Viterbo RACCONTO NOIR “À la guerre comme à la guerre” che è un modo di dire furbetto per evitare un rimorso di coscienza utilizzando una giustificazione di comodo
di Agostino G. Pasquali

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8.  I morti non parlano,  però...

     Il giorno successivo, domenica in tarda mattinata, Franco Natali e Ugo Destaffano, puntualmente ritornato proprio come aveva previsto, si incontrano, si scambiano dubbi e impressioni, e decidono di proseguire le loro indagini.

Natali sentirà la signorina Sorbini, una impiegata amministrativa  della SPUV che in passato gli aveva fatto da segretaria. Destaffano cercherà di parlare con la vedova Deriso.

     Franco Natali ricorda che la signorina Sorbini, classica zitella anziana, seria, tutta casa e chiesa, soleva rimproverarlo per la sua scarsezza di fede religiosa e soprattutto per la mancanza di pratica della religione e gli decantava la bellezza della messa di mezzogiorno nella chiesa del convento dei Padri Cappuccini, alla quale messa domenicale lei non mancava mai.

     No, non è esatto dire che lo rimproverava, non se lo sarebbe mai permesso educata e rispettosa com’era, ma la Sorbini non aveva mai rinunciato a sperare e aveva insistito a dialogare per tentare di riportare all’ovile ecclesiale quella ‘pecorella deviata dal razionalismo’.  

     Si rivolgeva a lui con un sorriso dolce e rispettoso, che esprimeva chiaramente la stima, ma rivelava anche un sentimento non del tutto platonico, represso ma non soppresso; gli diceva di tanto in tanto:

     “Verrà un giorno che lei tornerà alla fede. Lei è troppo per bene per non credere. Io prego per lei e aspetto fiduciosa. Quando la vedrò in chiesa saprò che le mie preghiere sono state esaudite.”

     Franco Natali astutamente si reca alla chiesa dei Cappuccini prima che la messa di mezzogiorno sia finita e si mette in fondo, in piedi vicino all’uscita, in modo da essere visto da tutti quelli che escono. Spera che la Sorbini ci sia e lo veda. Si vergogna di quel piccolo sotterfugio e sente rimorso perché sta per ingannare un persona che ha sempre stimato. Ma come dicono i francesi?  “À la guerre comme à la guerre” che è un modo di dire furbetto per evitare un rimorso di coscienza utilizzando una giustificazione di comodo.

     La signorina Sorbini c’è e lo vede. Gli si avvicina con un sorriso radioso che significa: “Visto? lo dicevo!” ma non lo dice, però si intuisce che lo pensa.

     Escono insieme dalla chiesa e si avviano per il viale che porta verso il centro della città. Chiacchierano del più e del meno: “Come si sta in pensione?”  “Non c’è male. Tanta libertà e poche preoccupazioni.”  “Quella maledetta Fornero mi ha bloccata, a me, se no sarei anch’io in pensione.” E così via…

     Franco Natali, in questi pochi giorni nei quali si è dedicato all’arte investigativa, ha imparato come manovrare il discorso per portarlo dove vuole lui, ma senza farsene accorgere; si sente ormai un esperto detective come si legge nei migliori romanzi gialli. Così viene a sapere che la fabbrica aveva risentito della crisi economica generale, aveva dovuto ridurre la produzione normale, ma l’amministrazione centrale l’aveva trasformata in una moderna azienda che importa prodotti cinesi, li migliora un po’, più che altro nell’estetica, a volte solo nella confezione, e li rivende come ‘made in Italy’.

     La Sorbini spiega con orgoglio:

     “Lo sa signor Natali?  Produciamo (si fa per dire: produciamo)  oggettistica minuta  che vendiamo con il nostro marchio, ma anche elettrodomestici per la casa e macchine per l’hobby, che personalizziamo per conto di grandi marche. Siamo un’azienda molto aggiornata, al passo coi tempi, aperta a tutte le opportunità dell’economia globalizzata, ‘up-to-date’ come dice il nuovo direttore, che parla più come un computer che un essere umano”.

*     *     *

     Quando in serata si ritrovano insieme, Natali riferisce l’incontro con la Sorbini e Destaffano quello con la vedova Deriso.

     Riferisce Desteffano che la vedova Deriso è una persona gretta, piena di rancori e pregiudizi, e pure volgare. Gli ha detto che quei due le facevano schifo, che non ha niente contro i ‘fr…’ (la parola l’ha detta completa), basta che se ne stiano per conto loro e non rubino i mariti… che almeno li trattassero bene, invece…  Ha fatto capire, anche se non lo ha detto apertamente, che ‘quella troia di Pierre’ ha avvelenato quel ‘cretino’, perché il marito sarà stato pure cretino, ma era un esperto conoscitore di funghi ed è impensabile che abbia scambiato per prataiolo una mortale amanita falloide.

     “E perché non l’ha denunciato?” chiede Natali.

     “Glielo ho chiesto e mi ha risposto che non ha prove e poi di quel ‘cretino’ non gliene importa più niente. Ma ho capito, da qualche allusione, che lei era beneficiaria di un’assicurazione sulla vita del marito e temeva che in caso di indagini l’assicurazione avrebbe sospeso il pagamento dell’indennizzo. Sai come sono le assicurazioni: ogni pretesto è buono per non pagare o almeno rinviare. E ora che lei ha riscosso e si gode il denaro, che convenienza avrebbe a destare il can che dorme?”

*     *     *

     Lunedì mattina Franco Natali va in auto all’ufficio dei portalettere a ritirare il ‘qualche cosa’ che giace aspettando proprio lui. Prende il bigliettino con il numero per il suo turno e legge ‘E’ IL MIO TURNO / 047 / TIRARE’, cioè proprio il numero ‘47’ e sente un brivido. Non è superstizioso, ma non riesce ad evitare un senso di disagio per quel numero che sembra seguirlo da quando aveva 17 anni. Gli viene l’intenzione di buttare il biglietto e prendere il successivo, ma non lo fa.

Perché? con il 48 o 49  cambierebbe qualcosa?

     Viene il suo turno. L’impiegata cerca nello scaffale e trova una lettera raccomandata. Prima di accettarla Natali se la fa mostrare e la prima cosa che lo colpisce è il mittente: Martino Bellini.

     Un tuffo al cuore e un certo tremore alle mani sono inevitabili. Cerca di darsi un contegno, di non far vedere l’emozione, ma l’impiegata pensa solo a fare il suo lavoro e se ne frega delle reazioni dei clienti. Ne ha viste tante: a volte rabbia, altre volte gioia, rifiuti, insulti o ringraziamenti, a seconda del caso.

     Appena fuori dall’ufficio postale si siede in macchina e con le mani ancora tremanti apre la busta e comincia a leggere una lettera scritta a penna con grafia minuta e un po’ incerta.

      A te, Franco, che sei stato il mio capo nell’azienda e dall’azienda te ne sei andato lasciando me ad affrontare il ‘nuovo’, a te sono costretto dalle circostanze  a confidare quanto segue.

     Devi sapere, per poterlo denunciare nel caso che mi succeda qualche cosa di brutto, che questa sera devo andare ad un appuntamento pericoloso dal quale potrei non uscire vivo. Devi sapere che la SPUV sta operando in modo illegale, perché oltre ad un’attività produttiva discutibile e sostanzialmente falsa, ricicla denaro sporco. Come esattamente  faccia, non lo so, ma lo sapeva bene Deriso che c’era stato coinvolto  dal suo amico Pierre, il quale credo che sia il collegamento con la malavita. Deriso mi ha accennato ad un grosso traffico di fatture false o duplicate per pagamenti in contanti di forniture inesistenti o gonfiate. Deriso parlava troppo e credo che per questo sia stato eliminato. Ne aveva parlato anche a Giuliani che infatti negli ultimi giorni, prima di ammalarsi, era preoccupatissimo e probabilmente si è ammalato per la preoccupazione. Tu sai quanto era apprensivo Giuliani. Due giorni fa il direttore della fabbrica mi ha chiesto cosa pensavo della morte di Deriso e io imprudentemente gli ho detto che con quell’amico strano e la loro attività pericolosa doveva aspettarsi qualche guaio. Il direttore mi ha guardato male e mi ha chiesto che cosa intendevo dire con ‘attività pericolosa’. Io l’ho buttata sul sessuale, ma sono arrossito e quello deve aver capito dal mio imbarazzo che Deriso si era confidato con me. Due ore fa mi ha invitato a cena. Non l’aveva mai fatto e quest’invito mi ha meravigliato e preoccupato anche perché alla mia richiesta di sapere perché dove e con chi, ha risposto:”E’ un riconoscimento per il suo lavoro, il resto a sorpresa. Le farò una buona proposta, una proposta che lei accetterà di sicuro.” Mi è sembrato ‘Il Padrino’ quando dice: “Gli farò un’offerta che non potrà rifiutare” e ho avuto paura. Non ho avuto la forza di rifiutare l’invito. Avrò la forza di rifiutare l’offerta?

     Ho scritto questa lettera per fare una eventuale denuncia dopo la mia possibile morte. Non potrò più parlare, i morti non parlano,ma questo scritto parlerà per me. Se la mia paura è infondata e se domani mattina sarò ancora vivo, ritirerò la lettera alla posta e la distruggerò. Ma se ti è arrivata e hai letto fin qui, vorrà dire che io non ci sono più. Io sarò per mezzo tuo un ‘morto che parla’  (perdonami questa amara e forse inopportuna battuta). 

                                                                                         Martino Bellini

P.S.: Ti chiederai perché ho scritto a te. Non lo so esattamente. Forse perché sei l’unica persona che stimo. Forse perché sei stato il nostro capo, mio e di quel disgraziato di Deriso. Perché sei serio come me, ma sei anche coraggioso. Io sono un debole.

      Ti ringrazio per quello che farai.

                                                                                         Martino Bellini

*     *     *

     Franco Natali legge e rilegge la lettera. Gli tremano le mani. E’ combattuto da sentimenti contrastanti: sorpresa per il contenuto drammatico;  pietà per quello che deve aver subito il povero Bellini;  paura perché ora si trova coinvolto direttamente in una situazione pericolosissima (l’avviso dell’avvocato Rossini non era dunque un bluff, come aveva pensato Destaffano);  impulso a distruggere la lettera e non occuparsi più, ma proprio più, di quella orribile vicenda.

     Però può chiudere gli occhi e ignorare tutto? Il fatto di sapere non è di per sé già pericoloso? Bellini ha scritto che lui, Natali, è coraggioso, e questo è abbastanza vero, ma coraggioso non vuol dire offrirsi come ‘vittima e martire’. Coraggioso non vuol dire incosciente…

     Decide alla fine di consigliarsi con Lù o Destaffano. Ma Destaffano si butterebbe sicuramente nel fuoco rischiando di bruciare entrambi. Meglio sentire prima Lù che è sempre stata sua saggia consigliera. Ma le dirà il meno possibile per non coinvolgere anche lei.

     A casa comincia un discorso ipotetico:

     “Senti, Lù, supponiamo che tu abbia  qualche notizia su un delitto, ma una vaga notizia, niente di provato o provabile. Non avendo un obbligo giuridico di denunciare… “

     “Smettila di girare attorno al problema. Fammi vedere la lettera.”

     Ah, l’intuito femminile! Le donne in genere, Luciana in particolare, vanno immediatamente al centro della questione. Luciana legge, medita un attimo e dà il suo consiglio:

     “Devi mettere subito tutto nelle mani dei carabinieri. Finché sei il solo a sapere sei in pericolo,  ma quando avrai denunciato tutto, cioè avrai consegnato la lettera, sarai al sicuro. ‘Quelli’ non hanno più interesse a colpirti. Non penso che siano vendicativi…”

     “Hai ragione, stavo pensando la stessa cosa…”     

     “E non dimenticare Destaffano. Andateci insieme a fare la denuncia. Che figura ci faresti se la stampa desse qualche notizia e il tuo amico fosse restato escluso perché tu lo hai trascurato proprio nel momento decisivo?

     Anzi ti dico proprio da chi dovete andare: una mia collega di lavoro è moglie di un maresciallo dei carabinieri. Andate da lui. E’ una persona serissima, un autentico ‘Nei secoli fedele’.  Figurati che si chiama maresciallo Fedele Secolini… Si può essere più carabinieri di così?”

FINE (della seconda serie)

Agostino G. Pasquali