Viterbo CRONACA Non amo i telecomandi e ho già qualche problema con quelli di casa, che ormai sono troppi
di Agostino G. Pasquali

“Crea il tuo business con i droni! Un’opportunità per crearsi un lavoro innovativo con gli aeromobili a pilotaggio remoto. Offerta speciale ‘Kit Creaimpresa’ a soli 39 euro”.
Quest’offerta mi è arrivata con una mail pubblicitaria e mi ha francamente sorpreso. L’offerta non fa per me perché ho un’età avanzata, ma non fa per me anche per un altro motivo: non amo i telecomandi e ho già qualche problema con quelli di casa, che ormai sono troppi.
Però ho pensato: potrebbe essere utile per il mio nipotino Marco?
Marco ha compiuto due anni qualche giorno fa e io gli ho fatto il classico regalo che un nonno fa al nipote: una Ferrari, un modellino ovviamente. Un modellino radiocomandato che ha gradito moltissimo e adesso pilota sul pavimento del soggiorno con poco rispetto per le gambe delle sedie e per il gatto di casa.
Marco è troppo piccolo per un “business di vendita e noleggio droni, con pilotaggio compreso”, però, considerata la sua precoce familiarità con i telecomandi, fra qualche anno potrebbe essere la sua professione? Boh!
Ma come cambia in fretta il mondo del lavoro!
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Nell’immediato dopo guerra ho trascorso parte della mia infanzia, da tre a sei anni, in un paese del viterbese dove l’economia era piuttosto semplice, basata sull’agricoltura. La società era piramidale: alla base c’erano i lavoratori della terra (piccoli proprietari, mezzadri e braccianti), sopra c’erano i negozianti (commercianti) e i così detti artisti (erano chiamati così, ma in realtà erano gli artigiani), più in alto i mesatari (impiegati, carabinieri e insegnanti), ancora più su, in cima alla piramide, stavano il parroco, il medico e un paio di latifondisti.
Una società dunque piuttosto primitiva, che, se la confronto con quella attuale, mi fa quasi pensare al medioevo. Era anche, proprio come nel medioevo, una società immobile: chi nasceva in una famiglia contadina cresceva contadino, “negozianti e artisti” gelosi della propria posizione trasferivano ai figli bottega e segreti, il figlio del medico faceva il medico e il figlio del parroco… no! che cavolo dico!
L’unico modo di uscire da questa residuale schiavitù della gleba era emigrare, oppure prendere i voti religiosi o arruolarsi nei carabinieri, che era comunque un emigrare.
Era una società povera, senza ammortizzatori sociali, sempre al limite dell’autoinsufficienza. Bastava infatti un’annata disgraziata per mettere in crisi il paese : siccità e grandine erano flagelli saltuari, ma non infrequenti. Quindi se i raccolti erano scarsi ne risentivano immediatamente i contadini e, subito dopo e di conseguenza, artigiani e commercianti. Le categorie superiori se ne accorgevano appena e forse per niente: i “mesatari” ricevevano le loro paghe regolari, i latifondisti si lamentavano un po’ ma attingevano alle riserve, il medico faceva qualche visita senza farsi pagare e il parroco, la domenica a messa, predicava la pazienza e diceva che la carestia era una giusta punizione biblica per i peccati degli uomini.
Però non c’era disoccupazione. Lavoravano tutti, anche troppo e troppo faticosamente, e lavoravano pure le donne, anzi le donne doppiamente in casa e sui campi, senza bisogno di invocare il rispetto delle quote rosa.
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Questa struttura sociale, tipica delle campagne del centro e del sud dell’Italia (nel nord e nelle città il discorso è piuttosto diverso), si era evoluta poco e lentamente dal medioevo fino alla metà degli anni cinquanta del secolo scorso. Poi fu sconvolta in senso buono dal “boom economico” e a metà degli anni settanta entrò in una fase di ripetute crisi e riprese economiche, fino alla attuale crisi che sembra senza fine.
Non è facile fare confronti tra quella società (arcaica, povera e immobile, ma tranquilla forse perché rassegnata) e la società attuale (tumultuosa, agitata, competitiva, aggressiva,instabile, alternativamente in sviluppo e in recessione).
Non saprei dire se si stava meglio prima oppure adesso. Certo gli occhi dell’infanzia hanno visto quel mondo arcaico con il filtro roseo dell’ingenuità e la memoria lo ricorda con un po’ di nostalgia. Ma oggi i miei occhi smaliziati, la mia mente istruita ed evoluta, la mia esperienza di vita, tutto mi induce a considerare che questa attuale società, che pure è ancora complessivamente benestante, ha purtroppo prospettive molto negative. Soprattutto prospettive di disoccupazione.
Ho avuto occasione di leggere su questo giornale (Vocabolario impertinente n.49) la citazione di un teoria del sociologo Domenico De Masi, il quale già nel 1991sosteneva che “In un prossimo futuro essere disoccupato sarà bello”. Commentava così Aggì, autore di quell’articolo :
“ Che cosa intendeva dunque De Masi? Semplicemente questo: che il progresso tecnologico e l’allungamento della vita umana avrebbero causato disoccupazione e che sarebbe stato utile pensare subito ai possibili provvedimenti per garantire un minimo di giustizia e di pace sociale, creando una società in cui i disoccupati non debbano necessariamente rubare o fare la rivoluzione o chiedere l’elemosina... o anche peggio. De Masi faceva conoscere certe previsioni degli economisti e cercava di sensibilizzare il potere politico”.
Successivamente a quel 1991, nell’assoluto menefreghismo del potere politico, si è avverata la previsione del professor De Masi. Anzi le cose sono andate anche peggio perché De Masi non aveva previsto la deleteria concorrenza asiatica e la delocalizzazione delle industrie. Infatti abbiamo avuto una disoccupazione in continua crescita.
Oggi il governo Renzi “promette” di creare posti di lavoro, ma è evidente che non ha la minima idea di come crearli. La stessa promessa venne fatta dal governo Berlusconi (1.000.000 di posti di lavoro!), ma rimase solo una promessa. I sindacati, quale più quale meno, difendono velleitariamente i posti di lavoro e pretendono che il governo ne crei altri, ma sembra che ignorino o fingano di ignorare che per creare “posti” bisogna che ci sia il “lavoro produttivo”. E’ passato il tempo dell’impiego pubblico come “serbatoio di posti” da distribuire senza curarsi della produzione, né si possono più eseguire inutili opere pubbliche solo per far lavorare la gente.
Ma è possibile creare il lavoro? Ecco questa è la domanda fondamentale!
La risposta può essere positiva. Escludiamo però subito le attività, soprattutto quelle manifatturiere, che non reggono la concorrenza straniera… inventiamoci invece lavori nuovi!
Ci ha provato l’iniziativa privata.
L’iniziativa privata ha approfittato della legislazione che favorisce il lavoro precario e ha inventato i “call center”. Se questi call canter svolgono un lavoro utile evitando viaggi, file e perdite di tempo per avere informazioni, essi sono utili.
Purtroppo i call center hanno risvolti negativi:
A) operano spesso come tormentosi disturbatori telefonici che offrono improbabili affari,
B) fanno opera di convinzione per trasferire clienti da un’azienda all’altra, in una forma di concorrenza che può anche essere definita sleale e che raramente dà un vantaggio a chi si fa convincere dalla parlantina dell’operatore,
C) sfruttano i lavoratori pagandoli pochissimo,
D) stanno “delocalizzando” (… pure loro!)
Ma comunque i call center hanno inventato un po’ di lavoro.
In questo quadro di invenzione rientra forse il “business del pilotaggio droni”, da cui ho iniziato il discorso? Spero che non sia una delle tante bufale che corrono nel web.
Agostino G. Pasquali
