Viterbo RICORDI Voglio far sorridere il lettore raccontando il fischio che emetteva mio padre per chiamarci
di Bruno Matteacci

Bruna Matteacci, splendida, giovanissima,
sorella di Bruno
e mamma di Mauro Galeotti
Prima di avventurarmi in questo articolo, debbo chiedere scusa a chi ha letto il mio libro: "La mia storia da Gubbio a Viterbo" pubblicato su "lacitta.eu" (sulla homepage clicca su archivio 2013, box azzurro, oppure clicca qui e leggi), in quanto in esso sono contenuti, per quanto mi ricordo, tutti gli episodi e fatti avvenuti dal 1930, data nella quale i miei genitori si sono conosciuti, fino ai tempi nostri.
Uno dei principali motivi che mi spinge a scrivere, a raccontare, parte della mia vita e dei miei cari genitori va ricercata sulla mia certezza che "si muore quando si è dimenticati" ed io, finché Dio vorrà, parlerò dei miei genitori, di mia sorella Bruna, di mio cognato Vinicio e di tutti coloro che mi hanno voluto bene e che io ho contraccambiato con tanto amore facendomi, ora, sentire la loro assenza terrena, ma con la speranza di ritrovarci un giorno nel mondo dell'eternità, a cui credo moltissimo.
Voglio far sorridere il lettore raccontando quanto segue, relativamente al fischio che emetteva mio padre quando, eravamo da lui distante e venivamo chiamati, come si suol dire, a "fischio".
Il babbo mi ha sempre detto che aveva imparato a fischiare, in quel determinato modo, da un serpente, trovato in un nido che il babbo aveva individuato dentro un tronco di ulivo.
Raccontava che attendeva con gioia il trascorrere dei giorni per riuscire a prendere gli uccellini che dovevano nascere in quel famoso nido, ma i giorni trascorrevano, secondo lui, lentamente, finché un giorno decise di andare a vedere come crescevano i piccoli volatili. Giunto a ridosso dell'ulivo, guardò dentro la feritoia del tronco dell'ulivo e vi infilò la mano, con l'intento di prendere qualche uccellino.
Ebbe appena toccato il nido che senti un qualcosa di viscido, l’impressione fu tanta che ritrasse la mano, con un senso di paura, mentre dalla feritoia uscì un serpente con il caratteristico atteggiamento dei serpenti in amore, cioè era in posizione perpendicolare, con la parte della coda in terra e la parte del corpo superiore proiettato contro mio padre, emanando un sibilo come se avesse voluto mordere l'incauto disturbatore.
Allontanatosi dal serpente con le gambe ancora tremanti, nell'intento di raccontare l'accaduto a suo padre, imitò il sibilo emesso dal serpente e gli uscì dalle labbra un fischio acuto.
Da quel giorno riusciva ad emettere un "fischio" talmente forte e particolare che noi figli, stando a distanza tra la folla, come accadde la sera del trasporto della Macchina di Santa Rosa, riconoscevamo come se ci avesse chiamato per nome.
Bruno Matteacci
