Viterbo CRONACA E' un libro aperto che aspetta solo di esser letto e, soprattutto, a mio avviso, meditato
di Giuseppe Bracchi
Arriva un momento della vita in cui ciascuno di noi, noto o meno noto, decide di alla penna o al nastro di un registratore (forse roba d'altri tempi), le proprie memorie autobiografiche.
Sorpresi dagli anni, lo sguardo, per dirla col Leopardi del Sabato del Villaggio, si perde là dove s'incontra il giorno ed allora si ha voglia di rinovellare il tempo andato quando nei giorni di festa ci si ornava e si solea danzar con i compagni dell'età più bella.
L'autore di queste memorie ha però conosciuto altre danze ed altro destino. E' lui stesso a confessarlo nell'incipit del volume: “All'inizio volevo essere un pilota, ma servono troppi soldi per quello sport. E poi ci volevano le attitudini. E le mie attitudini mi portavano altrove, fra due pali. Quello sarà il mio destino.”
Il mancato pilota è Dino Zoff, uomo, padre, oggi nonno che per tanti anni ha deliziato gli sportivi italiani e non, restando ben saldo fra i pali di una porta per ben 42 anni.
E' l'uomo dei mondiali vinti meritatamente nel 1982, è l'uomo del sogno europeo svanito di un soffio nella notte di Bruxelles, quando ct della nazionale, perse immeritatamente la finale contro la Francia per un golden goal di Trezeguet.
Ma questi appena accennati sono soltanto alcuni dei ricordi che si leggeranno nel libro di Dino, ”Dura solo un attimo, la gloria”, dove il campione più amato dagli italiani e … si, diciamolo pure, più detestato da certa stampa più avvezza la pettegolezzo ed alla servitù verso i potenti, piuttosto che far emergere e diffondere le doti schiette di un uomo, di un campione, di un allenatore che badava solo al sodo, perché il chiacchiericcio nello sport conta poco, si diverte a raccontare fatti e aneddoti di una vita al servizio del calcio.
Già, perché per quanto possa sembrare strano, quella di Dino Zoff è stata una vita contrassegnata dal suo amore schietto per uno sport che ha sempre vissuto innanzitutto come servizio, come dovere morale verso la società e la maglia che indossava, per poi con dispiacere condividerne le tristi sorti sotto i colpi inferti da Calciopoli o dal altri scandali veri o presunti: “Ho sempre considerato il calcio un insieme di valori indiscutibili: l'educazione, la crescita della persona come individuo singolo e come parte di una squadra, la lealtà e la correttezza, l'autodisciplina, la capacità di riconoscere i propri limiti e la voglia e la fatica di provare a superarli, l'affannosa ricerca dell'equilibrio tra uomo ed atleta”.
Dino è il ragazzino che con la sorella Ameris era nato nella casa di campagna dove il papà Mario e la mamma Anna, lavoravano sodo la terra, fatiche di cui Dino condivideva le sorti in cambio di 10 centesimi (la paghetta domenicale) con i quali gustare il gelato.
Crescendo Dino, conoscerà l'apprendistato come motorista, per poi approdare portiere nella squadra del paese e poi all'Udinese al Mantova, fino alle magnifiche sorti che tutti conosciamo ed abbiamo ammirato nel tempo. Sempre con serietà e fatica, fra gioie e delusioni, ed amicizie più strette, come quella nata tra Dino con l'indimenticabile Gaetano Scirea.
Ma Dino è anche il genitore affettuoso che condivide il suo matrimonio con la moglie Anna, che vedrà nascere e crescere il figlio Marco, fino alla laurea in Ingegneria, è il nonno che oggi coccola i suoi due nipotini, Pietro e Clara, l'amico del trombettista più famoso d'Italia, Nini Rosso e del famoso grecista Vittorio Sermonti.
Si, Dino Zoff, in sintesi è stato ed è tutto questo. E' l'uomo che fiero del proprio ruolo di ct. della nazionale e di uomo che allo sport aveva dedicato tutto se stesso, seppe mettere in riga il cav. Berlusconi, laddove la dignità umana e professionale valgono molto di più di tanti contratti miliardari e dei relativi sponsor. Certo, pagò caro il fio di questa sua.. “sfrontatezza”.
Ma in fondo è proprio dalla vita adamantina di quest'uomo, marito, padre, calciatore per 42 anni ed oggi nonno affettuoso, che i ragazzi che si avvicinano al calcio avranno molto da imparare. La sua vita, o meglio parte di essa, la più conosciuta è, per l'appunto un libro aperto che aspetta solo di esser letto e, soprattutto, a mio avviso, meditato.
Perché come confessa Dino stesso alla fine delle sue memorie: “Lo sappiamo entrambi troppo bene: niente al mondo come lo sport riesce a dare sensazioni così forti e, insieme, così fugaci. Dura solo un attimo, la gloria. E allora bisogna saperlo conservare nel cuore, quell'attimo, consapevoli della sua fragilità e del suo valore, per renderloeterno”. Buona lettura!
Giuseppe Bracchi
