Viterbo PENSIERI IN LIBERTA' ...e dopo il sale… l’olio! Piccolo viaggio tra superstizioni e ricordi…
di Barbara Pasqualini

 

Miei carissimi lettori, ci lasciammo, alcuni giorni fa, con qualche lieve chiacchiera circa il malaugurio causato dal versare del sale, ma anche sul suo valore, in taluni casi, di rimedio alla sfortuna (ad esempio, se ci cade dell’olio).

Ebbene… ero curiosa, ormai non vi sembrerà strano, di saperne di più!

Nella mia ingenuità sale e olio erano la base di un buon condimento per le mie insalate… ma guai a versarli! Guai serissimi!

La prima e più evidente ragione di ciò, la abbiamo in parte già affrontata nel nostro precedente appuntamento: tanti secoli fa olio e sale erano materiale prezioso, e quindi rovesciarli e perderne era un danno economico non indifferente! In realtà, almeno per quel che concerne l’olio, la cui buona qualità è tuttora piuttosto dispendiosa, tale motivazione è attualissima!

A ciò si aggiunga che, in passato, i pavimenti erano fatti prevalentemente di legno, cotto o marmo non trattati e pertanto erano estremamente porosi e assorbenti: dove cadeva l’olio, si formava una macchia perenne e scivolosa… pericolosa e ardua da pulire! Detto inter nos credo che ripulirla sia arduo a prescindere dal tipo di pavimentazione…

Enrico Pasqualini e io, Barbara, nel 1982

 

Quindi, almeno questi due dati tangibili hanno contribuito a creare un’aura nefasta attorno all’accidentale caduta dell’olio. Esistono, tuttavia, superstizioni con valore di antidoto contro un accadimento negativo già avvenuto: gettarsi il sale dietro le spalle quando è caduto l'olio, ad esempio, come vi raccontavo in chiusura della nostra precedente chiacchierata. Quando si rompeva una bottiglia d’olio era perciò una disgrazia (economica), che tuttavia poteva essere neutralizzata, o perlomeno combattuta, gettando del sale: sull’olio stesso o dietro le proprie spalle. Ma, mi chiedo… perché? Al solito, trovo risposte ai miei interrogativi tramite la preziosa fonte “internettiana”.

L’utilizzo del sale come antidoto potrebbe essere spiegabile con il tentativo di contrastare una cosa con un’altra della stessa forza o della stessa natura, un po’ come accade con il vaccino. Vale a dire: opporre alla preziosità dell’olio la preziosità del sale. La variante del gettarsi il sale alle spalle potrebbe poi essere dovuta alla trasgressione del divieto di voltarsi indietro (durante la distruzione di Sodoma e Gomorra) imposto alla moglie di Lot, che diventò così di sale (da cui anche il detto «restare di sale»).

L’episodio è narrato nel libro della Genesi. Lot aveva ospitato due angeli in casa sua; i sodomiti, affetti da un vizio libidinoso, si affollarono attorno alla sua abitazione chiedendo di far andare gli ospiti presso di loro, perché ne potessero abusare. Affinché il popolo non commettesse quell’infamia contro i suoi ospiti, Lot offrì loro le sue due figlie ancora vergini.

La gravità della condizione del popolo sodomita afflitto dal vizio e dal peccato, si risolse con la distruzione della propria città per mano dei due angeli ospitati da Lot, i quali vollero ricompensarlo per l’accoglienza loro offerta. Il suo senso dell’ospitalità era stato tale che, nel momento in cui i concittadini avevano cercato di abusare sessualmente dei suoi ospiti, si era dimostrato disposto a concedere loro in cambio le sue stesse figlie (Gen 19,8). Nel v. 29 si dice, però, che Dio lo risparmiò per amore di Abramo.

A Lot e alla sua famiglia fu concesso di fuggire. La moglie di Lot, tuttavia, divenne una statua di sale per essersi girata verso Sodoma, contravvenendo alle parole dei due messaggeri che le avevano proibito di voltarsi mentre Dio faceva piovere sulla città fuoco e zolfo (Gen 19, 1-29). Alla morte scampò soltanto Lot con le due figlie che egli aveva offerto al popolo.

Mentre Lot è ricordato altre volte nella Bibbia (Dt 2,9.19; Sal 83,8; 2Pt 2,6-8), di sua moglie non si fa più parola. Non se ne parla nemmeno negli stessi racconti patriarcali. Lot è solo quando decide di seguire Abramo (Gen 12,4-5; cfr 11,31). Ciò fa supporre che abbia preso moglie in Canaan. Del luogo dovevano essere anche i mariti delle figlie, i quali, non avendo preso sul serio quanto stava per succedere, perirono assieme a tutti gli altri (Gen 19,14).

Nella tradizione giudaica la sorte di questa donna ha dato adito a diverse spiegazioni. Oltre a darle il nome di Idit, i rabbini si sono chiesti come mai sia stata trasformata proprio in sale.

Cirillo di Gerusalemme (Gerusalemme, 313 o 315 – Gerusalemme, 18 marzo 387, fu teologo e vescovo di Gerusalemme) afferma che il cristiano non deve voltarsi indietro a guardare il tran tran dell’esistenza mondana. Ambrogio di Milano [Aurelio Ambrogio (Aurelius Ambrosius), meglio conosciuto come sant'Ambrogio (Treviri, incerto 339-340 – Milano, 397) è stato un vescovo, scrittore e santo romano, una delle personalità più importanti nella Chiesa del IV secolo] vede in questa donna l’immagine del peccatore.

Ma per comprendere il senso di questa storia occorre appurare cosa stesse alla base del tabù di non voltarsi, ad esempio quando si usciva di casa o da una città. Il divieto si basava sulla credenza magica che si potesse restare lesi dalle cose nocive con le quali si sarebbe entrati in contatto anche solo con la vista. Perciò fuggire da Sodoma, senza guardare la città in fiamme, significava fuggire dalle forze distruttrici che in realtà erano sempre in agguato.

Un parallelo interessante si ha nella storia d’amore tra Orfeo ed Euridice narrata da Ovidio nelle Metamorfosi. Anche Orfeo, sceso nell’Averno alla ricerca della sposa, non resiste al forte desiderio, dopo averla trovata, di guardarla, mentre camminava dietro di lui, prima di giungere alla luce del sole, come gli era stato ordinato dal sovrano dell’oltretomba, Plutone. Il particolare del sale, invece, può derivare dal fatto che la regione del Mar Morto, dove sembrano collocati i fatti, allora come oggi, è piena di sedimenti di sale e alcune rocce danno l’idea di rappresentare delle statue.

Non mi permetto di addentrarmi nel significato religioso più profondo della narrazione. Ho letto che la vicenda drammatica della moglie di Lot è un richiamo a coltivare la speranza. In fondo, essa rappresenta il negativo di quanto è successo ad Abramo, che si lasciò tutto dietro le spalle, casa, famiglie, beni, per andare verso Canaan, dove l’attendeva il Signore. Nei momenti di crisi il guardare indietro può essere pericoloso, perché, rimanendo legati al passato, si corre il rischio di restare bloccati nel presente.

Per il cristiano, poi, è costitutiva l’ansia del «nuovo» che Dio realizza nel futuro: come figlio della promessa, egli è chiamato ad andare oltre, a vivere senza rimpiangere le cose che ha lasciato dietro di sé per seguire il Signore, a non restare legato a ciò che ha conseguito o a ciò che potrebbe esercitare un influsso negativo su di lui. Ma… qui mi fermo, perché esuliamo dal tono lieve e spensierato cui s’impronta questa nostra chiacchierata! E sicuramente altri avrebbero molta più autorità e competenza di me in campo teologico!

Per concludere la carrellata di curiose usanze riguardanti il sale e l’olio, non si può non menzionare la "sperlingueia" genovese: aggiungere acqua e olio per togliere il malocchio ai bambini versando loro il contenuto sulla testa.

Nel Sud si utilizza la stessa pratica per togliere il malocchio: se l'acqua e l'olio si sciolgono in tante goccioline contro ogni aspettativa razionale, ciò vuol dir che il rituale ha funzionato, se acqua e olio restano con macchie troppo grandi distinte l'una dall'altra allora il malocchio non è stato tolto.

Nelle zone in cui tale credenza è ancora diffusa, esistono persone (di solito si tratta di donne anziane) che sostengono di poter diagnosticare l'eventuale presenza del malocchio, in un individuo, attraverso questo curioso procedimento, che cela, in realtà, un fenomeno fisico. Per il rito ci occorrono acqua, olio e una candela benedetta: si mette l'acqua in un piatto, si accende la candela e si compiono alcuni gesti sulla persona che abbia il sospetto di essere stata colpita dal malocchio. A questo punto l'operatore fa cadere una goccia di olio nell'acqua.

Se la goccia d'olio non resta compatta a galla sull'acqua, ma scompare mescolandosi con l'acqua stessa è già segno che la persona è colpita da malocchio (sull'interpretazione del risultato non c'è tuttavia unanimità). Si lasciano, quindi, cadere altre due gocce d'olio: nel caso confermassero il risultato di prima, ossia le gocce sembrano sparire nell'acqua, il malocchio è confermato.

Con un piccolo esperimento si può proporre la spiegazione razionale al fenomeno. Usiamo due piatti identici, lavati con cura: su uno dei due piatti passiamo un batuffolo di cotone leggermente imbevuto di olio. Riempiamo i due piatti con un’uguale quantità di acqua, poi lasciamo cadere una goccia di olio da uguale altezza nell'acqua dei due piatti. In quello che è stato preventivamente unto con il batuffolo di cotone, la goccia d'olio rimarrà localizzata in una zona molto ristretta.

Viceversa in quello accuratamente sgrassato la goccia sembrerà sparire. In realtà la goccia d'olio non sparisce, ma si spande sulla superficie dell'acqua in un sottilissimo strato (guardando contro luce la superficie è possibile vedere la chiazza d'olio).

La differenza di comportamento nei due piatti è interpretabile in termini di tensione superficiale (“cioè la misura della tendenza che hanno i liquidi medesimi a raccogliersi a parità di volume secondo forme che abbiano una superficie più piccola possibile”), modificata dalla presenza di tracce d'olio nel piatto trattato con il batuffolo di cotone. Coloro che basano la “diagnosi” del malocchio sulla caduta di una goccia d'olio in un piatto pieno d'acqua si affidano quindi, se in buona fede, al caso. L'esito, infatti, dipende dal modo più o meno accurato con cui il piatto è stato lavato. O, almeno, questo è quanto sono riuscita a evincere dalle mie varie fonti di lettura!

Personalmente, consentitemi, quando penso a una bottiglia di olio non posso non rievocare un bel momento della mia infanzia. Bello e…rischiosissimo, alla luce di quanto ci siamo raccontati! Era consuetudine, presso la mia famiglia, acquistare ogni anno un certo quantitativo di olio d’oliva “buono”, sufficiente a coprire l’arco dei successivi dodici mesi.

Lo prendevamo sempre presso lo stesso consorzio; in genere andavamo il mio papà ed io (la mia partecipazione era solo “di compagnia”, la fatica fisica era appannaggio dei miei genitori), caricavamo (… caricava!) il “bottino” prezioso e dispendioso in auto e… via, difilati a casa, auspicabilmente senza far danno, a sistemare le anelate bottiglie. Esse venivano deposte con cura nello scantinato dei miei nonni: appena aperta la porta ti avvolgeva il suo caratteristico odore (è ubicato nel sottoscala del palazzo), che ancor oggi lo contraddistingue.

Su delle scaffalature in legno ivi collocate venivano appoggiate, ben ordinate, le varie bottiglie, dalle più vecchie, da mettere perciò prima in uso, alle nuove. In genere si portava a casa una bottiglia di olio novello, che assaggiavamo su delle belle fette di pane bruscato, con un pizzico di sale (sale&olio!): per i più golosi, non mancava l’aggiunta di qualche pomodoro della campagna dei miei nonni (ancora ne ricordo il sapore “strabuonissimo”… erano davvero appetitosi!). Per me era una specie di festa, un piacevole appuntamento annuale.

E poi, ogni volta che terminavamo una bottiglia, si andava a prendere l’olio in cantina: mi piaceva tanto accompagnare papà in questa semplice operazione domestica. Scendere nel sottoscala, aprire lo scantinato, chiuso con un lucchetto, aveva qualcosa di suggestivo per me, ai miei occhi di bambina… peccato poi che varie ragioni contingenti abbiano decretato la fine di questa tradizione!!! Mi piaceva, tuttavia, dopo avervi attanagliato con tutti i miei perché, salutarvi così, con un mio bel ricordo, e… con il sapore intenso dell’olio buono, dei sapori autentici, delizia del palato e piccoli attimi di gioia nella vita, se condivisibili con chi si ama!

Barbara Pasqualini