Viterbo PENSIERI A questo punto mi siedo un attimo, con il mio caffè fumante

Cino Tortorella

Accendo la TV e mentre preparo il caffè, mi giungono le simpatiche voci dei bambini dello Zecchino d’oro. Automaticamente afferro il telecomando per cambiare canale: Ancora tu? Ma non dovevamo vederci più? Dopo cinquant’anni è una pizza!

All’improvviso si forma un’immagine nella mia testa e mi vedo bambina, insieme alla nonna Italia, davanti a quella specie di credenza con manopole che era il televisore a quei tempi. Quanto amavamo Topo Gigio e il Mago Zurlì che il buon Cino Tortorella accettava di impersonare, nonostante l’impietosa calzamaglia e il mantello da principe azzurro imposti dalla produzione. Il Caffè della Peppina, 44 Gatti, Popoff! Caspita, sono ancora in grado di canticchiarle!

A questo punto mi siedo un attimo, con il mio caffè fumante e accetto, con maggiore disponibilità intellettuale, di dare uno sguardo alla versione moderna dello Zecchino. Simpatici conduttori, canzoni di buon livello adatte a bambini moderni, una marea di ragazzini, con abiti adeguati alla loro età, che si esibiscono senza ansia da prestazione, in un clima di serenità e di festa che mi induce a rimanere in ascolto qualche altro minuto.

Quasi automaticamente penso ai programmi canori offerti tanto dalla Rai che da Mediaset negli ultimi anni, popolati di bambini intenti a scimmiottare gli adulti, interpretando brani che non sono in grado di capire, con parole che, pronunciate da loro, sembrano strambe, quando non diventano persino imbarazzanti.

Con sorpresa, mi accorgo di trovare più gradevole proprio questo Zecchino d’oro che avrei cestinato e provo sollievo nel vedere finalmente dei bambini, non dei piccoli mostri che, assecondando la voglia di successo di genitori e produttori, utilizzano espedienti da attori consumati per divenire star dello spettacolo. Concludo che, forse, sarebbe più salutare riservare la partecipazione a questi programmi ai ragazzi dai 14 anni in su.

Cambio canale e mi ritrovo in un ospedale di Bologna, nel reparto di neurochirurgia pediatrica, dove la sinergia tra i sanitari e l’associazione Bimbo Tu (fondata da genitori di bambini che hanno superato positivamente l’esperienza del tumore al cervello), non solo ha creato un ambiente idoneo a sostenere le famiglie dei bimbi ricoverati e riempie la giornata dei piccoli pazienti di giochi ed esperienze formative che sdrammatizzano la degenza, ma ha consentito una raccolta fondi che ha dotato il reparto di un rivoluzionario apparecchio, idoneo a localizzare il tumore e guidarne l’asportazione attraverso il naso, senza trapanare il cranio e coinvolgere altre zone cerebrali. Una miracolosa solidarietà che ha catalizzato anche l’opera di volontariato da parte di universitari e professionisti esperti di pedagogia, psicologia, didattica ed altro.

Appare la Gabbanelli e, quindi, capisco che sto vedendo la replica pomeridiana di Report. Siamo di nuovo a Bologna, questa volta in casa di malati cronici o di lunga degenza riabilitativa e di malati terminali. ANT, una Onlus recentemente divenuta fondazione, mette a disposizione medici e infermieri regolarmente retribuiti e affiancati da volontari seriamente selezionati, per fornire gratuitamente tutti i servizi di assistenza sanitaria in casa, di supporto psicologico e informativo, di accompagnamento nelle attività ordinarie esterne all’abitazione e, persino, di acquisizione dei medicinali presso le farmacie, che ricevono telematicamente le prescrizioni dai medici di famiglia o ospedalieri.

I medici della fondazione portano personalmente i medicinali a casa dei pazienti e si fermano a colloquiare con loro, infondendo fiducia e voglia di guarire. Infermieri e volontari si occupano anche delle attrezzature sanitarie necessarie alla degenza in casa e si alternano nel fornire anche un po’ di compagnia, con una frequenza commisurata alla reale esigenza di ogni assistito. I commenti dei pazienti e dei loro familiari sono entusiastici e densi di gratitudine.

E chi paga? In parte le donazioni e in parte la ASL che versa 30 euro al giorno per ogni assistito, risparmiando circa 300 euro per ogni giorno di degenza.

E dovreste vedere la serenità e la soddisfazione di medici e infermieri coinvolti nell’operazione!

Perché sembra un film, quando è l’uovo di Colombo?

Mentre sto per tornare alle mie faccende quotidiane, mi rammento del servizio di TV7, trasmesso ieri, da Rai1, in seconda serata: oltre 700 giovani italiani stanno frequentando i corsi di medicina e di odontoiatria…. In Romania!

Tra tasse scolastiche, alloggio e mantenimento, ogni studente costa alla famiglia circa 10.000 euro all’anno, meno di quanto costerebbe se frequentasse un ateneo italiano in una città diversa dalla sua.

L’addestramento pratico e le lezioni si svolgono in ospedale, in servizio attivo a contatto con i pazienti, fin dal primo anno di frequenza, con attrezzature e simulatori elettronici di avanguardia. Hanno persino corpi umani sintetici sui quali operare, pazienti in materiale simil-umano, seduti sulla poltrona del dentista a bocca aperta, da trapanare senza rimorsi e un cadavere elettronico tridimensionale, su schermo orizzontale a grandezza naturale, da esplorare e rigirare con il sistema del touch screen (come per la presentazione della prima pagina dei giornali in stampa, che ogni notte i giornalisti ci mostrano, in chiusura dei telegiornali, smanettando sui tavoli elettronici).

I ragazzi intervistati avevano gli occhi brillanti e scoppiavano di soddisfazione. I pazienti degli ospedali sembravano ben lieti di quella massiccia assistenza da parte di un nugolo di camici bianchi, ma alla domanda: “non ti manca l’Italia?” i giovani seguaci di Ippocrate facevano gli occhioni grandi della malinconia e rivelavano di provare ogni anno a sostenere il test di ammissione alla facoltà di medicina degli atenei italiani, fallendo miseramente ogni volta, nonostante siano molto più avanti dei loro colleghi in patria.

In Italia, si studia sui libri, ospedale e pazienti si vedono solo molto più avanti, ma i test di ammissione sembrano mirati a contenere al massimo l’ingresso in facoltà. (i figli d’arte devono essere tutti geniali, visto che riescono a superare facilmente l’ostacolo).

Ciò che mi è apparso molto chiaro è il fatto che i ragazzi tornerebbero solo per nostalgia del loro habitat, ma che considerano tecnicamente molto superiore e gratificante l’esperienza che stanno facendo in Romania, rispetto a quella che farebbero in Italia.

Alcune studentesse del terzo anno, poi, si sono ormai rassegnate all’idea che la loro patria non offrirà loro neanche il lavoro e già pensano ad altre nazioni in cui andare a stabilirsi quando avranno conseguito la laurea.

In conclusione: i Romeni sono diventati operai Romani e i Romani si avviano a diventare professionisti Rumeni!

Fratelli d’Italia, l’Italia non s’è desta, nell’elmo di Scipio ha nascosto la testa!

Quando mi passa il mal di fegato che questo servizio giornalistico mi ha procurato, tornerò a proporvi i miei zapping.

Zampa