Viterbo CRONACA Si grida allo scandalo, si evoca e si  invoca il marchese De Coubertin
di Giuseppe Bracchi

Adesso tutti fanno i maestri. Di cosa? Del nulla, come li avrebbe chiamati nostro Signore. 

Si stracciano le vesti e si mettono le mai nei capelli, certi benpensanti mentre le immagini della non partita tra Serbia ed Albania fanno ancora il giro del mondo.

Si grida allo scandalo, si evoca e si  invoca il marchese De Coubertin, si ribadisce a tavolino che nulla e niente deve contaminare lo sport ed in modo particolare il calcio, dimenticando però allo stesso tempo che il calcio stesso è uno sport creato e fatto da uomini e non da robot.

E che certe passioni, ideologia e ferite sono difficili da guarire anche con l’apporto ed il supporto del tempo. Ma tant’è.

Anche il mondo del pallone di fronte a certe situazioni denuncia tutti i suoi limiti e tutte le ristrettezze del suo pensiero sempre più debole. Sono lontani i tempi del marchese De Coubertin, l’educazione delle masse è in forte crisi, dopo che le stesse agenzie educative primarie come la scuola, la famiglia e la chiesa sono andate anch’esse in crisi, per essere sostituite da ben altri modelli edulcorati, quando non addirittura minacciate alla radice da un relativismo morale e dei valori spaventoso ed imperante.

Lo hanno dimenticato i signori della Federazione Italiana Giuoco Calcio, Tavecchio e soci in testa. Lo hanno dimenticato tanto Sepp Blatter, quanto Michel Platini. Non va rifondato il calcio vanno rifondati gli uomini, ma poter intervenire efficacemente, bisogna prima agire sul piano culturale, dando la precedenza nelle scuole, nella famiglia, nella Chiesa, negli oratori, nelle scuole calcio a quelle’educazione integrale della persona tanto spesso invocata, quanto troppo spesso negletta ed abbandonata in nome e per conto di altre più facili, comode e magari più convenienti strade e percorsi formativi.

Non bastano gli appelli prepartita, non basta scrivere sulle maglie no al razzismo e ad ogni altra forma di violenza. Non bastano regole sempre più ferree, se nelle nostre coscienze individuali è andato in crisi proprio il senso del peccato, della disciplina, dell’osservanza delle leggi e delle regole, se in coscienza nessuno di noi si sente più obbligato ad aderire coscientemente e responsabilmente ad un idea di libertà che sia associata al rispetto delle norme e delle regole per costruire una società fondata sul convivere civile.

Ma tutto ciò premesso e, a mio giudizio, non è poco, quanto è accaduto in Serbia è il frutto anche e soprattutto dell’ignoranza di chi avrebbe dovuto avere una visione storica e geopolitica attuale ben più ampia e solida che non il semplice cittadino, sportivo o uomo della strada che dir si voglia.

In buona sostanza, in quel di Ginevra, al momento di formare i Gironi fra le squadre partecipanti alla fase eliminatoria del prossimo Campionato europeo di Francia, sarebbe stato sufficiente conoscere un po’di storia recente, per evitare almeno adesso, a ferite ancora aperte e sanguinanti, di mettere insieme nazioni il cui confronto anche semplicemente calcistico avrebbe rinfocolato vecchi odi e risentimenti.

Michel Platini e soci hanno dimenticato e dimenticano con troppa facilità, che per quanto si vogliano tenere il calcio e gli stadi fuori da ogni contesa umana, politica e sociale, troppo spesso gli eventi precedono e piegano tutte le buone intenzioni verso fini difficilmente immaginabili e controllabili, come già ammoniva Giambattista Vico attraverso il suo intramontabile e sempre valido principio dell’eterogenesi dei fini.

Purtroppo stiamo vivendo tempi assai difficili. I Balcani, insieme ad altre sfere geopolitiche del globo terrestre, sono e resteranno per molto tempo focolai di possibili guerre e violenze.

Chi occupa posti di responsabilità, anche in seno ad organismi sportivi, oggi è chiamato ad avere la patente non solo di ex campione, ma anche quella del buon senso, sorretto da un forte senso di responsabilità morale e culturale.

Altrimenti, di non partite come quelle tra Serbia ed Albania ce ne sa diranno altre e non sempre senza conseguenze, che non siano solo sportive.

Giuseppe Bracchi