Viterbo CRONACA In merito alla recente vicenda, sfociata nel contrasto tra Comune e Sodalizio dei Facchini di S. Rosa, voglio esprime alcune mie considerazioni
di Fabio Ernesti

Sante Fabbri
(Foto Patrizia Coppa)
Nella sostanza, mi pongo la domanda se sia necessario cambiare periodicamente la Macchina.
Per una questione di costi, ma anche per tradizione, la Macchina potrebbe esser mantenuta sempre la stessa.
Nel giudizio collettivo degli ultimi cinquant’anni, le Macchine più apprezzate sono state ”Volo d’Angeli” di Giuseppe Zucchi e “Ali di Luce“ di Raffaele Ascenzi.
Sarebbe dispendioso ricostruire la prima, ma quella di Ascenzi è disponibile, basta assemblare i pezzi e la Macchina è pronta.
Soluzione senz’altro ingenua, perché intorno alla realizzazione di ogni nuova Macchina, ruotano interessi economici notevoli, come ha ben illustrato il direttore Mauro Galeotti in un suo articolo.
Nella forma, direi che non si possono trovare giustificazioni per il comportamento del Comune.
Voglio soffermarmi invece sul comunicato emesso dal Sodalizio dei Facchini a seguito dell’assemblea del 25 ottobre u.s.
In modo chiaro viene sancita l’interruzione di ogni relazione con l’Amministrazione Comunale.
Dalle parole emerge la rabbia e l’orgoglio, se mi consentite di adoperare il titolo di un noto libro.
Ritengo che il contrasto emerso sia stato benefico, i Facchini si sono affrancati dal Comune, ritrovando la loro identità e indipendenza.
Venivano adoperati e usati come immagine, come copertura di facciata perché davano lustro e prestigio alle numerose manifestazione a cui erano costretti a partecipare.
Pur vivendo ormai da quarantacinque anni a Bologna, ho mantenuto legami di affetto con Viterbo, mia città natale.
Sono stato sempre un sostenitore dei Facchini, per loro all’inizio degli anni 90, inventai la frase “Facchine dateje” che la sera del trasporto appariva nel grande striscione sul palazzetto di Piazza delle Erbe.
Per rendere loro omaggio, fondai l’Associazione Amici dei Facchini di S. Rosa.
Per loro venivano organizzate merende a Bagnaia, da Angelo e Cleofe, simpatici gestori, prima di Villa Gambara e poi del Casino di caccia di Villa Lante.
In quell’occasione consegnavo al Capo Facchino una targa con la scritta che la sera del 3 settembre avrebbero trovato negli striscioni di incoraggiamento, illustrandone il significato.”
Negli anni scrissi “Semo co' voe” , “Sete gajardi”, “Viterbo tutto, un solo grido, sotto col ciuffo”, “Dalla mossa alla salita cò santa rosa non c’è fatica” “Viva S.Rosa co' la machena e ‘gni cosa”, e altre ancora.
I Facchini hanno sempre apprezzato questo mio entusiasmo, infatti prima di riprendere il tragitto, dopo la sosta in Piazza delle Erbe, il Capo Facchino (prima Lorenzo Celestini e poi Giovanni Adami) pubblicamente mi rivolgeva un saluto e un ringraziamento.
Questa simpatica manifestazione è durata dieci anni, poi purtroppo, per dolorose vicende familiari, l’ho interrotta.
I Facchini sono i protagonisti del 3 settembre, seguendoli nel percorso delle Sette Chiese, al ritiro nel convento dei Cappuccini, alla sfilata trionfale verso la Macchina, si percepisce il sentimento di affetto e riconoscenza che i viterbesi nutrono nei loro confronti.
Le Macchine cambiano nel tempo, si modificano, si modernizzano, ma sono strutture inerti che, osservate nella staticità, non trasmettono alcuna emozione.
I Facchini sono e restano quelli di sempre, non certo fisicamente, ma pur sostituendo i predecessori, assimilano le medesime caratteristiche secolari e riescono a infondere negli spettatori i sentimenti di riconoscenza e ammirazione.
Sono Uomini che, spinti dalla fede verso S. Rosa, affrontano il trasporto, consapevoli di svolgere un rito che si tramanda nei secoli.
Trasportano la Macchina con il cuore, perché lo stimolo è il sentimento; con il cervello, perché bisogna operare insieme in modo intelligente; con le braccia, perché necessita una forza notevole per poter portare a compimento l’opera.
I Facchini dimostrano che l’unione e la solidarietà sono le basi indispensabili per raggiungere il risultato.
Quando dal Monastero di S.Rosa, percorrono le strade cittadine, in un tripudio di folla che li acclama, sono storditi da quell’ entusiasmo e dalla preoccupazione per la prova che dovranno affrontare.
Da Piazza Fontana Grande finalmente vedono avanti a loro l’imponente mole della Macchina che immobile e illuminata li aspetta.
In quel momento un brivido corre nella schiena, tra poco arriverà il momento della verità, i vecchi pensano agli altri trasporti e sperano che anche questo vada bene, gli esordienti sono preoccupati perché non conoscono quel che dovranno affrontare.
Non badano alla fiera delle vanità (altro titolo di importante libro) messa in scena dalla pletora dei fanatici, presenzialisti e vanagloriosi che per l’occasione hanno indossato la cravatta, donata loro dal Sodalizio.
Il Capo Facchino, prima di dare l’ordine del “sollevate e fermi “, urla la domanda alla quale ognuno, con convinzione e sicurezza deve rispondere: Semo tutti d’un sentimento?
E’ un richiamo alla responsabilità che deve avere come risposta un sì inequivocabile e corale, come un giuramento collettivo.
Non esistendo coesione, il trasporto potrebbe diventare pericoloso, ogni facchino è consapevole del suo compito e lo svolge con impegno, per la sua dignità e per il bene dei suoi compagni, perché sa che ogni tentennamento, ogni riluttanza, ogni incertezza, ricadrebbe sugli altri che faticano e soffrono con lui.
Il Trionfale trasporto della Macchina (così appare nei manifesti antichi, esposti dallo storico e collezionista Mauro Galeotti) ha inizio; lo sforzo è notevole, ma i Facchini proseguono, la fatica aumenta ma si deve arrivare alla fine. Ad ogni sosta,la meta diventa più vicina.
Poi finalmente, davanti al Santuario, la Macchina viene appoggiata sui cavalletti e i Facchini possono liberarsi di quel pesante fardello e considerare conclusa quella stupenda e irripetibile giornata.
I presenzialisti si congratulano tra di loro, come fosse stato merito loro, come se loro avessero partecipato alla fatica.
I Facchini li ignorano, abbracciano i compagni più vicini, con i quali hanno condiviso la sofferenza.
I più giovani, quelli al primo trasporto, pacatamente piangono dall’emozione per esser riusciti in un’impresa che tanto desideravano.
I veterani li confortano, ma anche loro sono commossi perché anche questa volta hanno superato egregiamente la prova.
E poi finalmente arriva il premio tanto atteso: i Facchini abbracciano le mogli, le madri, le sorelle, i figli che sono venuti ad aspettarli e che, con fare amorevole, mettono sulle loro spalle una giacca per proteggerli, perché hanno sudato molto, e si stringono a loro, e insieme a braccetto o tenendosi per mano, con i figli piccoli in braccio, si avviano alle loro case.
Lungo il percorso, ai conoscenti e agli amici chiedono notizie, rispondono minimizzando sulla loro fatica perché non si sentono eroi ma volontari che hanno portato a compimento un’intima promessa.
Domani ritorneranno quelli di sempre, l’impiegato, il commerciante, l’artigiano, l’operaio, il professionista, l’agricoltore, ma questa sera sono stati i Facchini che effettuarono il Trionfale trasporto della Macchina di S. Rosa.
Facchine dateje.
Fabio Ernesti
