Roma CRONACA
Caterina Pisu

Ringrazio vivamente la Dott.ssa Maria Morena Lepri che lo scorso 1 febbraio mi ha sostituita e ha presentato a Villa Giulia la relazione "Il Museo della Navigazione nelle Acque interne: un museo tra innovazione e tradizione", nell'ambito del ciclo di conferenze "Storie di persone e di musei". Grazie di cuore a tutti coloro che hanno partecipato.
Di seguito il testo completo della relazione:
“Storie di persone e di musei”, Museo Nazione Etrusco di Villa Giulia,
Giovedì 1 febbraio 2018, ore 17.30
IL MUSEO DELLA NAVIGAZIONE NELLE ACQUE INTERNE: UN MUSEO LOCALE TRA INNOVAZIONE E TRADIZIONE
CATERINA PISU
Struttura della relazione (Diap. 3):
Storia del MNAI
Il progetto espositivo
L’identità del MNAI
I progetti in corso e quelli futuri
STORIA DEL MNAI
L’antefatto (Diap. 4)
Il 1 ottobre del 1989, il subacqueo Massimiliano Bellacima individuò, a poca distanza da Punta Calcino, costa nord-occidentale dell’Isola Bisentina, un relitto che affiorava dal fondale limoso del lago, a circa 14 metri di profondità. In quel momento erano in corso alcune ricerche geologiche da parte del Museo Territoriale del Lago di Bolsena, diretto, in quegli anni dall’Ing. Alessandro Fioravanti, scopritore dell’abitato villanoviano del Grancarro, sulla sponda orientale del lago.
Le successive analisi permisero di stabilire che la piroga aveva un’età calibrata di 1365-1020 anni (Diap. 5), quindi da assegnare ad un arco cronologico compreso tra la fine del Bronzo medio e il Bronzo finale. Le analisi xilotomiche, ovvero le analisi sul legno da cui fu ricavata la piroga, permisero di individuare l’essenza, ovvero un tronco di faggio.
L’imbarcazione misura in lunghezza 6,16 metri ed è larga tra i 67 e i 71 cm. Il peso, in base all’esame eseguito nel corso delle operazioni di consolidamento del legno, è di
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circa 118 kg. L’elemento strutturale più interessante è dato dalle due estremità (Diap. 6). Quella meglio conservata presenta un anello incompleto, ricavato a risparmio dal tronco di faggio. L’estremità opposta presenta uno stato di conservazione peggiore, ma si ipotizza che la forma fosse uguale all’altra. La presenza dei due anelli terminali ha fatto supporre la possibilità di collegamento ad una piroga gemella per ottenere una barca doppia (Diap. 7), più stabile e spaziosa rispetto ad una barca singola. Si tratta di un sistema non molto frequente, che quindi rende particolarmente interessante la nostra piroga. Esempi simili sono documentati, in Italia, in pochi altri siti: per esempio presso il Lago Lucone (Brescia) (Diap. 8), databile all’età del Bronzo generica, e presso il Lagone di Mercurago (Novara) (Diap. 9), databile all’età del Bronzo antica e media. Altri confronti riportano, invece, all’Europa centrale. Una ulteriore caratteristica della nostra piroga è la presenza, sul fondo, di due serie di fori di forma differente (Diap. 10), probabilmente aperti dal carpentiere nel corso della fabbricazione dell’imbarcazione: i tre posti lungo l’asse centrale sono rettangolari; altri tre fori sono circolari. Tutti e sei i fori sono stati chiusi da tasselli o caviglie di legno, e il loro scopo era quello di controllare lo spessore dello scafo durante la lavorazione. Il fatto che siano di forma differente distingue la nostra piroga da altri esemplari italiani ed europei, che presentano ugualmente dei fori chiusi da caviglie di legno, ma tutti di una stessa forma. Nel volume “Sul filo della corrente” (Diap. 11), curato da Patrizia Petitti, sono state molto approfondite e discusse tutte le questioni qui accennate. La pubblicazione fu realizzata in occasione dell’apertura del museo e costituisce una documentazione preziosa per la conoscenza del più importante reperto archeologico esposto nel museo e per conoscere le scelte museologiche e museografiche che furono fatte all’epoca.
Il restauro
Dopo il rinvenimento della piroga si decise di recuperare l’imbarcazione e poi procedere immediatamente al consolidamento del legno. Inizialmente la direzione scientifica dell’intervento di scavo, rilievo e recupero dell’imbarcazione, svoltosi tra il 13 novembre e il 7 dicembre 1989 (Diap. 12-18, immagini del recupero), fu affidata a Maria Antonietta Fugazzola Delpino. Dalla fine del 1991 la direzione dei lavori passò a Patrizia Petitti per decisione dell’allora Soprintendente Giovanni Scichilone.
Gli interventi di consolidamento del legno e di restauro della piroga furono particolarmente complessi e delicati. Furono necessari molti anni per la loro attuazione completa.
Nel luglio del 1990, dopo un recupero piuttosto sofferto, la piroga venne trasferita in una vasca predisposta nell’ex mattatoio comunale di Capodimonte (Diap. 19-22).
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Erano ormai passati molti mesi dal recupero e, per una serie di questioni che hanno segnato i primi due anni delle operazioni, non era stato predisposto per tempo, cioè prima del recupero, il luogo che avrebbe dovuto accogliere l’imbarcazione e dove sarebbero dovuti avvenire gli interventi di consolidamento. Non essendo disponibile altra sede e sentito il parere dell’Istituto Centrale per il Restauro, fu quindi deciso di scegliere l’ex mattatoio, il più vicino al porto di Capodimonte, poiché questa opzione avrebbe evitato un lungo e rischioso viaggio alla piroga; un luogo che però doveva essere considerato solo un ricovero di emergenza, certamente non dotato di impianti adeguati e di personale specializzato, come sarebbe dovuto essere. Quindi tutte le operazioni successive, purtroppo, furono condizionate dal fatto che era mancato, inizialmente, un progetto globale di recupero e di restauro.
Senza poter entrare, in questa sede, nei dettagli delle operazioni di consolidamento e restauro, tuttavia è necessario sintetizzare i principali momenti del processo, in quanto hanno immediatamente preceduto la musealizzazione della piroga. Abbiamo già accennato al 1989, anno del rinvenimento e dei primi rilievi sulla piroga, poi del 1990, l’anno del recupero, e del 1991, anno del passaggio di consegne dalla Fugazzola Delpino alla Petitti. Proseguiamo, quindi, con la nostra sintesi. Inizialmente uno dei problemi maggiori riguardò la sterilità dell’acqua della vasca in cui fu immersa la piroga, all’interno dell’ex mattatoio; inizialmente si provvide al ricambio periodico dell’acqua. Il problema fu risolto solo nel 1993, quando fu installato un impianto di ricircolo e depurazione. Nello stesso anno fu possibile iniziare ad asportare il limo in cui era inglobata la piroga (Diap. 23-31). Fu in questa fase che apparvero le fratture, sia longitudinali che trasversali che interessavano tutta l’imbarcazione, ma anche alcuni dettagli interessanti (Diap. 32-33). Lo stato di conservazione era variabile a seconda delle differenti parti. Nel frattempo si dovette decidere urgentemente quale metodo di consolidamento adottare. Fu scelto il consolidamento con il PEG (Diap. 34), un metodo sperimentato con successo da circa sessant’anni, meno costoso rispetto ad altri, ma con lo svantaggio di richiedere un lungo tempo di attuazione.
L’immissione di PEG, cioè di Polietilenglìcole all’interno della vasca, deve avvenire gradualmente, ad una temperatura compresa tra i 55° e i 60°, ideale per permettere l’impregnazione profonda del legno.
La vasca per il consolidamento fu realizzata nel 1995. Era una struttura modulare in acciaio inox, lunga 7 metri. All’interno fu posto un supporto, anch’esso di acciaio inox, costituito da venti ordinate a profilo concavo, realizzato su misura, in base ai rilievi eseguiti sull’imbarcazione nel 1989. A metà settembre 1996 fu avviata l’operazione di prelievo dei frammenti che erano ancora inglobati nel blocco di deposito lacustre, prelevato insieme all’imbarcazione durante le operazioni di recupero. Ogni
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frammento fu contrassegnato da un numero, disegnato e schedato (Diap. 35). I frammenti furono quindi posti sul supporto di acciaio e in alcuni casi fermati con spilli, anch’essi in acciaio. Al termine, la vasca è stata collegata all’impianto di sterilizzazione, riempita d’acqua e chiusa con coperchi per mantenere l’oscurità. Il trattamento con il PEG ebbe inizio nel maggio 1998, partendo da una concentrazione iniziale del 5% che sarebbe poi stata aumentata, ogni settimana, di un ulteriore 5%.
Le operazioni procedettero per mesi, tranne un intoppo nel Natale del 1999 che provocò il panico generale. La percentuale di PEG era già arrivata all’87%, quando un’improvvisa sospensione dell’energia elettrica, non tempestivamente segnalata, fece fermare l’impianto, provocando il consolidamento di tutto il PEG a causa delle basse temperature invernali. Fu necessario sciogliere la sostanza con aria calda e sorvolo su tutti i problemi che questo incidente causò, documentati in modo esaustivo nel volume “Sul filo della corrente”. In ogni caso, il processo di consolidamento ripartì da una concentrazione del 75% e alla metà del novembre del 2000 si raggiunse il 95%. A quel punto venne fermato l’impianto. La vasca fu svuotata e ripulita per poter poi adagiarvi i frammenti che dovevano lì asciugarsi lentamente (Diap. 36).
Dopo il definitivo consolidamento, nell’ottobre del 2001 i frammenti furono trasferiti a Roma, all’Istituto Centrale per il Restauro (Diap. 37) dove, oltre all’assemblaggio dei frammenti e all’integrazione delle lacune, fu realizzato anche il supporto per l’esposizione, una struttura rigida, completamente registrabile (Diap. 38).
Le operazioni di restauro si conclusero finalmente nel maggio del 2005 (Diap. 39) Erano trascorsi sedici anni dal rinvenimento della piroga. Altri cinque anni sarebbero dovuti trascorrere prima dell’apertura al pubblico del futuro Museo della Navigazione. Nei ventun’anni che sono stati necessari per il recupero, il restauro, lo studio e la musealizzazione si sono succeduti tre soprintendenti, Paola Pelagatti, Giovanni Schichilone e Maria Antonietta Russo, e cinque sindaci di Capodimonte per complessive sette amministrazioni: Lorenzo Patrizi, sindaco dal 1985 al 1990; Vittorio Fanelli, dal 1990 al 1995; Cristina Lambertini, dal 1995 al 1999 e poi ancora dal 1999 al 2004; Giuseppe Micarelli, dal 2004 al 2009, infine Mario Fanelli, attuale sindaco di Capodimonte, dal 2009 al 2014 e ancora in carica. Il MNAI è stato inaugurato il 30 giugno 2010.
Tutti i lavori furono seguiti da altri specialisti e tecnici della Soprintendenza, in servizio in quegli anni (Diap. 40): Francesca Boitani, allora direttore del Museo di Villa Giulia, si interessò anch’essa soprattutto alla soluzione di alcuni problemi relativi al supporto per l’esposizione della piroga. Poi ancora il geometra Sergio Zumbo, l’assistente di zona Giuseppe Cossu, il geometra Nicola Missori, Alberto Villari, Mauro Benedetti,
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Alfredo Corrao, Maurizio Pellegrini, Marcello Forgia. Tutto lo studio sulla piroga è stato svolto dagli archeologi della Soprintendenza con la collaborazione di altri studiosi e tecnici esterni che hanno lavorato anche alla pubblicazione del volume “Sul filo della corrente”; fra questi (Diap. 41): Alessandra Benini, Università della Calabria, Dipartimento di Archeologia e Storia delle Arti; Ingrid Reindell, del Centro di Ricerca in Scienza e Tecnica per la Conservazione del Patrimonio Storico-Architettonico, dell’Università La Sapienza di Roma; Egidio Severi, del Centro Ricerche Scuola Sub del Lago di Bolsena. E poi ancora, Giulia Boetto, Dario Silenzi, Gianfranco Tei, Antonia Sciancalepore, lo Studio Groma ed altri ancora. E’ doveroso ricordare la collaborazione del Comune di Capodimonte, delle varie amministrazioni che si sono succedute, di Armando Aluisi, di Stefano Manetti e dell’Ufficio tecnico del Comune guidato dal Geometra Luciano Cimarello.
Riepilogo delle fasi di recupero, consolidamento e restauro (Diap. 42):
1 ottobre 1989: rinvenimento della piroga monossila
ottobre/novembre 1989: inizio dei rilievi e delle operazioni di recupero
luglio 1990: trasferimento della piroga all’ex mattatoio comunale di Capodimonte
fine 1991: passaggio di consegne dalla Fugazzola Delpino alla Petitti
1993: installazione dell’impianto di ricircolo e depurazione
1995: realizzazione della vasca di consolidamento in acciaio
metà settembre 1996: posizionamento dei frammenti della piroga sul supporto di acciaio
maggio 1998: inizio del trattamento con il PEG
Natale 1999: blackout
metà novembre 2000: conclusione delle operazioni di consolidamento del legno
ottobre 2001: trasferimento dei frammenti della piroga all’Istituto Centrale per il Restauro
maggio 2005: completamento delle operazioni di restauro
30 giugno 2010: inaugurazione del Museo della Navigazione nelle Acque Interne
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IL PROGETTO DI MUSEALIZZAZIONE (DIAP. 43)
Tanti specialisti hanno lavorato al recupero e al restauro della piroga nei primi sedici anni, dal 1989 al 2005, e altrettanti si sono impegnati nei successivi cinque per la musealizzazione del prezioso reperto. Quanto esposto finora permette di riflettere su quanto sia inappropriato il termine “minore” o “piccolo” per musei come quello di Capodimonte, che sono il risultato dell’impegno di così tanti autorevoli specialisti e che possono vantare un progetto museologico e museografico innovativo e di elevata qualità tecnica e scientifica.
L’idea di creare un museo nella città di Capodimonte per esporre la piroga non è nata fin dalle prime fasi del recupero ma si è formata gradualmente, nel corso degli anni (Diap. 44).
Si voleva esporla in un contesto che la valorizzasse e ne mettesse in rilievo l’unicità e, soprattutto, fare in modo che restasse là dove era stata rinvenuta. E’ opportuno evidenziare che la piroga di Capodimonte è stata la prima piroga monossila rinvenuta nel Lazio, ma non è rimasta l’unica molto a lungo. A questo primo rinvenimento, infatti, ne seguì un altro appena due anni dopo, nel 1991, grazie al subacqueo Amedeo Raggi, sempre nel lago di Bolsena, di fronte al Monte Bisenzio. Questa seconda piroga fu lasciata sul fondale, coperta da una protezione formata da vari moduli in acciaio, ancora perfettamente al loro posto dopo tanti anni (Diap. 45). Il museo di Capodimonte espone un modellino del piroga del Monte Bisenzio (Diap. 46), differente per forma, misure ed essenza dalla piroga dell’Isola Bisentina, ma ho in progetto di dedicarle un più ampio pannello didascalico da porre all’interno della sala della piroga. Molti anni dopo, sappiamo che nel Lazio si rinvennero altre piroghe più antiche: mi riferisco a quelle rinvenute nel lago di Bracciano, risalenti ad età neolitica, in particolare alla grande piroga recuperata nel 2005 dalla Fugazzola Delpino. In ogni caso, la nostra piroga resta un reperto eccezionale non solo per essere stata la prima piroga monossila rinvenuta nel Lazio, ma anche per le altre caratteristiche sopra descritte, come la sua particolare forma ed altri dettagli non usuali rispetto ad altre piroghe note.
E’ utile far notare anche la rarità di reperti di questo tipo. In Italia ne sono stati rinvenuti e catalogati poco più di duecento, ma in questo numero sono incluse piroghe di tutte le epoche, dalla preistoria all’età moderna, tra le quali devono essere considerate sia le piroghe non recuperate, quindi ancora sommerse nei laghi o nei fiumi, sia tutte quelle conservate nei depositi, non visibili al pubblico. Nel complesso,
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quindi, solo pochissime piroghe così antiche1 sono esposte nei musei e questo ci spinge ad avere la massima cura e un giusto senso di orgoglio nel custodire e valorizzare questo reperto, rinvenuto nel lago di Bolsena.
A suo tempo il progetto del futuro museo di Capodimonte fu affidato alla Cooperativa ARX, in modo specifico all’archeologa Anna Maria Conti, che è stata anche il primo direttore scientifico del museo, e all’architetto Enrico Conti. Da parte della Soprintendenza, la supervisione scientifica del progetto di musealizzazione fu di Patrizia Petitti che, come è stato sopra esposto, aveva già diretto tutte le operazioni di consolidamento e restauro, dopo il 2001.
Durante l’amministrazione del Sindaco Giuseppe Micarelli (2004-2009), il Comune di Capodimonte si prodigò per reperire i finanziamenti necessari per la realizzazione del museo, quindi si cercò di capire che tipo di progetto museologico e museografico potesse essere adatto per un contesto come quello capodimontano. Capodimonte è un meraviglioso piccolo borgo di poco più di 1700 abitanti. Le sue bellezze naturalistiche, in particolare la lunga spiaggia vulcanica alberata di circa due chilometri, le conferiscono una spiccata vocazione turistica, concentrata prevalentemente nel periodo estivo. Oltre al turismo lacuale, le più importanti voci dell’economia locale sono l’allevamento e l’agricoltura; le tradizioni relative alla pesca sono quasi scomparse e sono ormai tutte condensate nella vicina Marta. I curatori compresero immediatamente che bisognava creare un museo facilmente gestibile e che non pesasse eccessivamente sul bilancio di un piccolo Comune.
Naturalmente si scelse di dare alla piroga un posto di assoluto primo piano, creando per l’esposizione uno spazio apposito, molto scenografico (Diap. 47-49), in cui tutta l’attenzione dei visitatori fosse catturata dal reperto, prediligendo, dunque, la suggestione visiva come primo approccio all’oggetto e lasciando ad una fase successiva l’approfondimento e l’offerta di altre informazioni. Al momento si sta apportando qualche modifica a questa impostazione museologica e vedremo più avanti con quali modalità. La piroga è conservata in una vetrina molto particolare che ricorda un prisma sfaccettato, posta in posizione asimmetrica rispetto
1 Altri esemplari preistorici e protostorici sono esposti, per esempio, presso il Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini”, a Roma (età neolitica, dal villaggio preistorico “La Marmotta” del lago di Bracciano); il calco della piroga dell’età del Bronzo del Lucone di Polpenazze è visibile presso il Museo Civico Archeologico della Valle Sabbia, Brescia; ad età del ferro appartiene una delle piroghe di Longola (Poggiomarino, NA), ora esposta presso l’Antiquarium di Boscoreale; di età romana sono le piroghe del Museo Archeologico Nazionale di Ferrara, quelle di Bertignano, Museo del Territorio biellese, del Museo del Delta Antico e del Museo Platina di Piadena; ad età tardo-romana quelle del Museo Etnografico del Po, Piacenza; ad età romana e medievale appartengono le 13 piroghe del Museo di Crema e del Cremasco (tra le quali un esempio di piroga doppia), quella dell’Abbazia del Cerreto, Lodi, quelle del Museo Civico Archeologico di Villa Mirabello, Varese, e del Museo del Fiume Bacchiglione, Vicenza; una piroga di età moderna, anteriore al 1877, è presso il Palazzo Madama di Torino.
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all’orientamento della sala. L’elemento acqua domina nello spazio espositivo: il pavimento in cristallo riproduce la superficie del lago e la sua trasparenza permette di vedere al di sotto il fondale lacustre ricreato in resina (Diap. 50). Una gigantografia del lago di Bolsena, posta sulla parete destra, fa da sfondo e permette al visitatore di creare subito un collegamento mentale tra la piroga e il luogo che l’ha conservata per secoli, proteggendola dal degrado del tempo.
Sebbene il progetto originario sia stato pensato principalmente per accogliere la piroga dell’Isola Bisentina, i curatori hanno scelto di ampliare la narrazione espositiva, abbracciando una visione più estesa che, partendo dalla piroga e compiendo un percorso narrativo circolare, descrivesse i differenti tipi di imbarcazione in uso in Italia centrale durante varie epoche, dall’VIII secolo a.C. al XX secolo, riconducendo il visitatore, infine, al lago di Bolsena e a quella che possiamo considerare la diretta discendente della piroga: la barca tradizionale da pesca, tuttora usata dai pescatori locali. I due estremi del filo narrativo, dunque, si congiungono dapprima nella sala dei modellini, poi nella sala espositiva “Vittorio Fanelli”. Nella prima troviamo la barca tradizionale riprodotta in scala; nella seconda abbiamo l’oggetto più spettacolare, in quanto è una vera barca da pesca a grandezza naturale. Ma da poco tempo anche nella saletta tattile, già mediateca, è stato collocato un terzo modellino in legno della barca del lago di Bolsena, realizzato con estrema precisione da Piero Carosi e da lui donato al museo insieme alla sua collezione di pesi da rete fittili, di cui si tratterà più avanti, e che mi piace considerare un esempio virtuoso della partecipazione dei cittadini alla vita del museo.
Proseguendo la descrizione degli ambienti museali nell’ordine di visita, si è detto che dopo essersi immersi nell’ambiente acquatico della sala della piroga, i visitatori possono accedere direttamente alla sala dei modellini (Diap. 51) in cui sono esposti sette modelli in legno di barche tradizionali di varie epoche, tra i quali la barca tradizionale del lago di Bolsena, tre modellini riferiti alla piroga dell’Isola Bisentina e alla piroga del Monte Bisenzio, di cui uno riproducente l’ipotesi di piroga doppia. Le altre barche sono state scelte, come hanno spiegato gli stessi curatori, non in base a considerazioni “tipologiche”, ma preferendo il tipo di storia che ciascuna di esse era in grado di raccontare (Diap. 52-57): dalla barca del Caolino, rinvenuta in una necropoli etrusca, alla cosiddetta “nave F” del porto romano fluviale di Pisa; dalle piroghe monossile del Trasimeno e delle Paludi Pontine, che dimostrano la persistenza nel corso dei secoli di questo tipo di imbarcazioni, alle barche da pesca tradizionali di Piediluco e del Tevere.
In un angolo di questa piccola sala è stato collocato anche il cosiddetto “relitto delle tegole di Punta Zingara” (Diap. 58), un carico di epoca etrusca, databile alla fine del
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VI/V secolo a. C., rinvenuto nel 1990, quindi appena un anno dopo il ritrovamento della piroga, sempre nei fondali antistanti l’Isola Bisentina, come la piroga. Il carico di tegole e coppi fu lasciato in acqua e studiato solo molti anni dopo, nel 2006, grazie al Centro Ricerche della Scuola Sub del lago di Bolsena, che lo recuperò e lo riportò in superficie. Alcuni elementi del relitto sono esposti anche presso il Museo Territoriale del Lago di Bolsena. Sulla parete di fondo è stato posto il grande fotomosaico che mostra il relitto quando era ancora sommerso. In questa foto le tegole e i coppi appaiono sparsi, quindi hanno già perso, in parte, l’ordinato impilamento che era stato descritto dai primi scopritori (Diap. 59-62).
Nella sala espositiva “Vittorio Fanelli” (Diap. 63), dove si conclude il percorso di visita, sono esposte, come già accennato, due grandi barche da pesca: la “naue”, la barca tradizionale del lago di Posta Fibreno, in provincia di Frosinone, di cui si conserva qui un esemplare risalente alla fine del XIX/principio del XX secolo, e la “bbarka” tradizionale del lago di Bolsena.
La “naue” (Diap. 64) qui conservata è un reperto di grande importanza: fu affidata al museo di Capodimonte dal dottor Enrico Gelosi, a suo tempo direttore dello Stabilimento Ittiogenico di Roma, chiuso nel 2001, all’interno del quale era stato allestito un museo. Questo legame tra il museo di Capodimonte e lo Stabilimento Ittiogenico di Roma, pur se relativo, purtroppo, al momento della chiusura di quest’ultimo, ha un grande valore e dovrebbe essere messo il più possibile in risalto. A tal fine ho in progetto di arricchire lo spazio espositivo che accoglie la “naue”, illustrandone la storia con fotografie e documenti antichi, relativi anche allo Stabilimento Ittiogenico di Roma, cui questa barca è strettamente legata.
Fare qualche accenno allo Stabilimento Ittiogenico di Roma (Diap. 65) è d’obbligo dato si trattava di una istituzione d’eccellenza che trattava di acque interne ed era un punto di riferimento importantissimo non solo sul territorio nazionale ma anche a livello internazionale. Lo Stabilimento Ittiogenico nacque nel 1895 per iniziativa del Ministero dell’Agricoltura e delle Foreste. La sua ultima denominazione risale al 1921, mentre in precedenza era chiamato Stabilimento di Piscicultura. L’intento dello Stato era quello di creare un ente tecnico-scientifico, a livello nazionale, per tutelare la pesca nelle acque interne, salvaguardare gli ambienti naturali lacustri e fluviali, nonché per contribuire allo sviluppo dell’acquacoltura italiana, recuperando anche specie in via di estinzione2. Collocato sulla via Tiburtina, nel luogo dove prima era ubicato un antico saponificio, qui si faceva studio e ricerca, ma anche azioni pratiche fondamentali: dalla vicina stazione ferroviaria, infatti, si spedivano i pesci che
2 http://www.roma2pass.it/stabilimento-ittiogenico/
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avrebbero raggiunto i vari luoghi da ripopolare. Nel 1995 l’Istituto fu accorpato all’Agenzia regionale per lo Sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio (Arsial) che, in seguito, spostò in altra sede il materiale e le strumentazioni più moderne, lasciando sul posto soltanto le vasche originali. La struttura fu quindi destinata a polo didattico per le scuole3, finché non cadde completamente in abbandono nel 2007. Dopo varie vicissitudini, dal 2017, l’intera area, con le sue due palazzine e il grande parco annesso, non appartiene più alla Regione ma è stata trasferita in un fondo immobiliare. Per conoscere la vita dello Stabilimento Ittiogenico dei primi decenni del Novecento, restano alcuni interessanti documenti dell’Istituto Luce, risalenti agli anni ’30. Una curiosità: nello Stabilimento Ittiogenico è stato girato anche uno dei primi documentari di Roberto Rossellini, “Il ruscello di Ripasottile” (1941).
La “naue” da Posta Fibreno (Diap. 66-67), quindi, è un reperto di grande importanza sia per la sua storia particolare sia perché si tratta dell’unico esemplare così antico di questo tipo di imbarcazione, in uso fino alla metà degli anni Cinquanta del Novecento. Da una intervista rivolta nel 2013 allo storico postese Gerardo Canini4, risultano presenti circa quindici, venti esemplari che, però, non sono più vecchi della metà del secolo scorso. L’imbarcazione era impiegata, oltre che per la pesca, anche per il trasporto di grandi quantità di erbe acquatiche, raccolte e utilizzate come foraggio per i bovini, ed anche per il trasporto delle persone, fino a cinque o sei per volta. Dallo scorso anno ho preso contatti con l’assessore alla Cultura di Posta Fibreno, Federico Longo, in cui è presente un museo locale, e spero che si possa collaborare, in qualche modo, alla valorizzazione di questa preziosa barca antica esposta nel nostro museo.
L’altro eccezionale oggetto che si può ammirare nel museo di Capodimonte è, come abbiamo detto, la “bbarka” (Diap. 68-69), l’imbarcazione tradizionale del lago di Bolsena di cui si conserva qui, l’ultimo esemplare in legno realizzato da Luigi Papini (Diap. 70), noto come l’ultimo mastro d’ascia del lago di Bolsena. Grazie ad un documentario, creato appositamente per il museo da Maurizio Pellegrini e da Ebe Giovannini, intitolato “L’ultimo mastro d’ascia. Un viaggio nelle memorie”, è possibile vedere non solo alcuni momenti della costruzione della barca esposta al museo (Diap. 71-76) , ma anche ascoltare dalla viva voce di Luigi Papini, la storia e le tecniche di costruzione delle barche di legno, usate prima dell’introduzione della vetroresina che ha poi fatto scomparire da queste zone il mestiere di mastro d’ascia. Il documentario include altre preziose testimonianze dei vecchi pescatori che raccontano la dura vita di una volta, e poi un riferimento al Palio delle barche, una
3 articolo di Ginevra Nozzoli del 30 luglio 2013, sul sito web di informazione Roma Today, http://nomentano.romatoday.it/nomentano/ex-stabilimento-ittiogenico-degrado.html
4 http://associazionearbit.blogspot.it/2013/01/la-naue-di-posta-fibreno.html
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competizione che ha origine molto antiche e che fu ripresa per qualche anno, dalla metà degli anni ’90 circa, per poi tornare ad essere dimenticata.
Lo spazio espositivo dedicato alla barca del lago di Bolsena è stato arricchito, da circa un anno, dalle bellissime reti da pesca donate dai pescatori di Marta, in particolare dallo storico pescatore Elio Natali (Diap. 78-83). Da pochissimi giorni, inoltre, sono finalmente riuscita ad installare qui anche una nuova postazione video (Diap. 84-86) in modo che i visitatori, mentre sostano davanti all’imbarcazione, abbiano anche la possibilità di vedere il documentario “L’ultimo mastro d’ascia. Un viaggio nelle memorie”, non solo per ascoltare le suggestive storie del mastro d’ascia e dei pescatori, ma anche per osservare la barca in movimento; dettaglio non marginale, in quanto la tipica remeggiata, essendo molto particolare5, necessita di essere vista e non solo descritta a parole.
Il percorso espositivo del museo si completa con la già citata saletta tattile (Diap. 87-89), dove è in corso l’allestimento di un’esposizione dedicata interamente al tema della pesca, in collaborazione con le cattedre di Paletnologia e di Museologia dell’Università della Tuscia. Il nucleo dell’esposizione, come si è accennato, è la collezione di pesi da rete di Piero Carosi, già dirigente della RAI e personaggio di spicco della cultura viterbese, che ha voluto donare la sua raccolta al museo già alcuni orsono, integrandola, di recente, con altri pesi e con il già citato modellino della barca tradizionale del lago di Bolsena (Diap. 90). Da poco è esposto anche un peso da rete risalente probabilmente all’età del bronzo6, del tipo con foro singolo, che rientra nella classe dei pesi con minore dimensione (Diap. 91). Il peso da rete è stato recuperato grazie alle ricognizioni sul territorio della sezione di Capodimonte del Gruppo Archeologico Romano. Nella saletta è esposta anche una copia dell’olla tardo-geometrica dalla necropoli visentina di “Olmo Bello” da cui è stata tratta la raffigurazione che è diventata il logo del museo. La copia del vaso, il cui originale è esposto a Viterbo, presso la Rocca Albornoz, è stata realizzata dall’artista Roberto Bellucci. La sua raffigurazione richiama le due principali attività di sussistenza delle genti del lago durante l’epoca villanoviana, epoca cui risale l’olla: ovvero la caccia e la pesca, rappresentate simbolicamente dal cervo e dall’imbarcazione a remi con due uomini, che, tra l’altro, è stata scelta come logo del MNAI fin dalla sua creazione. (Diap. 92).
5 Si rema in piedi e i remi sono posti in modo asimmetrico, verso la poppa. Uno dei due remi, detto rosta, svolge anche la funzione di timone.
6 Pesi da rete di questo tipo sono stati rinvenuti anche in contesti neolitici ed eneolotici, oltre che dell’età del bronzo (Persiani C., “Il lago di Bolsena nella preistoria”, in “Sul filo della corrente. La navigazione nelle acque interne in Italia centrale dalla preistoria all’età moderna”, Arx Società Cooperativa, 2009, p. 72.
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Nel complesso, dunque, il Museo della Navigazione nasce da un progetto molto innovativo e originale, che unisce gli aspetti archeologici con quelli antropologici. Nel museo di Capodimonte, infatti, non sono presenti due sezioni distinte, ma i due aspetti, l’archeologico e l’antropologico, si fondono, creando un’unica, coinvolgente narrazione che esce dai confini geografici della provincia di Viterbo per abbracciare non solo il Lazio, ma tutta l’Italia centrale.
Nel progetto originario erano molto importanti anche alcuni accorgimenti tecnologici, alcuni dei quali, purtroppo non sono più funzionanti. L’ingresso alla sala della piroga, per esempio, era dotato di un sistema di proiezione che entrava in funzione automaticamente all’ingresso dei visitatori e che li introduceva alla visione della piroga mostrando alcuni minuti del filmato che fu girato qualche giorno dopo il suo rinvenimento. Al termine del filmato si aprivano automaticamente le porte che conducevano alla sala della piroga e quindi si aveva l’effetto sorpresa: agli occhi dei visitatori, infatti, si presentava d’un tratto la splendida scenografia prima descritta, suscitando in tutti grandissima emozione. Peccato che questo aspetto del progetto espositivo sia stata perso, almeno per ora.
I curatori avevano anche previsto che i visitatori potessero fruire della visione dei filmati in dotazione al museo in due luoghi distinti: dapprima nella sala dei modellini, mediante due monitor che mostravano il recupero e il restauro della piroga dell’Isola Bisentina, la piroga del Monte Bisenzio e il relitto delle tegole di Punta Zingara. Questi due monitor purtroppo non sono più operanti da diversi anni, ma i filmati si possono visionare, dal 2016, sul canale Youtube del museo. Il secondo schermo, infine, era posto in quella che prima era la mediateca, ora saletta tattile, ma, dopo i danni dovuti alle infiltrazioni, è stato rimosso.
Immagini dell’allestimento del museo nel 2009/2010 (Diap. 93-98)
LE CRITICITÀ (DIAP. 99)
Come si può comprendere, dunque, i problemi tecnici sono quelli che hanno in parte ridimensionato il progetto originario. Che cosa è successo negli otto anni che sono trascorsi dalla prima apertura del museo? Sicuramente una delle cause delle criticità che si sono subito manifestate è che il museo è stato aperto quando si era già in piena recessione economica. La riduzione della spesa pubblica ha obbligato gli enti locali ad azzerare il proprio impegno in settori non ritenuti vitali, come quello culturale. (Diap. 100) Questa potrebbe sembrare una motivazione politicamente corretta, ma è
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necessario ricordare che in quegli anni anche l’Icom espresse viva preoccupazione per la situazione in cui versavano i musei a causa della crisi: nel 2011, un appello del Presidente dell’Icom, Alberto Garlandini, rivelò tutta la drammaticità di quel momento storico, denunciando la chiusura di spazi culturali, in modo totale o parziale, e la riduzione di orari di apertura e di attività in molti musei7.
I musei civici, in particolare, hanno sofferto in modo pesante le conseguenze della crisi e il museo di Capodimonte, che nasceva, appunto, proprio nel momento più sfortunato, è rimasto immediatamente senza la possibilità di ricevere adeguata manutenzione, perdendo via via prima di tutto la sua efficienza tecnologica, poi anche la più semplice cura ordinaria.
In pochi anni si sono presentati vari tipi di problemi, come alcune importanti infiltrazioni dal tetto, che hanno danneggiato la parete divisoria mobile della sala espositiva “Fanelli”, i cui guasti sono ancora visibili, e hanno reso inutilizzabile per molti anni la mediateca, come si è detto. Con il tempo anche i computers della sala multimediale non sono stati aggiornati e sono diventati obsoleti.
Oltre alla scarsa manutenzione, una seconda criticità riguarda l’assenza di personale fisso, ad iniziare dalla direzione, il cui incarico è conferito per concorso a titolo gratuito, quindi inevitabilmente per un tempo limitato. E’ assente anche il personale di custodia, pertanto l’apertura e l’accoglienza del pubblico è svolta da volontari del servizio civile. Ciò implica vari problemi: per esempio il passaggio tra un servizio civile ed il successivo comporta un periodo vacante in cui il museo resta visitabile solo su prenotazione, e ciò accade non durante l’inverno, cioè quasi in assenza di visitatori, ma a settembre, quando la stagione turistica volge al termine ed è ancora necessario che il museo continui a funzionare a tempo pieno. Ogni gruppo di volontari, inoltre, deve essere formato adeguatamente prima di poter prendere servizio, per cui non è operativo immediatamente e questo crea ulteriori rallentamenti. Un altro problema è la formazione pregressa di ciascun volontario, differente per grado e per tipo, così pure può variare l’attitudine individuale e chiaramente tutto questo si riflette sulla qualità del servizio offerto ai visitatori. I problemi potrebbero essere superati solo dall’assunzione a tempo indeterminato almeno di un addetto alla custodia e all’accoglienza, fornito di adeguata preparazione e che potrà a sua volta formare i volontari.
- L’identità del MNAI (Diap. 102)
7 http://www.simbdea.it/index.php/archivio-news/archivio-news-2011/748-i-musei-al-tempo-della-crisi
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Accanto ai problemi sopra elencati, il museo ha mostrato un’altra criticità che ha in parte contribuito non solo al deterioramento della struttura, ma che ha condotto soprattutto ad una grave perdita di identità del museo.
Se si usasse lo schema di misurazione proposto dai fratelli Kotler per analizzare fattori o situazioni sfavorevoli che possono portare al declino o all’estinzione di un’organizzazione8, sicuramente questo problema dovrebbe essere incluso tra le “minacce gravi”, da ritenere, quindi, uno dei punti di debolezza più preoccupanti del museo.
Fin dalla sua apertura, infatti, il museo ha sofferto di una sorta di “sdoppiamento della personalità” dovuto al fatto che, l’ex mattatoio, dopo il trasferimento della piroga a Roma per il restauro, era stato poi utilizzato come luogo di aggregazione sociale e culturale per la comunità di Capodimonte, con la denominazione di “Centro culturale Vittorio Fanelli”. Una volta deciso di realizzare il museo nell’ex mattatoio, doveva essere chiaro che le due identità, il museo e il centro culturale, non potevano coesistere e che dunque il secondo si sarebbe dovuto trasferire altrove perché in nessun caso il ruolo e le funzioni del museo dovevano essere confuse con quelle del centro culturale. La coabitazione con il “centro culturale” ha causato una serie di conseguenze (Diap. 104-105):
- l’uso inappropriato di una sala espositiva del museo, la sala “Vittorio Fanelli”, messa a disposizione di tutti per le iniziative più disparate, dalle mostre personali ai mercatini di beneficienza. Perfino le iniziative del Comune di Capodimonte venivano promosse menzionando solo il Centro culturale “Vittorio Fanelli” e mai il museo civico che le ospitava.
- il centro culturale aveva messo in secondo piano il museo, soprattutto nei confronti della comunità locale, al punto che molti cittadini, pur partecipando alle iniziative del cosiddetto centro culturale che si svolgevano al suo interno, erano addirittura ignari dell’esistenza del museo.
- si era creato un problema di sicurezza. Il cosiddetto Centro culturale “Vittorio Fanelli” era in una sala espositiva del museo, quindi non separata dalle altre sale; pertanto, la presenza di estranei al suo interno, lasciati in completa autogestione e cui venivano consegnate addirittura le chiavi del museo stesso, ponevano seri problemi di sicurezza per la struttura e per il materiale esposto.
8 Ciappei C., “Il marketing museale”, in Ciappei C., Surchi M., “Cultura. Economia & Marketing”, Firenze University Press, 2010, p. 136
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- Il fatto che la sala espositiva della “bbarka” e della “naue”, cioè la cosiddetta sala “Vittorio Fanelli”, sia stata organizzata anche come sala conferenze è indubbiamente un vantaggio per il museo, ma è stato anche il suo problema, perché è tutt’ora ambita per lo svolgimento di riunioni, conferenze di vario tipo ed altro, a volte completamente slegate dalla vita culturale del museo stesso.
Quando ho assunto la direzione del museo, dunque, circa due anni fa, ho trovato una situazione molto difficile e complessa. I primi sei mesi sono stati dedicati principalmente all’osservazione del funzionamento del museo, in modo da poter individuare le criticità che necessitavano di un rapido intervento. I problemi da risolvere con urgenza erano essenzialmente due: innanzitutto bisognava subito restituire al museo il suo decoro, anche in termini di immagine esteriore, ma il problema ancora più urgente da risolvere era sicuramente, come si è detto, la ricostruzione dell’identità del museo.
Per riuscire nell’intento sono state adottate le seguenti soluzioni (Diap. 106):
- fin dall’inizio si è lavorato all’offerta di “esperienze culturali” che si sostituissero al precedente insieme di manifestazioni organizzate senza un preciso criterio: a tal fine è stato messo a punto un programma di servizi complementari molto eterogeneo, ma ben ponderato e controllato – conferenze, seminari, proiezioni - condensato prevalentemente nei fine settimana; il programma culturale del museo si è aperto anche alla valorizzazione e promozione turistica della città e del territorio, durante il periodo estivo, proponendo visite guidate del centro storico di Capodimonte ed altre escursioni condotte dalla guida turistica autorizzata dalla Regione Lazio, Dott.ssa Vera Risi. Tali proposte turistiche hanno quasi sempre incluso anche la visita al museo, per cui questo ci ha permesso di rendere anch’esso, in modo più chiaro rispetto al passato, una meta turistica di Capodimonte.
- il secondo intervento ha riguardato la capienza della sala, che ho volutamente ridotto. In passato, infatti, si permetteva lo svolgimento all’interno del museo di manifestazioni che potevano accogliere anche un centinaio di persone, ponendo un serio problema di usura degli spazi. Inoltre, le circa settanta sedie precedentemente in uso, non erano solo a disposizione del museo. Ciò comportava che se le sedie occorrevano per manifestazioni esterne, potevano essere spostate in qualsiasi momento, accedendo al museo anche all’insaputa del direttore. Per risolvere questo problema, appena mi è stato possibile ho fatto trasferire tutte le vecchie sedie presso le ex Scuderie farnesiane e ho acquistato 30 sedie nuove ad uso esclusivo del museo; infine ho limitato lo spazio conferenze solo ad una metà della sala, in modo da poter avere maggiormente sotto controllo lo spazio e consentire anche altre attività in
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contemporanea, sfruttando l’utile parete divisoria mobile, ideata dai progettisti del museo. Le conferenze o le manifestazioni che si prevede possano richiamare un vasto pubblico, quindi, sono state tutte trasferite presso le ex Scuderie farnesiane.
Nel complesso, lo sforzo comunicativo del museo mediante la creazione dei servizi complementari ha prodotto ottimi risultati e ritengo che abbia finalmente restituito al museo la sua corretta immagine, perché, come ha ben evidenziato Cristiano Ciappei, docente di Strategia e Valore d’Impresa dell’Università degli Studi di Firenze: “Se i musei sono nati come luoghi in cui esporre e conservare oggetti rari, attualmente sono chiamati ad assolvere un ruolo ben più complesso: sono infatti non solo centri di produzione e diffusione delle conoscenze, ma sono anche erogatori di esperienze 9”.
Nel contempo, d’accordo con l’Amministrazione comunale, per interrompere l’uso infelice del museo come centro culturale autogestito si è iniziato a limitare sempre di più tutte quelle manifestazioni che non erano compatibili con il piano dei servizi complementari del museo, ma questa non è stata un’operazione né veloce né semplice né indolore: sono dovuti trascorrere 18 mesi per ottenere i primi risultati, durante i quali si sono verificati alcuni momenti di crisi che in un paio di occasioni mi stavano conducendo a decidere di lasciare il mio incarico prima del triennio che mi sono prefissa.
Ad un certo punto, lo scorso anno ho deciso di ricorrere all’aiuto della Dottoressa Patrizia Petitti, insieme alla quale ho chiesto un colloquio al Vicesindaco e Assessore alla Cultura, Angela Catanesi, la quale si è mostrata molto sensibile all’argomento ed ha poi contribuito notevolmente al superamento di alcuni problemi. Dopo questo incontro abbiamo dato una svolta decisa alla situazione precedente, ma i problemi non sono ancora del tutto risolti. Sono rimaste ancora delle resistenze da parte di alcuni membri della comunità, abituati alle facili concessioni precedenti, talvolta sfociate in reazioni anche eccessive, di cui si è dovuta occupare perfino la stampa locale, ma pian piano, con la collaborazione dell’Amministrazione, si sta cercando di far comprendere a tutti che il museo civico di Capodimonte deve poter svolgere le sue funzioni come ogni altro museo, senza continue interferenze esterne. E’ opportuno evidenziare che il cambiamento di rotta è stato facilitato dal fatto che il Comune di Capodimonte possiede altri spazi destinati ad attività culturali: le già citate ex Scuderie farnesiane, per esempio, citate più volte, splendido monumento rinascimentale, comunemente noto come “Cascina” (Diap. 108). Non sono ancora totalmente ristrutturate ma potrebbero essere utilizzate, e in parte, da qualche tempo lo sono già, in interconnessione con il museo civico, e inoltre potrebbero
9 Ciappei C., op. cit., p. 147
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svolgere quella funzione di spazio culturale comunitario cui era stato destinato, in precedenza, l’ex mattatoio comunale, prima di essere trasformato in museo.
E’ auspicabile che anche la biblioteca (Diap. 109), con il suo piccolo spazio per conferenze, possa accogliere altri eventi culturali, anch’esso in interconnessione con il museo civico.
PROGETTI IN ATTO E PROGETTI FUTURI
Fortunatamente, nonostante il semi-abbandono in cui versava il museo fino al 2016, la qualità del suo progetto tecnico/scientifico è talmente elevata da costituire di per sé un patrimonio indistruttibile. Ripartire da una base così solida ha enormemente facilitato il lavoro sugli aspetti gestionali. Uno punti di forza del museo, infatti, è indubbiamente il suo progetto espositivo duttile (Diap. 110): la sua struttura narrativa permette di rispondere a domande lasciate volutamente aperte o di fare integrazioni e rielaborazioni in svariati modi, e questo consente di superare uno dei difetti peggiori per un museo, cioè la staticità.
Come ho accennato, il primo anno è stato soprattutto un periodo di osservazione e di ascolto delle esigenze dei visitatori (Diap. 111). A questo scopo è stato utilizzato un questionario in varie lingue, finalizzato alla profilazione dell'utenza e al grado di soddisfazione, che abbiamo chiesto al pubblico di compilare al termine della visita, e che mi ha fornito delle utili indicazioni sulle azioni da compiere per risolvere i problemi del museo, in particolare nell’ambito della comunicazione e in quello del marketing. Quello che è emerso finora dai questionari, tuttora in esame (ma anche da colloqui diretti compiuti al termine delle visite) è, da un lato, l’apprezzamento per i contenuti del museo, dall’altro la richiesta di arricchire il museo di altri contenuti relativi alle tematiche trattate (soprattutto fotografie, video).
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Gli obiettivi già raggiunti (Diap. 112)
- La Comunicazione sul web
I primi interventi hanno riguardato innanzitutto la comunicazione sul web che ho dovuto costruire totalmente, in quanto il museo non era presente su alcun tipo di canale sociale. Un alto grado di comunicazione del museo (Diap. 113), infatti, è essenziale e deve essere favorito da diversi strumenti e tecniche, opportunamente integrati all’interno di un piano di comunicazione coerente. E’ stato necessario creare uno spazio d’azione virtuale che desse immediata visibilità al museo, inserendolo nella rete di contatti che avevo acquisito nei precedenti quattro anni, nel mio lavoro di coordinatrice dell’Associazione Nazionale Piccoli Musei. Il battesimo dell’account Twitter @MuseoPiroga (Diap. 114) è stato eccezionale in quanto il primo atto è stato partecipare alla MuseumWeek del 2016. Quell’anno parteciparono 3.500 musei di 75 paesi e furono 664.000 i tweet con l’hashtag #museumweek. In Italia, i musei che risultarono più attivi durante la settimana dei musei furono: il Museo Archeologico di Cagliari, l’Ufficio Beni Archeologici della Provincia di Trento, i Musei Civici di Roma e, in quarta posizione, il Museo della Navigazione nelle Acque Interne! In poco tempo riuscii ad ottenere un gran numero di followers. Attualmente ne conta che conta 1511.
Prima della creazione degli account social, però, fu necessario realizzare il sito web (Diap. 115). Stefano Manetti stava già lavorando alla creazione del sito web del museo, ma per aumentare rapidamente il potere comunicativo del museo ho voluto dare la preferenza ad un sito/blog creato ex novo, in quanto il modello del blog è sicuramente la soluzione migliore per effettuare un costante aggiornamento delle news e per interfacciarsi con il proprio pubblico. Come ha ben scritto, di recente,
COMUNICAZIONE
Sito web/blog
Comunicazione social (Twitter, Facebook, Google+, Instagram e Youtube)
Mailing list
Pubbliche relazioni
Servizi complementari
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Marina Lo Blundo, nel suo blog “Generazioni di archeologi”10 (Diap. 116) il blog dei musei, in particolare, “consente di raggiungere una categoria difficilmente raggiungibile in altro modo: il non pubblico, ovvero il pubblico potenziale, quello che vivendo fisicamente lontano non può venire a visitare il museo, ma che, se il blog comunica bene con lui, alla prima occasione utile lo visiterà perché sarà come sentirsi a casa”. In un prossimo futuro si pensa di utilizzare il sito blog creato da Stefano Manetti, incorporando al suo interno il blog, ma sarà fondamentale poter continuare ad aggiornare le news in tempo reale e produrre conoscenze sempre nuove mediante articoli, recensioni, interviste, che attraggano sempre l’attenzione degli utenti. Un sito statico non può certo produrre gli stessi effetti di engagement rispetto ad un sito dinamico.
Insieme al sito/blog, già da due anni sono stati creati, oltre all’account Twitter, anche la pagina Facebook, gli account Google + e Instagram e infine il canale Youtube.
Alla pagina Facebook, che ha più di 900 like, è collegato il gruppo pubblico “Amici del MNAI” che ha la funzione di creare un maggiore empatia con i nostri followers.
L’immagine che è stata scelta per la pagina Facebook è un inchiostro acquerellato (Diap. 118) del 1794 che rappresenta uno scorcio del lago di Bolsena, conservato al Tate di Londra, la stessa utilizzata anche per l’account Twitter. Ho scelto questa immagine per caratterizzare i nostri social, perché mostra come queste zone siano state amate, fin dai secoli passati, anche dai viaggiatori stranieri, e questo rafforza la consapevolezza che il nostro territorio sia capace è capace, anche ora, di attrarre l’interesse della gente di tutto il mondo e di incuriosirla per tutto ciò che di antico o di nuovo può ancora offrire.
- Servizi complementari
Naturalmente il potere comunicativo di un museo è efficace se il museo ha qualcosa da comunicare, per cui oltre alle novità che riguardano la core activity del museo, ovvero nuove installazioni, nuovi servizi, ecc., si è detto che è stato necessario lavorare anche alla programmazione di un’offerta di esperienze culturali (Diap. 119-124). Sono stati organizzati, in circa 18 mesi, più di 50 iniziative, tra le quali molte conferenze e proiezioni, ma anche iniziative finalizzate a stimolare la partecipazione attiva dei cittadini, nell’ottica di un programma di apprendimento permanente degli adulti, mediante seminari e laboratori per lo sviluppo di capacità sensoriali. Si è cercato, inoltre, di fare del museo anche un luogo di incontro delle arti, accogliendo
10 https://generazionediarcheologi.com/2017/09/04/perche-ogni-museo-dovrebbe-avere-un-blog/
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esperti di musica e scrittori. Abbiamo accolto quattro presentazioni di libri, in un caso anche di una scrittrice esordiente, Roberta Mezzabarba.
Nell’organizzazione dei servizi complementari bisogna essere sufficientemente realistici da comprendere che il bacino di utenza di Capodimonte, vista anche la sua collocazione periferica, non può essere quello di altri centri maggiori, pertanto il fatto di non vedere sempre il museo affollato non deve essere considerato un problema. Tuttavia, da un lato possiamo dire di aver aumentato del 70% le visite al museo nel corso del 2017 (Diap. 125), dall’altro, per quanto riguarda la programmazione culturale, il fatto di poter contare su un piccolo pubblico di affezionati, sia locali che esterni alla comunità, a mio avviso è un ottimo risultato perché ciò significa che si sono saputi individuare i temi e il tipo di esperienza culturale che almeno una parte del pubblico desidera; inoltre i servizi complementari mantengono in attività il museo soprattutto nei periodi in cui il flusso turistico è quasi del tutto assente, durante l’autunno e l’inverno. Nella scelta delle esperienze culturali, che siano conferenze a tema storico, archeologico o antropologico, documentari, proiezioni di grandi concerti o balletti, oppure programmi di educazione permanente, il criterio usato è stato quello di garantire una elevata qualità scientifica, culturale e artistica, affidandosi sempre ad autorevoli studiosi ed esperti. La fascia media d’età di coloro che fruiscono dei servizi complementari è tra i 40 e i 65 anni. E’ molto più difficile coinvolgere i giovani, i cui interessi si indirizzano verso altri tipi di svaghi, ma stiamo iniziando ad esplorare alcune strategie che ci consentiranno di attrarre nuove frange di utenti.
- Il rapporto con i media (Diap. 123)
Buona parte della comunicazione del museo, dunque, è rivolta a portare il pubblico a conoscenza delle opportunità che qui si offrono. Ogni evento viene promosso tramite un comunicato stampa e viene creata un’apposita immagine promozionale, poi usata nella locandina ufficiale. Innanzitutto per una efficace promozione sono fondamentali i rapporti con i media; abbiamo conquistato un rapporto di fiducia con i principali organi di informazione locali, fornendo loro i comunicati stampa ufficiali con precisione e ricchezza di dettagli. Grazie al corretto rapporto con la stampa, abbiamo ricevuto varie richieste di interviste (Diap. 124) che ci hanno aiutato in maniera efficace ad aumentare la visibilità del museo. Il nuovo sito d’informazione fondato dalla giornalista Caterina Berardi, La Rotta, ha scelto di avere perennemente in prima pagina il logo del museo, in quanto esempio di museo locale moderno e dinamico, al servizio della gente. Anche importanti riviste culturali locali, come “La Loggetta”, ci hanno dedicato spazio, soprattutto con un recente articolo di Piero Carosi intitolato: “Aria nuova al museo”, pubblicato proprio pochi giorni fa. Ciò significa che il
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rinnovamento è stato chiaramente percepito e ci rassicura sull’efficacia delle azioni fino ad oggi messe in atto.
Nelle pubbliche relazioni del museo, intese come l’insieme delle attività rivolte alla cura e alla reputazione di un’organizzazione11, si possono includere, oltre che i rapporti con la stampa anche le collaborazioni con le istituzioni e gli altri musei del territorio, di cui si tratterà più dettagliatamente in riferimento agli obietti già raggiunti e a quelli futuri. “Le relazioni pubbliche forniscono il “collante” necessario per costruire e consolidare l’identità del singolo museo12”, ragione per cui tanta importanza è stata data alle azioni da compiere in questo settore.
- La mailing list
Oltre ai rapporti con i media e alle varie forme di comunicazione sul web, è fondamentale riuscire a raggiungere anche coloro che non sono presenti sui social networks. A questo scopo utilizziamo la nostra mailing list che ci consente di diffondere i nostri comunicati e di tenere costantemente informati tutti coloro che ce lo richiedono.
- Strategie di marketing (Diap. 125)
E’ importante sottolineare che tutti gli eventi sono stati finora realizzati a costo zero. Il Comune di Capodimonte non ha mai dovuto spendere un solo euro per i servizi complementari del MNAI e credo che questo sia stato un buon risultato perché ha
11 Mancuso R., “Le relazioni pubbliche per il museo moderno”, in Fizz – idee e risorse per il marketing culturale, luglio 2003, p. 1
12 Ibidem
Marketing
Nuovo logo
Bookshop
Guida del museo su applicazione
Servizi/segnaletica
Sala di consultazione multimediale
Cineteca
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permesso sia al Comune che al museo civico, di poter offrire una nuova immagine di sé, più dinamica e al passo con i tempi, recuperando il tempo perso durante gli anni bui della crisi. Ad eccezione del primo evento organizzato al museo in occasione della Notte Internazionale dei Musei, svoltosi nel giugno del 2016, per il quale necessitavo di attrarre più persone possibili, per il resto i proventi della biglietteria sono sempre stati utilizzati solo per migliorare i servizi al pubblico del museo e mai per gli eventi culturali.
Gli aspetti inerenti le strategie di marketing si sono concentrati sull’immagine del museo (Diap. 126), cioè su come questo deve essere recepito non solo dai visitatori, ma dal pubblico in generale. Il primo intervento ha riguardato il logo (Diap. 127). Fino al 2016 è stata usata soltanto l’immagine stilizzata della già citata olla tardo-geometrica della fine dell’VIII sec. a. C., che faceva parte del corredo della tomba 24 della necropoli di “Olmo Bello”, una delle varie aree funerarie che circondano il Monte Bisenzio. La scena dipinta sull’olla nel tipico stile lineare dell’arte geometrica, usata come logo, riproduce una imbarcazione stilizzata sulla quale tre uomini remano in piedi. Il nuovo logo del museo, creato dalla sottoscritta, vuole rappresentare graficamente il legame del museo con il lago di Bolsena e quindi con l’elemento acqua. Si è scelto, dunque, di usare non il suo acronimo ma il nome del museo per intero, creando un’onda grafica con la parola “Navigazione”. Sullo sfondo blu, i caratteri bianchi incorniciano l’elemento figurato in rosso che riproduce il vecchio logo del museo e ne richiama il carattere archeologico
Dopo il logo, grande attenzione è stata posta nell’allestimento dei servizi accessori (Diap. 128): il piccolo angolo bookshop, lo spazio di sosta per i visitatori, l’angolo gioco per i bambini ed altri servizi utili come il guardaroba e il fasciatoio. Lo scopo dei servizi accessori è innanzitutto quello di rendere il museo più accogliente e gradevole, ma ha anche un’altra finalità molto importante, cioè prolungare la durata della visita. Maggiore sarà il tempo che i visitatori vorranno trattenersi nel museo, più profonda sarà la loro esperienza, incentivandone il ritorno13.
L’angolo bookshop (Diap. 129) è stato creato all’ingresso del museo, accanto alla biglietteria, con un semplice ripiano sospeso e alcune mensole in legno chiaro che si armonizzano con il materiale e i colori già esistenti. In questo spazio i visitatori possono acquistare le pubblicazioni in dotazione al MNAI: il già citato volume “Sul filo della corrente” e le schede di approfondimento sui contenuti del museo in italiano e in inglese, pubblicazioni create in occasione della inaugurazione del museo. Si sta
13 Ciappei C., op. cit., p. 127
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lavorando anche alla creazione di oggetti per il merchandising del museo, in collaborazione con l’artista capodimontano Roberto Bellucci.
Dallo scorso anno il museo è stato dotato anche di una guida su applicazione (Diap. 130) per dispositivi mobili, grazie alla generosa disponibilità di Antonio Ca’ Zorzi, titolare della società parigina Blue Lion Guides. Per ora l’applicazione, che è totalmente gratuita, è scaricabile solo su I-phone e I-pad, ma, se il Comune di Capodimonte riuscirà a destinare delle risorse al progetto, vorremmo estenderla agli smartphone e creare la versione audio in italiano e in inglese, molto utile anche per abbattere le barriere sensoriali. La guida ora disponibile, contenuta nell’applicazione, riguarda non solo la descrizione del museo, ma anche qualche notizia utile per visitare Capodimonte e il suo territorio. I testi sono della sottoscritta con un contributo della storica locale, Professoressa Felicita Menghini.
Lo spazio sosta (Diap. 131) per i visitatori è non solo utile dal punto di vista pratico, in quanto consente alle persone di rilassarsi dopo la visita, usando il wi-fi gratuito messo a loro disposizione per collegarsi ad Internet o leggendo libri e pubblicazioni varie offerte gratuitamente, ma è esemplificativo del grado di accoglienza del museo, insieme ad altre piccole attenzioni riservate ai visitatori: per le famiglie con i bambini abbiamo organizzato un piccolo spazio gioco (Diap. 132) che include una lavagna e dei tavolini sui quali i piccoli visitatori trovano album da disegno e colori da usare liberamente.
Le famiglie con neonati al seguito possono disporre di un utile fasciatoio.
Il pubblico può anche fruire della sala di consultazione informatica (Diap. 133), già nel progetto originario, dove è possibile accedere a pubblicazioni, immagini e video, e alla cineteca, che accoglie una selezione di documentari e film che riguardano il territorio e le tematiche del museo. Chi desidera può richiedere al museo la proiezione dei filmati per gruppi fino a trenta persone, la capienza massima della sala.
L’accoglienza ai visitatori si esprime anche attraverso gesti simbolici come il dono (Diap. 134): ai bambini che vengono in visita con i propri famigliari, riserviamo un piccolo omaggio: il quadernino didattico del museo oppure un pelouche.
- Gli interventi sul percorso espositivo (Diap. 135)
Apparato didascalico)
Si è detto che i curatori desideravano che nella sala della piroga non fossero presenti allestimenti informativi perché l’attenzione dei visitatori doveva concentrarsi solo sulla visione della piroga. Da questo punto di vista ho deciso di apportare delle
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modifiche, per cui, interrompendo l’originaria assenza di didascalie, nella sala della piroga è stato posto un grande pannello che riporta una carta del lago di Bolsena (Diap. 136) illustrante i principali rinvenimenti archeologici avvenuti nel comprensorio, risalenti a varie epoche storiche, dalla protostoria all’età romana. Il pannello permette anche di avere informazioni riguardo la variazione, nel corso dei secoli, del livello del lago. La sua realizzazione è potuta avvenire grazie ad una donazione privata, altro esempio di collaborazione virtuosa dei cittadini con il museo. Una studiosa locale, la Professoressa Rosella Di Stefano, ha destinato una parte dei proventi di una sua pubblicazione per la creazione del pannello. La realizzazione e la stampa sono state curate da Antonio Di Stefano.
Gli autori sono, oltre alla sottoscritta, la stessa Professoressa Di Stefano e il Dott. Pietro Tamburini, direttore del Museo Territoriale del lago di Bolsena e coordinatore del SiMuLaBo, il Sistema museale del lago di Bolsena.
Oltre a questo pannello si spera di poterne presto realizzare altri per una migliore comprensione della morfologia della piroga e per un confronto con l’altra piroga ancora sommersa.
La saletta tattile
La saletta tattile, già mediateca, accoglie, ora, come accennato la Collezione Piero Carosi di pesi da rete. L’idea è di progettare un nuovo spazio espositivo che dalla navigazione, sposterà l’attenzione ad una delle attività più importanti di molte zone lacustri e fluviali dell’Italia centrale, cioè la pesca.
La saletta tattile al momento è oggetto di una tesi di laurea (Diap. 137), come sopra accennato, grazie alla collaborazione con l’Università della Tuscia e, in particolare, con la Prof.ssa Paola Pogliani, docente di Museologia e Didattica museale. La tesi specialistica è svolta dalla Dott.ssa Gloria Gubbiotto nell’ambito della Cattedra di Paletnologia, pertanto il relatore sarà il Prof. Gian Maria Di Nocera e correlatrice la Prof.ssa Pogliani.
La Dott.ssa Gubbiotto sta ultimando il primo capitolo e inizierà a breve il suo lavoro di ricerca sull’allestimento della saletta tattile. L’idea è quella di sviluppare il tema dell'accessibilità in due direzioni: facilitare la comprensione delle informazioni e renderle quindi accessibili al tipo di pubblico al quale la saletta è principalmente destinata, ovvero bambini e ragazzi delle scuole, e fornire un'esperienza sensoriale anche a non vedenti e non udenti. L'allestimento potrebbe quindi prevedere, oltre ai reperti archeologici, come i pesi da pesca, che possono essere toccati e confrontati, pannelli tattili e, qualora ci fosse la possibilità, un video in cui i reperti stessi prendono
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vita e si raccontano. Si sta pensando, inoltre, ad un percorso che coinvolga, oltre alla saletta tattile, anche le altre sale del museo, destinato a visitatori appartenenti ad una precisa fascia di età che dovrà essere stabilita nel corso della preparazione della tesi.
Postazione video
E’ proprio di questi ultimi giorni l’installazione di una postazione video, collocata presso la zona espositiva della “Sala Fanelli” che accoglie la barca tradizionale del lago di Bolsena. La nuova postazione video permetterà ai visitatori di osservare la barca anche in movimento, grazie alla visione del documentario “L’ultimo mastro d’ascia”.
Miglioramenti vari
E’ stata apposta una nuova segnaletica interna (Diap. 138-140) per indicare i servizi a disposizione del pubblico. Sono state acquistate le tende oscuranti (Diap. 141) che permettono non solo di svolgere le proiezioni in condizioni di forte luce esterna, ma anche di proteggere la barca da Posta Fibreno dai raggi solari che rischiavano di comprometterne la conservazione. Come sempre, in questi casi, è stata preziosa la collaborazione dei volontari e un ringraziamento speciale va al consigliere Tonino De Rossi che non si è risparmiato per sistemare tutte le tende oscuranti della sala “Vittorio Fanelli”.
Le collaborazioni (Diap. 142)
Durante l’anno accademico 2016/17 gli studenti di Architettura del terzo anno nel corso dell’atelier “Architettura degli Interni” del Politecnico di Torino (Diap. 143-144), condotto dalla Prof.ssa Valeria Minucciani, hanno svolto le loro esercitazioni avendo come oggetto il museo di Capodimonte e le ex Scuderie farnesiane. In particolare i progetti si sono incentrati su idee per lo spazio destinato ai bambini e al bookshop. La creatività degli studenti ha portato a soluzioni non solo accattivanti e divertenti, ma anche funzionalmente versatili e disponibili per attività diverse.
Altri progetti sono stati rivolti all’ipotesi di una sopraelevazione del museo stesso, ed ha prodotto idee di grande interesse e suggestione, molto apprezzate anche dall’Amministrazione comunale di Capodimonte.
Infine un terzo gruppo di studenti ha lavorato all’ipotesi di un nuovo museo da realizzare presso le ex Scuderie farnesiane.
Tutti i progetti sono stati presentati dalla stessa Professoressa Valeria Minucciani e dalla sua assistente, Dottoressa Maddalena Margaria, quindi esposti in una mostra organizzata presso le ex Scuderie farnesiane, lo scorso luglio.
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Altre collaborazioni sono state messe in atto per la creazione dei servizi educativi (Diap. 145) del museo. L’offerta didattica per la scuola primaria e secondaria di primo grado è stata in parte realizzata in collaborazione con la Dottoressa Valentina Treviso, archeologa ed esperta di didattica. Altre proposte educative rivolte alle scuole superiori sono state progettate nell’ambito del Laboratorio sull’audiovisivo che nasce da un’idea di Maurizio Pellegrini e di Ebe Giovannini, e che cerca di valorizzare il patrimonio audiovisivo del museo e di promuovere l’acquisizione e la produzione di altro materiale. Il Laboratorio sull’audiovisivo è aperto anche ad esperienze di Alternanza Scuola Lavoro, e ad esso si appoggia la Cineteca che rende disponibile la visione di documentari e filmati per le scuole.
L’azione educativa del museo si sviluppa anche mediante la collaborazione con le istituzioni museali vicine (Diap. 146). E’ necessario premettere che purtroppo il museo non fa parte del Sistema museale del Lago di Bolsena, perché non ha i fondi necessari per effettuare l’iscrizione annuale, tuttavia non è un museo isolato, ma fortunatamente interagisce con i musei vicini. Lo scorso autunno, in collaborazione con i direttori del Museo della Preistoria della Tuscia e della Rocca Farnese di Valentano e del Museo del Fiore di Acquapendente, Dott. Fabio Rossi e Dott. Gianluca Forti, abbiamo collaborato alla realizzazione di un seminario interattivo dal titolo “Si fa presto a dire quercia”, che è stato il primo progetto realizzato insieme. A questo seguiranno, nel corso di quest’anno, alcune attività didattiche rivolte alla scuola elementare di Capodimonte, in collaborazione anche con il Dott. Marco D’Aureli, direttore del Museo del Brigantaggio di Cellere.
Dal 2016 è in atto una collaborazione sulle attività didattiche per le scuole collegate con il “Progetto Bisenzio” (Diap. 147), condotto dal Dott. Andrea Babbi nell’ambito del programma di ricerche del Museo centrale romano-germanico di Magonza.
I contatti del museo con le altre realtà culturali del territorio si manifestano anche con la partecipazione a studi e ricerche (Diap. 148). Anzi, si può affermare che la produzione scientifica, insieme alle attività culturali ed educative del museo, rappresenta una parte fondamentale della gestione perché un museo non è tale se è incapace di una propria produzione culturale14. A tale proposito, è in corso di pubblicazione su “Incunabula”, Miscellanea di studi e ricerche sul territorio del lago di Bolsena, diretta da Marcello Rossi e redatta da Pietro Tamburini, uno studio della sottoscritta sul fenomeno dello scavo clandestino a Capodimonte, basato principalmente su ricerche condotte nell’archivio della Soprintendenza per l’Etruria
14 Pinna G., “Fondamenti teorici per un museo di storia naturale”, Milano 1997, p. 47
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meridionale e sulla documentazione del processo Evangelisti, cui ho potuto accedere grazie a Daniela Rizzo e a Maurizio Pellegrini.
Altri studi su materiali archeologici inediti da Capodimonte, sono attualmente in corso, da parte della sottoscritta, presso i depositi del Museo Nazionale Etrusco, a Viterbo.
Si è già fatto cenno alla collaborazione con l’Università della Tuscia riguardo l’allestimento della saletta tattile.
Altre collaborazioni sono in atto con singoli specialisti o con organizzazioni private. Da oltre un anno è in corso una proficua collaborazione con i musicologi Dott.ssa Maria Morena Lepri e Prof. Alberto Pélissier (Diap. 149-150), con i quali sono state organizzate molte iniziative dedicate alla grande musica, con l’intento, come si è detto, di mettere a disposizione della comunità efficaci occasioni di educazione permanente nel campo dell’arte. E’ in corso una collaborazione con il Dottor Raffaele Donno (Diap. 151), presidente di Archeotuscia ed esperto di antropologia culturale, il quale sta svolgendo un laboratorio di tamburello salentino che ci riporta alle antichissime origini della musica, con lo scopo anche di creare occasioni di aggregazione sociale. E’ da poco iniziata una collaborazione con l’associazione Ars Vivendi (Diap. 152), con sede a Roma, presieduta dalla Dottoressa Patrizia Eliso, con la quale sono in programma varie iniziative culturali che si svolgeranno durante il 2018, e con l’Associazione Amici del Presepe Subacqueo di Capodimonte, che sta collocando nel museo il plastico/acquario che riproduce Capodimonte (Diap. 153) con il lago e l’installazione subacquea che accoglie non solo il presepe, realizzato 25 anni fa dall’artista Catia Cutugni, ma anche la stella cometa da guinness dei primati, in quanto la più grande mai realizzata. Una collaborazione è in corso anche con l’Avv. Stefano Marini Balestra, Commissario Straordinario della Sezione Lago di Bolsena della Lega Navale Italiana (Diap. 154).
L’impegno del museo fuori dalle sue mura si esplica anche attraverso le attività della sezione di Capodimonte del Gruppo Archeologico Romano (Diap. 155), che ha eletto la sua sede operativa nel museo civico. Il museo ha così l’opportunità di svolgere un’azione di salvaguardia e di valorizzazione del patrimonio archeologico presente nel territorio, a supporto delle istituzioni preposte alla tutela, prime fra tutte la Soprintendenza archeologica per l’Etruria meridionale.
In alcuni casi sono state accolte anche proposte di iniziative culturali presentate da singoli cittadini: tra queste, per esempio, il concorso letterario ideato e organizzato lo scorso dicembre, presso le ex Scuderie farnesiane, dall’artista Pietro Pannucci, “Cos’è
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l’arte per l’animo umano”, con l’obiettivo di promuovere la scrittura e, in particolare, la manualità della scrittura.
Incremento dei visitatori (Diap. 156)
Dalla sua apertura, il museo è stato visitato da 2.134 persone, delle quali 542 solo negli ultimi 18 mesi. Come si è detto, l’incremento è stato del 70%, ma il dato interessante riguarda l’aumento dei biglietti interi rispetto a quelli ridotti. Ciò significa che mentre in precedenza l’afflusso di visitatori riguardava soprattutto le scolaresche, ora si registra un aumento di visitatori volontari adulti, dato che conferma l’efficacia delle strategie di comunicazione adottate per dare visibilità al museo. Purtroppo, poiché in precedenza non sono state fatte rilevazioni sul pubblico, non è stato possibile fare altri confronti tra i singoli anni passati e gli ultimi due, monitorati grazie all’utilizzo dei questionari.
Obiettivi futuri
- Innanzitutto ci si propone di risolvere i problemi tecnici che ancora penalizzano l’efficienza del museo, ad iniziare dalla riparazione dei monitor posti nella sala dei modellini, e l’aggiornamento di tutti i computers della sala di consultazione informatica. In questa sala, stante la collaborazione già in atto con l’Università della Tuscia, si è pensato alla creazione, con l’aiuto dei tirocinanti universitari, di un database che potrà poi essere consultato dal pubblico sia in occasione della visita al museo che a prescindere da essa.
- Attualmente sono anche in preparazione i pannelli fotografici che illustreranno la vita dei pescatori dai primi del Novecento ai giorni nostri e che avranno la loro collocazione accanto alla barca tradizionale del lago di Bolsena. Grazie all’aiuto del Prof. Lido Rossi, un ex insegnante di Capodimonte, ho potuto recuperare moltissime fotografie antiche che furono utilizzate, negli anni ’70, per l’allestimento della mostra “Come eravamo…” e per la pubblicazione del libro dallo stesso titolo. Alcune di queste bellissime foto ho già iniziato ad esporle presso le ex Scuderie farnesiane.
- Uno dei prossimi progetti sarà anche l’allestimento didascalico e fotografico della sezione espositiva in cui è esposta la “naue”. A tal fine si provvederà a raccogliere la documentazione che ci permetterà di illustrare, anche fotograficamente, la storia dell’imbarcazione da Posta Fibreno unitamente a delle informazioni anche sul luogo in cui era esposta prima di essere trasferita nel nostro museo, lo Stabilimento
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Ittiogenico di Roma. Essendo questo un angolo poco illuminato e non potendo esporre la barca ai raggi solari (a tal fine le finestre sono state opportunamente oscurate), è previsto il miglioramento dell’illuminazione mediante la collocazione di una luce led vicino alla “naue”.
- Le didascalie presenti nelle sale espositive del museo sono solo in italiano, pertanto sarà necessario aggiungere anche la versione almeno in inglese. E’ vero, infatti, che il museo dispone di utilissime schede di approfondimento sia in italiano che in inglese, ma queste sono usate dai visitatori soprattutto dopo e non durante la visita. Per i visitatori stranieri che desiderano condurre una visita autonoma, potrebbe essere utile mettere a disposizione l’applicazione per dispositivi mobili cui si è fatto cenno (per ora fruibile solo nella sua versione base) quando si riuscirà ad effettuare l’ampliamento con la versione audio in italiano e in inglese.
- A proposito della possibilità per tutti i visitatori, italiani e stranieri, ma soprattutto per i disabili, in particolare per i non vedenti, di svolgere una visita autonoma, è assolutamente necessario che il museo si doti degli strumenti e degli ausili necessari. Già due anni fa ho preso contatto con l’Unione Italiana Ciechi che effettuò un sopralluogo e mi aiutò ad elaborare un progetto per una richiesta di finanziamenti regionali, ma purtroppo non siamo rientrati tra i progetti finanziati. Il progetto prevedeva, tra l’altro, la creazione di modellini tattili, postazioni sonore, l’abbattimento delle barriere architettoniche e altri ausili lungo il percorso di visita. L’obiettivo permane e mi auguro che si possa presto raggiungerlo con un finanziamento regionale o europeo.
- Per aumentare la capacità del MNAI di comunicare e di rendersi visibile, sarà opportuno migliorare anche la segnaletica esterna a livello urbano, al momento inesistente. Durante l’estate, nel frattempo, sono state apposte le bandiere fuori dall’edificio, che prima non erano presenti, e che, oltre a sottolineare l’istituzionalità del museo civico, ne evidenziano la presenza, non sempre chiara allo sguardo dei passanti. Inoltre ho apposto un cartello esterno che illustra i servizi offerti dal museo e che dispone di QR-Code per accedere al sito web e all’applicazione per dispositivi mobili.
- Prima della scorsa estate, ho elaborato e fatto stampare un certo numero di depliant informativi (Diap. 157), in italiano e in inglese, ma bisognerà provvedere a produrre altre copie per la prossima stagione, già da questa primavera. I fondi che si possono utilizzare, purtroppo, sono solo quelli della biglietteria e questo è un punto di debolezza del MNAI.
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- La ricerca di finanziamenti pubblici e privati sarà ugualmente uno degli obiettivi da considerare nei prossimi mesi. Dopo aver lavorato al superamento dei problemi più urgenti ed essere riusciti ad entrare nell’Organizzazione Museale Regionale (Diap. 158), questo è il momento di dedicare tempo ed energie anche a questo importante aspetto, fondamentale per raggiungere obiettivi ancora più ambiziosi. Tuttavia, i finanziamenti pubblici possono riguardare singoli progetti, ma il museo ha bisogno di ricevere anche un sostentamento costante. La mia speranza è che il Comune di Capodimonte ampli il proprio impegno finanziario in ambito culturale, tenendo conto che il museo non consiste in una esposizione statica di oggetti. Ogni museo è un organismo attivo che ha bisogno di vivere e di svilupparsi incessantemente in vari modi; in caso contrario, smette di essere utile ed è destinato ad estinguersi (Diap. 159). Sarebbe necessario, dunque, che il bilancio comunale prevedesse fondi annuali, anche minimi ma costanti, da destinare al museo per le proprie attività scientifiche ed educative. Infatti, se ho dimostrato che i servizi complementari possono essere organizzati anche a costo zero, ciò non è possibile per le core activities del museo, ovvero per tutte le principali funzioni che un museo deve svolgere per essere tale: conservazione, esposizione e ricerca. Un investimento da parte del Comune anche solo di poche centinaia di euro l’anno può portare enormi benefici finanche in termini di ritorno economico, perché solo un museo in grado di rinnovarsi e di fare ricerca, può attrarre un pubblico sempre più ampio. Lo stiamo facendo, ma faticosamente e troppo lentamente. Ora che si sta uscendo pian piano dalla difficile recessione economica, c’è bisogno di investire di più non solo su effimeri eventi stagionali, ma sul patrimonio culturale permanente.
CONCLUSIONI
Capodimonte ha l’enorme vantaggio di possedere un museo con caratteristiche distintive che gli conferiscono una posizione privilegiata nell’ambito dell’offerta museale di questo territorio e quindi, in termini di marketing, possiamo affermare che il museo possiede potenzialità molto elevate per attrarre un pubblico sempre più ampio (Diap. 159). Quest’anno, per esempio, siamo stati scelti per le Giornate del FAI insieme all’Isola Bisentina (Diap. 160); ci giungono richieste di visite guidate per gruppi provenienti anche da regioni molto distanti. Tutto questo dimostra che la nostra visibilità è in crescita.
Vista la tematica e l’ampiezza geografica abbracciata dall’esposizione, il museo di Capodimonte supera la dimensione locale ed ha piuttosto valore transregionale (Diap. 161), e questo è un grande vantaggio su cui è necessario puntare. Eliminando o riducendo le principali criticità, nel corso degli ultimi due anni sono stati evidenziati
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i punti di forza e le attrattività del museo che ora, però, devono essere difese e mantenute.
Mi ritengo soddisfatta dei risultati fin qui ottenuti, nonostante le scarsissime risorse a mia disposizione. Sarei felice di concludere il mio triennio, certa di aver reso il museo di nuovo attivo, produttore di opportunità, inoltre capace di sviluppare e capitalizzare tali opportunità non solo in senso economico ma anche sociale. Questo è uno dei più importanti obiettivi che sarà necessario continuare a perseguire, affinché il museo possa svolgere “la funzione di istituzione in cui la società trovi un’identificazione con il proprio patrimonio culturale15” (Diap. 162).
RINGRAZIAMENTI
Sono grata a tutta la Giunta comunale di Capodimonte ad iniziare dal Sindaco Mario Fanelli e dalla Vicesindaco Angela Catanesi, inoltre all’Assessore Vanda Cardarelli, a tutto il Consiglio comunale, al responsabile dell’amministrazione, Armando Aluisi, e ai nuovi volontari del servizio civile, Alessandro Aluisi, Francesco Micarelli e Lucrezia Ovidi, per avermi supportata nei momenti più complicati. Sono ugualmente grata alla Dottoressa Patrizia Petitti per il suo aiuto, non solo dal punto di vista tecnico/scientifico ma anche, in alcune occasioni, per il suo supporto morale. Sono riconoscente, inoltre, a tutti i direttori del SiMuLaBo, in particolare al coordinatore Dottor Pietro Tamburini, a Fabio Rossi, Gianluca Forti e Valentina Berneschi, per non avermi fatto mancare consigli, aiuto e solidarietà, e ad Egidio Severi, responsabile della Centro Ricerche Scuola Sub del lago di Bolsena, per il suo sostegno. Per concludere, desidero ringraziare tutti i volontari, cittadini di Capodimonte, che in questi due anni hanno dimostrato in vari modi la loro dedizione per il museo civico, talvolta, quando è stato necessario, perfino svolgendo compiti faticosi o non molto gratificanti, oppure mettendosi a disposizione per le visite guidate o per altre iniziative: in modo particolare i consiglieri Stefano Manetti e Tonino De Rossi, Giuseppina Annesi, Felicita Menghini Di Biagio, Rosella Di Stefano, Lido e Dario Rossi, Roberto Bellucci, Sabino Forina, Mauro Rocchini, Giovani Natale, Alfredo De Rosa, Mauro Bellocchio, Laura Patara, Vera Risi, Nicola Dibiase, Stefano Costantini, Renato Pizzicchetti, Luca e Mauro Baffo, Francesca Ferri, Catherine Bardinet, Georg Wallner, Vincenza Penna, Laura Vagata e l’Associazione Commercianti di Capodimonte.
15 Pinna G., “Fondamenti teorici per un museo di storia naturale”, Milano 1997, p. 43
