Viterbo RIFLESSIONE L’uscita dal Partito comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto

Fausto Bertinotti
Si intitola “Sempre daccapo”, la riflessione sulla fine del comunismo che l’on. Fausto Bertinotti in conversazione con Roberto Donadoni ha consegnato alle stampe per i tipi della Marcianum.
La riflessione, che fa onore all’uomo politico che più di ogni altro ha creduto ancora alla possibilità di rifondare il comunismo, pur di fronte agli innumerevoli disastri (soprattutto in termini di vite umane) che l’ideologia marxista leninista aveva provocato in settant’anni di vita nella ex URSS e nell’Europa dell’Est, ci presentano lo sforzo e l’analisi sotto una veste che senz’altro ispira simpatia e profonda stima nei confronti dell’uomo Bertinotti.
Ma la sua analisi non supera ancora pienamente, a mio giudizio, o quantomeno si è svolta e continua a svolgersi alla luce di un metodo e sotto l’influsso di categorie di pensiero ancora prigioniere del marxismo stesso e prima ancora dello storicismo hegeliano.
Del resto è sempre lo stesso on. Fausto Bertinotti che ce ne da conferma, citando Antonio Gramsci, il teorico del Moderno Principe: “quando tutto sembra perduto, questo è il momento di ricominciare daccapo”. Una frase che accompagna, come filo conduttore, tutta la riflessione del Nostro.
Uno sforzo ed un’analisi, peraltro, che non sono minimamente paragonabili, né per tempi né per luoghi, alla resipiscenza con la quale Ignazio Silone abbandonò il comunismo.
Anzi, lo rifiutò, perché la gamma dei ribelli dell’opera siloniana è vasta, come scrive il compianto Ferdinando Castelli, critico letterario: “Comprende i semplici anticonformisti e i finti pazzi, che si fanno credere tali per godere di una immunità di idee altrimenti impossibile; gli idealisti per i quali l’uomo esiste solo se combatte contro i propri limiti, e i santi, come Luigi Murica e Faustina, capaci di dare la propria vita per una persona con dignità e naturalezza”.
E questo perché “vi saranno sempre delle strane creature, le quali oltre al bisogno degli alimenti, avranno fame di giustizia, e per sopportare questa triste vita, avranno bisogno di un po’ di stima di se stessi. L’uomo che stima se stesso non vuole rassegnarsi ad essere una canaglia come gli altri, ad essere un porco, una pecora o una vacca secondo la situazione sociale”. (I. Silone, Il seme sotto la neve, p. 173).
In quale vetrina dei ribelli siloniani potremmo oggi affidare le tardive, ma oneste riflessioni dell’on. Fausto Bertinotti? Decida il lettore. A me basta la presa di coscienza dell’uomo politico. Una presa di coscienza che senza dubbio è costata e costa fatica, se lo stesso Silone, in testa al Capitolo Uscita di sicurezza, nell’atto di compierla, affidò la sua delusione ad un verso di Dante che sembra dir tutto: “Non vi si pensa, quanto sangue costa”. (Par, XXIX, 91): “….
L’uscita dal Partito comunista fu per me una data assai triste, un grave lutto, il lutto della mia gioventù. E io vengo da una contrada in cui il lutto si porta più a lungo che altrove. Non ci si libera facilmente, l’ho già detto, da un’esperienza così intensa come quella dell’organizzazione comunista. Di essa resta sempre qualcosa che m,arca il carattere per il resto della vita. Guardate, infatti, come sono riconoscibili gli ex comunisti.
Essi costituiscono una categoria a parte, come gli ex preti o gli ex ufficiali di carriera.” (I: Silone, Uscita di sicurezza, Firenze, 1965, p. 113). Certo, col senno di poi e davanti alle macerie umane e materiali, causate dal crollo del Muro di Berlino, è assai più agevole compiere analisi e riflessioni, di quanto non capitò ad Ignazio Silone che pagò cara, con l’isolamento morale e culturale, la sua scelta di abbandonare il Partito comunista e l’ideologia marxista leninista.
Silone, dopo l’uscita al Partito comunista si volse al Cristianesimo alla ricerca di quelle “certezze irriducibili, [che].. sono nella mia coscienza certezze cristiane”.
Lo fece contro ogni dogma, ogni forma di gerarchia e di giuridismo (si legga, a tal guisa, l’Avventura di Celestino V, l’avventura di un povero cristiano) soltanto affidandosi ad una visione però troppo storicista della cattolicità da lui vissuta come messaggio universale di fraternità, fratellanza e di impegno sociale. Ma su chi, su cosa fondare queste certezze cristiane, se svuotiamo il cristianesimo del suo anelito religioso ed ultramondano?
Se il cristianesimo è ridotto a messaggio filantropico, se non è più redenzione dal male e dal peccato avvenuta con la morte in croce di Cristo e con la sua Resurrezione? Questo è, a mio avviso, il limite del Silone pensiero. Così come il limite del Bertinotti pensiero, nella suo pur onesto, pregevole e meritevole percorso “redentivo” è l’aver ignorato ben 2000 anni di Cristianesimo, riducendolo all’attuale pontificato di Papa Francesco e ad una non meglio specificata lotta al Capitalismo finanziario.
Terminologie consunte e sorpassate, ma ancora in grado di sollevare entusiasmi, di affascinare quel mondo progressista cattolico, del quale uno degli esponenti più in vista è il dossettiano storico Giovanni Miccoli, autore, a suo modo, di un studio sul Pontificato di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: “In difesa della fede. La chiesa di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, e dove il Miccoli mette, per l’appunto, sotto accusa il primo Pontificato per aver condannato la teologia della liberazione come anelito di libertà e di giustizia dei popoli del sud America al di là, sempre secondo il Miccoli, dei pur evidenti crimini ed errori del comunismo (sic!), dimenticando, tuttavia, il Miccoli e tanti come lui, che Giovanni Paolo II a buon diritto condannò le categorie marxiste leniniste con le quali si leggeva e si legge ancora oggi certa teologia della liberazione, proprio perché aveva conosciuto sia il nazismo che il comunismo.
E così anche l’on. Bertinotti, senza nulla togliere ai meriti del suo sforzo e della sua analisi, torna a parlare ancora secondo gli schemi della lotta di classe, dimenticando che il Cristianesimo non nasce con Papa Francesco; che il Cristianesimo non è lotta, è amore; non è un teoria economica, ma una persona: Cristo; che, se di lotta si deve parlare è lotta alla cupidigia, alla concupiscenza, al peccato, lotta che non si esaurisce né si realizza una volta per tutte, ma che ha bisogno sempre del sostegno dei Sacramenti e della Grazia divina (data la natura umana ferita dal peccato originale, contro ogni tentativo di eresia gnostica o di qualsivoglia salvezza intramondana) senza i quali invano si affaticano i costruttori.
Nella Russia prerivoluzionaria, con le coscienze annebbiate dalla confusione generale, con uno stato autocratico ed una politica distante anni luce dalle vere esigenze del popolo russo, con una Chiesa ortodossa anch’essa corrotta e troppo legata alla politica zarista, in tutto questo caos e grazie alla voce di pochi: Soloviev, Dostoevskij, Tolstoji, percorreva per le piazze assetate di vendetta e di sangue una domanda, che poi restò irrisolta per settant’anni e che ancora oggi risuona terribilmente irrisolta per tutta la terra e per tutti gli uomini (compreso chi scrive) di fronte agli orrori di vecchi e nuovi totalitarismi e di nuovi eccidi: “ Il Cristianesimo: una dottrina o una persona?”.
Non si tratta di un divertissement Pascaliano, ma di una domanda decisiva, la stessa che Gesù fece agli Apostoli: “E voi chi dite che io sia?”. Una dottrina o una persona? Rispondendo in un modo o nell’altro, aprire le porte a Cristo come Giovanni Paolo II intendeva ed invitava a fare ai potentati politici, economici e sociali della terra, avrà per la storia degli uomini un significato profondamente diverso da coloro che continueranno a vedere nel Cristianesimo soltanto una dottrina, “tristezza di tutte le imprese che hanno come scopo dichiarato la salvezza del mondo”.
Giuseppe Bracchi
