Viterbo CRONACA Si tratta di una delle pagine più oscure e vergognose

 

Il ricordo di Carlo Celestini

Domenica prossima a Viterbo, con una cerimonia appena fuori Porta Faul, il Circolo Monarchico del Capoluogo della Tuscia, di cui è segretario il dott. Aldo Quadrani, ricorderà i Martiri delle Foibe.

Un'altra giornata della memoria si aggiungerà dunque a quella già celebrata lo scorso mese di gennaio in onore delle vittime dei campi di concentramento nazisti.

Si tratta di una delle pagine più oscure e vergognose (di cui Togliatti, peraltro, ebbe un ruolo principale, all'epoca in cui era segretario di uno dei più grandi partiti comunisti d'occidente) che certa italietta furbastra e trinariciuta, per cattiva coscienza, vorrebbe relegare negli angoli più remoti dei libri di storia.

Una pagina rosso sangue, sulla quale - si spera - gli storici futuri, al di fuori di ogni schema ideologico, sappiano sollevare il velo di silenzio e di omertà che tutt'ora perdura, non fosse altro che per rendere doverosa memoria storica ed onore a tutti quegli italiani vittime della criminalità comunista del dittatore iugoslavo Tito e dei suoi degni seguaci.

Intanto per non dimenticare, l'editrice Controcorrente, ha di recente riproposto al pubblico dei lettori le memorie di Nidia Cernecca, già autrice di un denso saggio sull'Istria, un calvario senza redenzione.

Nativa di Gimino d'Istria (1936), Nidia Cernecca ripercorre in questa sua memoria, “Foibe, io accuso” (Edizioni Controcorrente, pp.130, Euro 11,00) con la forza della testimonianza diretta e con rara efficacia, i giorni della pulizia etnica attuata dai comunisti italo-slavi, coordinata da Ivan Motika (boia di Gimino, al quale l'INPS corrispose perfino una pensione per questa sua “opera meritoria”), presidente del sedicente tribunale del popolo, del quale rimase vittima il padre dell'autrice (Giuseppe Cernecca, semplice impiegato comunale, venne decapitato nel 1943 e con la sua testa i suoi carnefici inscenarono una macabra partita di calcio) e molti altri componenti della sua famiglia.

“Si presentarono in due – ricorda Nidia – Uno era di statura medio-bassa, capelli neri e lisci, con la stella rossa comunista sulla bustina militare copricapo. Portava pantaloni alla zuava e stivaloni neri ben lucidati.

Aveva l'aria minacciosa ed in mano un frustino, con il quale giocherellava in continuazione...

Quell'uomo piccolo e baldanzoso, era Ivan Motika...

Con parole forbite (era laureato in legge all'università di Zagabria) disse che avevano ucciso il mio papà. Poi, mutando tono della voce, s'irrigidì e “avvertì” la mamma che avremmo fatto tutti e tre la stessa fine, se fossimo andate a recuperare il suo corpo”.

Ed è sempre Nidia Cernecca in un capitolo delle sue memorie, Diario di una battaglia, a ricordare l'intitolazione della piazza a Viterbo: “Il 16 ottobre 1999, su delibera della Giunta comunale di Viterbo e per volere del Sindaco dr. Giancarlo Gabbianelli, con l'organizzazione e la richiesta del coordinatore provinciale della federazione monarchica, dr. Aldo Quadrani, fu intitolata una piazza della città laziale ai martiri delle Foibe. Nidia Crenecca fu invitata a questa solenne cerimonia con Augusto Sinagra e Lucio Toth. Erano presenti anche Edda Rocco e il Presidente dell'Unione Istriani dr. Silvio Delbello, e Rossella e Aldo Quadrani..”

Da ultimo un monito, quello del dr. Giuseppe Pititto, Pubblico ministero nel processo contro il boia comunista Ivan Motika. Vale la pena di riflettere soprattutto su questi passaggi della sua requisitoria: “Non esiste, per qualsivoglia Paese, possibilità di un avvenire degno dell'essere umano, se quel Pese non sia prima capace di fare i conti con la sua storia. Il che significa fare luce sul bene, ma ancor prima, sul male che, quel paese ha segnato.

E tra il male, che questo Pese ha sofferto, stanno in primo luogo, le migliaia di individui che, nelle Foibe per mano assassina, hanno trovato morte crudele: per una ragione anzitutto, per essere, sentirsi e voler restare cittadini di questo Paese (…)

Occuparsene, oggi, a mezzo secolo di distanza dai fatti, è obbligo giuridico in un Paese in cui vige il principio dell'obbligatorietà dell'azione penale. E' dovere morale per un Paese che vide crudelmente assassinate delle persone per il sol fatto di appartenergli.

E però, e questo meno non conta e più ci persegue, è anche servizio ad ogni nazione, etnia, razza, religione, perché resti fissato, nei limiti in cui un processo penale può farlo, che far parte di uno di tali gruppi, dato o prescelto che sia, è un diritto naturale universalmente riconosciuto, la cui offesa troverà sempre e comunque una rivendicazione dell'uomo sopravvissuto.

Al di là di leggi, tempo, spazio. Perché l'uomo possa sopravvivere. In modo degno della sua natura.”

 Giuseppe Bracchi
Pubblicista – Avvocato Ecclesiastico