Viterbo RACCONTO NOIR “Guardi, ho saputo della morte e dato che il signor Deriso mi aveva prestato un libro prezioso, questo, intendevo restituirlo alla vedova. Posso darlo a lei?”
di Agostino G. Pasquali
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4. I morti non parlano
Con un’aria quasi da congiurati, Franco Natali e Ugo Destaffano si incontrano nel Parco di Villa Castello, il giardino pubblico al centro della città.
“Perché proprio qui? è freddo e umido… non è meglio in un bar?”
Destaffano spiega a Natali che il giardino pubblico è il luogo migliore dove incontrarsi senza rischiare di essere controllati e senza destare sospetti. Chiarisce:
“Mai parlarsi al telefono: i telefoni possono essere tutti sotto controllo. Mai incontrarsi in un bar: cimici e telecamere possono essere dappertutto. Neppure le piazze e le strade sono sicure: teleobiettivi e microfoni ultrasensibili possono essere dovunque. Il giardino pubblico, camminando in mezzo alla gente, senza stare fermi, è un luogo abbastanza sicuro… almeno fino ad un certo punto.”
“Perché tutte queste precauzioni?”
“Deformazione professionale. Non si sa mai se, indagando su una situazione poco chiara, si finisce in qualche cosa di grosso, di pericoloso. Parliamoci chiaro, amico Franco. Posso chiamarti amico e diamoci del tu?”
“Certo Ugo, amico Ugo…”
“Dunque, se i tuoi sospetti hanno un fondamento, e ora lo penso anch’io, credo che dietro la SPUV ci sia qualche cosa di losco e quindi probabilmente pericoloso. Se ci sono state tre morti non casuali, potrebbero essercene anche quattro o cinque. Chi potrebbero essere i prossimi?.. mi capisci? Con tutto il tuo chiedere e agitarti, compreso il contatto con me, non pensi che potresti aver allarmato qualcuno?”
Franco Natali ha un sussulto, sbianca in volto, resta senza fiato. Destaffano presegue:
“Non ti spaventare. Probabilmente esagero, però ti ripeto: per deformazione professionale io sono portato a pensare male. Può anche essere che la mia ipotesi sia tutta fantasia, proprio come prima pensavo della tua ipotesi. Ma se c’è del vero, quel vero etichettalo come ‘Pericolo!’…”
“E allora cosa proponi?”
“Io direi di sentire le altre due vedove, la Deriso e la Giuliani. Può darsi che non siano così diffidenti come la vedova Bellini. Però se troviamo una conferma dei nostri sospetti, se troviamo delle prove o almeno degli indizi seri, si va subito dai Carabinieri, si racconta tutto e ci si lava le mani. Poi tu te ne stai fuori. Chi te lo fa fare di cercarti guai? Io sono un giornalista, è il mio lavoro, e forse andrò avanti, ma con prudenza. Dunque, direi di dividerci il lavoro: tu vai dalla signora Deriso e io dalla Giuliani. Mi raccomando la prudenza. Ah! inventati una scusa, per esempio che devi restituire un libro, una scusa del genere. Non far capire che indaghi. Mi raccomando. Domani ci rivediamo qui alle tre del pomeriggio. E, quando vai dalla Deriso spegni il telefonino e lascialo a casa. E l’unico modo per essere sicuro di non essere controllato con il telefono.”
* * *
A strada Fontesecca, in periferia, anzi praticamente già in campagna, Franco Natali trova la casa dei Deriso. Preme il pulsante a lato di una targhetta d’ottone ‘Deriso-Savier’, posta sul pilastro che regge un cancello pedonale per l’accesso ad un mini giardino, al di là del quale c’è l’ingresso di una porzione di villetta trifamiliare.
Pochi secondi dopo la chiamata si presenta un uomo di mezz’età vestito con jeans, camicia e grembiule; l’uomo ha in mano un piumino da spolvero. Natali gli chiede se può parlare alla signora Deriso. L’uomo risponde con la pronuncia tipica dei francofoni: la erre moscia, la ‘c dolce’ pronunciata ‘sc’, e l’accento tronco su quasi tutte le parole.
“Non eseré qui la signorà Derisó.”
“Quando la posso trovare?”
“Non spiegató bene. Ripeto: non esersci signorà. Qui abitó solo moi, Pierre Savier. Prima esersci anche signor Marió Derisó, signore non signorà. Peró il signore è, malheureusement, mortó.”
“Lei è un custode? Un collaboratore familiare?”
“Mais non. Moi? J’étais, erócompagnó’ di poveró Mario… Capite?”
Gli ingranaggi semantici del cervello di Franco Natali girano come le palette di un frullatore. Dopo pochi secondi è pronto… il frullato. Dalla bene omogeneizzata mescolanza delle informazioni date da Pierre Savier con le rapide supposizioni che ha fatto, Natali deduce che Deriso si era separato dalla moglie, che pure c’era stata dato che lui l’aveva conosciuta, e ultimamente conviveva ‘more uxorio’ con questo signore, evidentemente uno straniero. Ma forse così può essere meglio, può essere più facile che con una moglie, ottenere qualche informazione.
“Guardi, ho saputo della morte e dato che il signor Deriso mi aveva prestato un libro prezioso, questo, intendevo restituirlo alla vedova. Posso darlo a lei?” e mostra una grossa ‘Divina Commedia’, rilegata in pelle logora, che sembra un pregiato esemplare prelevato da una biblioteca antica. In realtà quel libro l’ha comprato poco prima, prendendolo dallo scaffale ‘Tutto a15 euro’ in un negozio di roba usata.
“Mais oui! Tutó che riguarda Mario me touche, mi comuove. Entrez ,precò! Un cafè?”
Sorseggiando il caffè, lungo alla francese (troppo annacquato, insipido per chi è abituato all’espresso), Natali porta abilmente il discorso sulla morte di Deriso, e Pierre Savier gli spiega:
“Marió ha fató gità nel boscó e portato qui champignons… funghi… beli, bianchi; ha detó ‘prataiolì’. Io cuscinato, ma non mangiato. Moi non piasce funghi. Marió ha mangiati tütì. Giornó seguente stató male...ospedale... cure inütìli…”
Pierre Savier ha un groppo in gola e piange.
* * *
Il giorno dopo Natali e Destaffano si incontrano, come stabilito, nel giardino pubblico per comunicarsi i risultati delle loro visite a casa Deriso e a casa Giuliani. Natali racconta l’esito della sua visita e precisa che, secondo lui, Savier è stato sincero e che quindi la morte di Deriso non ha niente a che vedere con la SPUV.
Destaffano riferisce la sua visita alla vedova Giuliani:
“Mi ha ricevuto proprio lei. Sono rimasto senza fiato: è una bellezza, quaranta? massimo cinquant’anni? ma ne dimostra trenta, piena di vita, uno sguardo provocante, movenze da gatta in calore. Per darti un’idea: è una femmina tipo Lilli Gruber...”
“Come ? proprio Lilli Gruber?”
“Che ti devo dire? A me, la Lilli mi turba da sempre. Forse io penso ancora alla Lilli Gruber che conduceva il TG1 della Rai. Te la ricordi quando si faceva inquadrare di tre quarti e aveva il sorriso malizioso? la voce sensuale? le labbra sensuali? Beh! La Giuliani è proprio così, è sensuale, è una mangiatrice di uomini... e io mi sarei fatto mangiare. Purtroppo mi ha riconosciuto subito come giornalista e questo l’ha maldisposta. Allora è diventata freddina.
Però mi ha confermato che la morte del marito è stata causata da polmonite, una sudata e un colpo di freddo. Il marito soffriva di bronchite enfisematosa già da tempo ed era a rischio. Aveva anche presentato domanda di assegno di invalidità ed era in attesa di essere chiamato a visita dall’INPS. Comunque con una moglie così bollente un accidente ti può venire anche se stai bene in salute.”
“Dunque anche per Giuliani è tutto regolare?”
Destaffano fin qui ha parlato come se stesse raccontando una barzelletta, allusivamente e ironicamente. Ora all’improvviso si fa serio. Afferra per un braccio l’amico Franco e gli dice sottovoce:
“Magari fosse tutto regolare! Però non sai, non puoi sapere, il seguito. Questa mattina, verso le dieci, mi suona al portone uno che dice di dovermi parlare con urgenza. Figurati, alle dieci! Io a quell’ora sto nel sonno migliore. L’avrei mandato volentieri a casa del diavolo, ma il tono della voce era inquietante. Io sono un giornalista, l’esperienza mi ha insegnato a capire al volo, anche solo dal tono di voce, se si tratta di una cosa seria e importante. Lo faccio entrare e mi dice: “Sono l’avvocato Rossini, vengo a parlarle per conto del senatore Ullifredi.” Pausa ad effetto, poi: “Lei ieri è andato dalla signora Giuliani a infastidirla con domande… delicate… Il senatore… ehm… conosce la signora, è una sua cara amica… mi spiego?”
“Hai capito il porcello senatore?!”
“No, aspetta, c’è poco da scherzare. L’avvocato mi dice che, per il bene mio e di quel rompiscatole che sei tu, col quale mi incontro al giardino pubblico… mi dice che per il bene nostro, deve cessare immediatamente ogni interesse o indagine sulla SPUV. Ha sottolineato col tono grave della voce: immediatamente e indagine. Ha concluso il discorso facendomi capire che gli interessi che girano attorno alla SPUV sono troppo grossi perché ci si immischi un giornalista di provincia, magari anche bravino.
Sia chiaro, ha detto, che si tratta di affari leciti, assolutamente onesti, ma troppo importanti per rischiare di farli rovinare da un paio di ‘curiosi ingenui e sprovveduti’ che giocano a fare Sherlock Holmes e dottor Watson, ma rischiano di finire come la ‘gatta al lardo’ e ci lasciano lo zampino… se gli va bene, se no... e ha fatto un gesto con la mano come se fosse una lama, un gesto brutto, ma molto significativo.”
“E allora?” chiede Natali che si è scurito in volto, ha sentito un brivido gelido e comincia ad aver paura.
“Aspetta. Non ho finito. Poco dopo questa visita mi chiama il direttore del giornale per cui talvolta lavoro, quello del servizio sulla SPUV, e mi propone di andare per una settimana a Milano a scrivere degli articoli sull’Expo. E magari, se il sevizio piace ad un certo politico, capito chi? ci posso restare anche un mese. L’importante è che me ne vada lontano dalla città.”
“Tu ci vai a Milano?”
“Certo. D’altra parte, facciamo il punto della situazione. Non abbiamo trovato nulla di oggettivamente sospetto, tranne l’ubriachezza di un astemio, che proprio in quanto astemio potrebbe aver bevuto una volta eccezionalmente e quindi, per la sua mancanza di abitudine all’alcol, aver perso il controllo di sé. Capita, capita…
A questo punto è chiaro che dietro la SPUV c’è un grosso affare. Tutti gli affari grossi sono pericolosi : c’è gente che ci rischia ricchezza e potere anche quando gli affari sono leciti, e questa gente non gradisce di essere disturbata. Perché dovrei continuare a fare il guastafeste con danno pure per la città?
Io, anzi noi… noi non abbiamo trovato un fondato motivo di pensare male, delle prove... quindi lascio perdere tutto e vado a Milano.”
“E se invece il male ci fosse?”
“Lascio perdere lo stesso. Non ho mica qualcuno che mi protegge e non ho certo la vocazione del martire. D’altra parte cerchiamo di essere razionali: con i sospetti che abbiamo, senza elementi concreti, se scrivo un articolo nessuno me lo pubblica, e se venisse pubblicato mi prenderei una denuncia per calunnia… E non prendo in considerazione il rischio delle minacce dell’avvocato Rossini, che probabilmente ha bleffato… ma come faccio ad esserne sicuro?”
“E io?”
“E tu, dammi retta, vai a farti una bella gita, vai a sciare, vai in crociera con tua moglie…”
“Già, è vero. Niente dati di fatto e niente prove di qualcosa di illegale. L’unico che potrebbe essere credibile e dire veramente com’è andata è il defunto Bellini. Però, come si dice? ’47, morto che parla’? Ma è una stupidaggine. Il morto non può parlare.”
“Infatti dire ‘47, morto che parla’ è sbagliato. Consulta la Smorfia: ‘il morto che parla’ è il numero ‘48’. Il ‘47’ è il morto che non parla. Come è naturale che sia, perché i morti non parlano.”
(Finisce qui, per ora)
Agostino G. Pasquali
