apparire.

Una cassettiera, alla scarsa luce che filtrava dalle due finestre centrali, per quanto serrate, (le due esterne erano murate) attirò subito la mia attenzione: assolutamente malridotta, devastata dai tarli e avvinta dalle ragnatele. Con i cassetti disarcionati, sfondati, fuori - o quasi - dalle guide. Tranne uno. In mancanza della maniglia provai ad estrarlo infilando la mano nel vano inferiore, dopo aver rimosso il cassetto che vi alloggiava e che estrassi a pezzi, vincendo la repulsione per le polverose ragnatele. Il cassetto però, nonostante i miei sforzi, non si apriva: segno che era ben chiuso a chiave.

A quel punto, risoluto, e non avendo troppo tempo a disposizione, mi determinai a forzarlo con un grosso chiodo trovato lì vicino. L’ho aperto e ho subito notato al suo interno, tra grumi di polvere lanuginosa, una specie di pacchetto con una macchia rossa. Ho ripulito con le dita la macchia - che si è rivelata essere un nodo di ceralacca - e, non senza emozione, ho visto comparire l'impronta di un sigillo gigliato.

Ho aperto con cautela la pergamena rimuovendo la ceralacca (tale è risultato essere il pacchetto con la macchia rossa). Ho intravisto grazie a un raggio di sole che filtrava dalle imposte serrate un testo in latino e non ho faticato a capire fin dal motto iniziale di cosa si trattava: era il testamento di Paolo III.

Il foglio era datato e firmato: A.D. MDXLIX DIE IX NOVEMBER, PAULUS III PONT. MAX. Iniziava: In nomine Domini, amen. Peccata mea semper sunt ante oculos meos. Si mei non fuissent dominati immaculatus essem, et emudarer a delicto maxime…

Come era giunto quel prezioso documento fin lì? Mi è piaciuto immaginare che il grande papa, avvertendo ormai prossima la fine della sua lunga esperienza terrena, abbia fatto chiamare da Viterbo il fido barbiere e cerusico Giovanni e dopo essersi fatto tagliare i capelli e aggiustare la barba, in modo da arrivare in ordine al cospetto del Giudice Supremo, gli abbia affidato questo documento, chissà con quale mandato, che Giovanni tuttavia, per qualche ragione, non poté rispettare. Ed ora quel documento era tra le mie mani, davanti ai miei occhi. Il testamento, come dicevo, è redatto in latino: quella che segue è la mia traduzione.

 

Il testamento di Paolo III

 

Nell’anno del Signore 1549, nel giorno 9 del mese di novembre.

Nel nome di Dio, così sia.

I miei peccati sono sempre davanti ai miei occhi. Se non mi avessero dominato sarei puro e emendato dalla colpa più grave.

Il mio unico peccato si chiama amore. Ho amato le donne. Ho amato la ricchezza. Ho amato il lusso, le feste, i piaceri. Ho amato il potere. Ho amato la mia famiglia. Ma, sopra ogni altra cosa, ho amato i miei figli. L'amore è il primo comandamento, si legge nelle scritture, a questo precetto ho ispirato il mio magistero. San Pietro non vorrà serrare le porte della dimora celeste al suo indegno rappresentante qui sulla terra, se il suo unico peccato è stato quello di aver amato....

Virtus securitatem parit. La virtù genera sicurezza. La mia unica virtù si chiama sofferenza. Sono un uomo virtuoso perché ho molto sofferto. Quale sofferenza è più grande di veder morire tutti i propri figli? Quale dolore è più straziante di seppellirli uno ad uno? Quale angoscia è più cupa di sopravvivere loro? Oh, mio Dio, quale imperscrutabile disegno ha sviato le leggi della natura se un padre ha dovuto seppellire i propri figli e non viceversa?

Paolo, fosti il primo ad essermi strappato. Non avevi ancora deposto la tenera crisalide dell'infanzia e non hai mai potuto assaporare il miele della giovinezza...

Ranuccio, forte, coraggioso, leale; avevi l’orgoglio e il temperamento dei tuoi avi che portarono il tuo stesso nome e brillarono nelle armi, prima di cadere tu stesso sotto il ferro. Chi di spada ferisce...

Costanza, il mio angelo custode non te ne voglia se tu lo hai così ben sostituito. Sei stata per me la dolcezza, la femminilità e l'amore filiale. A te sarebbe spettato ricomporre queste mie membra quando tra poco, lo sento, avrò esalato l’ultimo respiro. E invece a me è toccato accompagnarti all'estrema dimora...

E tu Pier Luigi, maschio primogenito, mio prediletto; tu destinato a tramandare il nome e il ricordo della nostra famiglia. Mi hai fatto soffrire più di quanto un figlio possa mai far soffrire un padre e io ti ho amato più di quanto un padre possa mai amare un figlio. Hai dato scandalo al mondo con lo spettacolo turpe dei tuoi vizi; e non si è ancora spenta l’eco delle tue infamie e dei tuoi delitti. Che Dio possa avere pietà della tua povera anima e, nella sua immensa misericordia, alleviarti le fiamme dell’inferno. Ma io sono stato schiavo del tuo amore ben di più di quanto tu lo sia stato dei tuoi vizi. Mi è stato risparmiato il tuo corpo insanguinato, dilaniato, umiliato; ma ho sofferto come se la mia carne fosse stata lacerata, disprezzata, profanata.

Se Dio avrà pietà della tua anima, non dovrò io forse sperare altrettanto?

Quando sarò al suo cospetto spero solo che il Giudice Supremo rivolga a me quanto un giorno disse alla Maddalena: “Va, i tuoi peccati ti sono rimessi perché hai molto amato”.

Ovviamente:

Il testo che appare sopra è un esempio di fiction storico-letteraria: si tratta semplicemente di un racconto frutto di invenzione narrativa.