Viterbo RICORDI E' proprio negli istanti di solitudine, che l’uomo ritrova se stesso
Ci sono attimi in cui lasciarsi interpellare dalle vecchie pietre, oppure dallo scorcio caratteristico di una viuzza. (Via Baciadonne la via più stretta a Viterbo)
Chi di noi almeno per un istante non ha sognato o non sogna di trovarsi immerso kijeiin una completa solitudine tanto da poter apprezzare il silenzio che lo circonda, come bisogno interiore di rilassare il corpo e lo spirito dalle continue sollecitazioni di una società sempre più rumorosa e frenetica?
Se il sogno riesce a realizzarsi, è proprio in questi momenti che la vita si riscatta dalle brutture del secolo e la stessa speranza si nutre di nuovi motivi, di una nuova carica e di nuovi propositi. Possibile? Si, rispondo io.
Perché è proprio negli istanti di solitudine, che l’uomo ritrova se stesso, che riesce a riflettere e a pensare senza affanni, che si riconcilia con gli altri e con la stessa natura, riuscendo ad apprezzare nelle piccole cose, ciò che quel male oscuro che oggi si chiama consumismo vuole cancellare per impedirci di camminare fruttuosamente sulla quella via che potrebbe condurci, pur stremati, sulle sponde del vero e del bello.
Ce lo ricordava lo stesso Pier Paolo Pasolini nelle Lettere Luterane, laddove lo scrittore e regista scomparso sottolineava come “Il Potere ha deciso che siamo tutti uguali”, ma di una uguaglianza non conquistata, ma concessa, regalata.
Eppure, ci sono attimi in cui lasciarsi interpellare dalle vecchie pietre di una Cattedrale che si staglia maestosa verso il cielo oppure dallo scorcio caratteristico di una viuzza, la più recondita di un Centro Storico, perché parlino instancabili testimoni del passato, tutto questo se ancora ha qualcosa da dirci e da narrarci, vuol dire che la via verso il bello ed il vero non è ancora del tutto preclusa al nostro faticoso cammino di pellegrini assetati di verità.
Mi è capitato così di pensare allo scandire del tempo e delle stagioni, immerso com’ero nei colori dell’autunno, che il sole si divertiva a disegnare con profluvio di fantasia e di paesaggi inediti, lungo il mio percorso su di una stradina di campagna.
Respiravo profondamente ed ogni tanto mi fermavo guardandomi intorno, perché non ci fosse nessuno a disturbarmi mentre osservavo questo prezioso ed esteso dipinto che il Creatore mi aveva messo dinanzi agli occhi come dono primordiale di un Alleanza ancora viva e salda, nonostante la mia e nostra ingratitudine.
Come in un film già visto ma sempre nuovo nei messaggi e per le emozioni che indirizzava al mio cuore, la mente si affollava di ricordi, di immagini e parole: ora i vecchi proverbi della nonna, ora i racconti di mio padre o di mia madre, le stesse scampagnate con i miei fratelli o le ottobrate fatte di pomeriggi intere a raccogliere castagne sul ciglio della strada lungo i Cimini.
Pezzi di storia passata, ma ancora presente, almeno sul volto di mia madre, segnato dalle rughe dell’età e dalle fatiche per aver cresciuto tre figli.
Mio padre da qualche anno è volato in cielo lasciando un vuoto incolmabile. Così come mia nonna, la cui popolare saggezza intessuta di silenzioso lavoro aveva fatto crescere tre nipoti al riparo da facili mode che indulgono e guardano più alle cose futili, che al culto dell’essenziale.
Ecco tutto ciò ho pensato e meditato, come una preghiera, in un pomeriggio di “solitudine”. Mentre il sole tramontava e le ombre della sera si allungavano sui passi frettolosi con i quali facevo ritorno a casa.
Tempo inutile o sprecato per qualcuno o per i più indolenti. Pausa necessaria del corpo e dello spirito per chi come me crede che il Tempo ci sia stato donato anche per contemplare e ringraziare Dio dei doni del creato e che noi quotidianamente minacciamo, perché proprio del Tempo abbiamo fatto scempio.
Fra poco arriverà il freddo dell’inverno e la campagna entrerà anch’essa come in letargo nell’attesa della nuova primavera. Sarà presto tempo di semina. Giacché come ha detto il Signore, il seme sotto la terra deve morire, perché produca frutto e dia nutrimento.
Un altro anno sarà passato, nella speranza che il nuovo sia frutto e parto della fertile unione tra pace ed amore.
Giuseppe Bracchi
