Viterbo, interno della Chiesa di sant'Ignazio di Loyola a metà di Via Saffi (Largo Mario Fani)
Antonio Cignini
Caro Mauro, in vista della festa di sant'Ignazio di Loyola - il 31 luglio - ti mando un articolo sul colto giurista benedettino viterbese Gregorio Sanzio che fu consulente del fondatore dei Gesuiti all'epoca della redazione della loro Regola. A Viterbo è la Chiesa di sant'Ignazio, della quale non male sarebbe linkare la storia che hai già pubblicato su questo quotidiano.
Per la storia della Chiesa di sant'Ignazio di Mauro Galeotti clicca qui
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Un viterbese consulente di sant’Ignazio di Loyola per la Regola dei Gesuiti. Il suo nome – dal vol. 35 delle Riforme del Comune di Viterbo – è “Grigorius Sanctius”, che si può tradurre Gregorio Sanzio o del Santo o Santi. Un benedettino viterbese.

Viterbo, Chiesa di S. Ignazio di Loyola, epigrafe dedicatoria sulla facciata: IN HO[NOREM]-S. IGNATII…
Mi sono imbattutto in questo personaggio nel corso dei miei studi e ricerche per ricostruire la storia della lenta e laboriosa edificazione della chiesa di S. Maria delle Fortezze e del convento annesso (Antonio Cignini, Chiesa bramantesca e cenobio delle Fortezze in Viterbo, Edizioni Dialoghi/Alter ego, 2019) . Ne parlo alla pag. 25 e seguenti del cap.1 sotto il titoletto “La questione benedettina”.

Veduta aerea della Chiesa e del convento retrostante delle Fortezze, 1938 (Archivio Mauro Galeotti)
Il cantiere delle Fortezze era stato aperto, con la posa della prima pietra, il 21 giugno 1514 da parte del vescovo Ottaviano Visconti Riario. La settimana precedente era stato deciso dalle autorità cittadine di non costruire la parte retrostante la chiesa, verosimilmente già destinata all’abitazione del cappellano o a un convento dove consentire l’insediamento di una comunità di frati.
Lo deduciamo dal manoscritto “Chiese, conventi e confraternite” del Signorelli: “[1514] 14 giugno. I Santesi di S[anta] M[aria] delle F.[ortezze] conducono Vincenzo Danese ad faciendum et fieri faciendum (i Santesi – cioè i [due]sorveglianti dei lavori, fiduciari dei Priori – conducono [sul posto] Vincenzo Danese affinché “faccia e faccia fare”) omnia concimina et lapides necessarias ad fabricam (tutti i conci [degli archi] e le pietre necessarie per la costruzione dell’edificio) exceptis altaribus et portis sive posti’[c]is (eccettuati sia gli altari e le porte sia gli edifici della parte posteriore), considerantes esse magistrum satis expertum in dictis fabricis (accertato che è un maestro sufficientemente esperto nelle dette opere murarie) [prot. 2 Mazatosta p. 67]”. Lo scalpellino viterbese Vincenzo Danese aveva lavorato nel cantiere della Fabbrica di S. Pietro diretto dal Bramante.

Resti del convento addossato al muro posteriore (lato ovest) della Chiesa delle Fortezze.
La costruzione della chiesa delle Fortezze era affidata a due squadre, una toscana guidata da Battista di Giuliano da Cortona, che una fonte notarile denomina “architetto”, e una lombarda diretta da Ambrogio di Bartolomeo da Milano. Malgrado il titolo di architetto, probabilmente i due – senza escludere che potessero ideare e disegnare progetti – erano o erano prevaletemente maestri murari, appaltatori e capicantiere, esecutori di progetti d’altri.
Dubito che si debba dar ragione a Cesare Pinzi che, ritenendo da scartare, anzi da “sbugiardare” la credenza di una paternità bramantesca del tempio delle Fortezze, ne attribuiva il progetto all’architetto appena nominato Battista di Giuliano da Cortona. Peccato però che il Pinzi “non cita alcun documento” gli obietterebbe il Signorelli, il quale scrive esattamente queste parole a proposito di un’altra affermazione non fondata dello stesso Pinzi, quella relativa allo spostamento dell’ingresso alla chiesa dalla facciata est a quella nord verso il 1570.
Pinzi è un grande storico, ma sull’attribuzione del progetto delle Fortezze a Battista di Giuliano da Cortona anziché alla cerchia del Bramante (o addirittura al Bramante stesso) dissento nettamente. Si deve aggiungere che tra il capocantiere lombardo e quello toscano era stata costituita una società edilizia di collaborazione, ma con porzioni distinte della chiesa da tirare su. Tra i due il “primus inter pares” era Ambrogio di Bartolomeo: era a lui infatti che i santesi consegnavano tutti i soldi per darne la metà anche al collega della squadra toscana. Lo dimostra “la lite” del 13 giugno 1521 risultante dagli atti del notaio Agostino Almadiani.
Dei due capicantiere, Ambrogio era in ritardo con i lavori, Battista invece puntuale e, per ciò, il primo in debito, il secondo a credito. I soldi – 93 ducati ricevuti da Ambrogio in quanto primo direttore del cantiere – dovevano essere assegnati il 50% a entrambi. Si accordarono per effettuare la dovuta spartizione entro otto mesi: a garanzia della sua promessa, Ambrogio, “rinunciando a tutti i propri beni, vi impegnò [la casa] situata nella città di Viterbo in contrada S. Giacomo” (forse nei pressi dell’attuale chiesa e via omonima, la prima a destra di Via Saffi, venendo da Piazza Fontana Grande).
La faccenda non filò così liscia. Passati non otto, ma appena poco meno di quattro mesi, “Addì primo ottobre 1521”, dopo un nuovo controllo a un livello più alto, nello stesso Palazzo dei Priori, risultò che Battista era ancora creditore per un ducato e mezzo, che però non doveva pretendere “prima che fosse adeguatamente completata la cupoletta che sta nell’angolo di detta chiesa verso l’Ospizio della Nave” (forse era l’angolo sud-ovest).
ll milanese invece, anche a questo secondo rendiconto, risultò ancora a debito per 21 ducati. I Priori e i Santesi gli concessero una proroga, fino a tutto aprile del nuovo anno, per consentirgli di eseguire i lavori arretrati, ma a patti più chiari e stringenti, che non allontanarono la spada di Damocle che pendeva sulla sua testa, cioè l’ipoteca sulla casa. La stima dei lavori nella chiesa – che due arbitri avrebbero dovuto comparare con quella del valore della casa a rischio pignoramento – non doveva risultare, alla nuova scadenza, inferiore alla detta somma, però, eventualmente, da conguagliare, a favore o a carico di Ambrogio, nell’ipotesi di valutazioni superiori o inferiori.
Il nuovo cottimo per i lavori alle Fortezze fu comunque pattuito col solo Battista di Giuliano da Cortona.
Ma poi Bartolomeo invertì la situazione. Il Signorelli non ci fornisce altre informazioni dirette; ma l’ex primo direttore del cantiere potrebbe rientrare nel numero di quei “lombardi”, ai quali, poco più di quattro anni dopo (1525), i Santesi versarono la somma di dieci ducati, ricavati dalla vendita di un piccolo appezzamento di terreno: “[… i] magnifici signori Priori … vendettero a Bartolomeo Morigi di Attigliano, soprannominato Scopietto, abitante in Viterbo, un canneto con un piccolo terreno annesso… in contrada Ponte dell’Acqua Calvia… al prezzo di dieci ducati … che il detto Bartolomeo si obbligò a pagare in presenza di me notaio e dei testimoni il detto giorno (il cinque settembre 1525, ndr) e li contò alla presenza dei detti Santesi…[garantendo] che erano coniati secondo il giusto e corretto peso in oro e argento” (Dagli Atti del notaio Serafino Toffia).
Si può ipotizzare che l’ex primo direttore del cantiere Ambrogio di Bartolomeo da Milano avesse imparato l’umiliante lezione subita e che, per rifarsi la reputazione e soprattutto per evitare il pignoramento della casa, abbia cominciato a prendere a frustate se stesso e i propri dipendenti per accelerare i lavori arretrati e quelli nuovi, in modo da passare dall’essere a debito all’essere a credito.
Verso la fine degli anni venti e l’inizio degli anni trenta, lo stato d’avanzamento dei lavori nella chiesa era ormai considerevole: erano state completate le cupolette angolari e le volte dei quattro bracci della croce greca; ma, ahimè!, senza il tetto ci pioveva e le volte erano a rischio di danni, e addirittura di crolli. La dura necessità spinse a una scelta al limite della profanazione: la vendita parziale, approvata dai Priori, di preziosi oggetti votivi: “1532 Furono ricoperte le volte vendendo i voti della Madonna” (Signorelli).
Era in questo clima misto di poesia e di prosa che veniva su la chiesa delle Fortezze. A perderci era inevitabilmente anche la qualità dell’opera, che avanzava sempre a rischio di allontanarsi dal progetto originario per scelte di varianti più economiche ed esteticamente al ribasso, come appunto avvenne con questa copertura affrettata e provvisoria, “un misero tetto a due falde in variante all’originale”, come lo declassa Otello Colonna, echeggiando la stroncatura di C. Pinzi, che l’aveva squalificato come “tetto posticcio”.

Viterbo, resti del convento e Chiesa dei Carmelitani quasi ad angolo con Porta del Carmine-Piano Scarano.
Dopo una quindicina di anni dall’apertura del cantiere, si arrivò comunque a una precaria “ultimazione” dei lavori. In vista della conclusione provvisoria e di un minimo di agibilità, la chiesa fu ambita da più d’un ordine monastico. Ci furono due richieste da parte dei Carmelitani. A Viterbo c’erano due comunità con questa denominazione: la prima era costituita da monaci che, a motivo del colore dell’abito e del cappuccio, erano chiamati i “frati del cappel bianco” e avevano il convento annesso alla chiesa di S. Giovanni Battista (degli Almadiani); l’altra si era stabilita nell’area appena fuori della Porta che ne conserva ancora il nome, Porta del Carmine. Il convento di quest’ultima era stato costruito al di là, cioè all’esterno, non solo delle mura di Pianoscarano ma anche del fossatello antistante.
Oggi, oltre al muro di cinta, è rimasto poco più che qualche traccia della chiesa di Santa Maria del Carmine. Le richieste di questi padri non vennero accolte. Analogamente, più tardi, non sarà accettata la richiesta dei Cappuccini, che, tramite il vescovo di Viterbo, aspiravano a insediarsi in città e proprio alle Fortezze. Ce lo riferisce il Signorelli in Memorie francescane in Viterbo del 1928: “Fin dal 1535 il Vescovo Giovan Pietro Crasso esortava il Comune di Viterbo a concedere ai PP. Cappuccini la chiesa di Santa Maria delle Fortezze coll’annesso convento, a che aderiva di buon grado il Consiglio, facendosi interprete del sentimento unanime di deferenza e simpatia verso il recente ordine dei Riformati di S. Francesco. Non si sa però per qual motivo quella cessione non avesse seguito”.
La scelta si orientò invece verso i Benedettini di Montecassino. Consueta nota sintetica del Signorelli: “1531 La chiesa di S M. delle Fortezze concessa ai Monaci di Monte Cassino per edificare magnum monasterium (un grande monastero, tdr). (Riforme 35, p. 111 e 189 v)”.

La grande arcata residuo, pervenuto, della volta a botte che c'era nel secondo piano del convento. Al primo piano apparenti arcatelle cieche con mozziconi in laterizio di pennacchi sferici a sostegno di probabili volticine.
È probabile che nella trattativa sia stato determinante il prestigio del frate viterbese protagonista della presente narrazione storica, Gregorio Sanzio. Lo si può dedurre dall’appunto telegrafico immediatamente successivo, sempre del Signorelli, relativo allo stesso anno: “Gregorius Sancti da Viterbo Monaco di M. Cassino” (Prot 12, Angelo Fenizi p. 70 v), seguìto a sua volta dalla proposizione avversativa “mentre era stata ricusata ai Carmelitani”. Quest’ultima suonerebbe come una “conferma” della concessione della chiesa ai monaci di S. Benedetto; ma in realtà, l’assenza di dati ulteriori finisce per essere solo una “non smentita”.
Non risulta che, dei frati di Monte Cassino, sia venuto alle Fortezze qualcuno e che vi si sia soffermato per qualche tempo, anche se è difficile escludere delegazioni arrivate per sopralluoghi e contatti preliminari guidate dal menzionato concittadino Gregorio Sanzio. Sulla questione il Signorelli, nell’opera maggiore – Viterbo nella storia della Chiesa, Vol. II, parte 2ª, lib. IX, cap. VI, 1940, p. 391, nota 50 – è molto laconico: si limita ad affermare che la chiesa “fu concessa nel 1531 ai Cassinesi e per essi al viterbese Fra Gregorio Santi per fondarvi un gran convento (Riforme cit. f. 111, 182 t – Prot. 12 A. Fenizi p. 70); ma la cosa non ebbe seguito”.
Di più non dice e ignoriamo il perché e il seguito.
In sintesi: è accertata l’esclusione di un insediamento effettivo dei Benedettini, sia pure per poco tempo, in Santa Maria delle Fortezze, e tanto meno sembra lecito affermare che siano stati loro a farvi costruire il magnum, grandioso monastero.
È comunque ovvio che un convento fu costruito. Dai segni lasciati sull’ultima parete superstite, parrebbe che avesse qualcosa di esteticamente raffinato, anche se non di grande o di grandioso, se non altro perché lo spazio molto ristretto tra la chiesa e la cinta muraria non permetteva il classico monastero con chiostro e giardino con cisterna o pozzo al centro.

Spigolo nord-ovest del rudere di S. Maria delle Fortezze. Sulla destra, uno scorcio del rudere del convento, il cui piano terra era la sagrestia della chiesa, mentre i tre piani superiori, già cenobio dei Paolotti, era diventato, prima della seconda guerra mondiale, abitazione di Paolo Montalboldi ereditata poi dal figlio Ugo. Centrati e distrutti dalle bombe del 1944, furono demoliti con rimozione dei materiali nel 1949; in seguito fu realizzata questa falsa piazzetta, con la riapertura, nel 1993, di Porta S. Leonardo (nella foto, a destra, contigua al pianerottolo della scalinata).
All’interno poi l’architettura a sviluppo verticale era la meno adatta a consentire ambienti spaziosi. Ciononostante, accanto a strutture di modesta cubatura, povere e semplici, ci sono arrivate tracce di locali più ampi e verosimilmente dotati anche di decorazioni artistiche. Attira l’attenzione, al centro della parete, il profilo imponente di un’arcata a tutto sesto, indizio di una volta a botte che avvolgeva l’intero secondo piano. Al primo piano spicca invece l’elegante sequenza di tre apparenti arcate cieche sorrette da peducci fissati sul poderoso muro di fondo.
Queste suggeriscono di non escludere che il salone antistante potesse avere una ripartizione interna comprendente un portico o addirittura un piccolo chiostro con volte a crociera o a vela. Porzioni di queste potrebbero essere i superstiti mozziconi arcuati in laterizio impostati sui suddetti peducci di peperino; ma potevano essere solo delle lunette con funzione decorativa o finalizzata a migliorare la diffusione della luce. La menzione di un “chiostro” è comunque esplicita in un atto – riguardante la storia della cupola – che riferisce di un contratto stipulato “in Claustro Conventus”, cioè nel chiostro del convento.
Si può immaginare che in entrambi i piani fossero presenti superfici affrescate o ravvivate da quadri, che rendessero decorosi i locali a destinazione religiosa o affine, come una cappella o la sala capitolare o il refettorio o la biblioteca.
Nel complesso, visto il motivo ricorrente dell’arco, parrebbe che questi due piani più rifiniti fossero stati concepiti come echi dei moduli architettonici dell’attigua chiesa bramantesca. Nell’assenza di specifiche informazioni, viene spontaneo ritenere che simili interventi strutturali e decorativi – ispirati alla cultura tipicamente “benedettina” della bellezza e del decoro, coniugata a razionale funzionalità, da conferire agli edifici sacri come diritti “dovuti” – siano appunto imparentati, se non proprio identificabili, con quelli del progetto di un magnum monasterium caldeggiato e forse fatto eseguire, ma solo sulla carta, proprio dal benedettino viterbese D. Gregorio Sanzio; era lui infatti che, nelle intenzioni del Consiglio cittadino, avrebbe dovuto essere il primo “Superiore” della comunità cassinese da insediare nella sua città natia. “Superiore”, non Abate, perché – come mi suggerisce in corrispondenza privata D. Giovanni Spinelli, un esponente di rilievo dell’Ordine di San Benedetto – “non ogni monastero è necessariamente un’abbazia e, a quanto pare, quello di Viterbo avrebbe dovuto essere un priorato dipendente dall’abbazia di Monte Cassino”.
Il medesimo, studioso di vasta e rara competenza profusa in decine e decine di pubblicazioni, aggiunge che “Il Monasticon Italiae non riporta in Viterbo alcuna fondazione cassinese, forse perché fu solo una proposta che non ebbe seguito”.
È da Don Giovanni Spinelli e da un altro suo confratello benedettino D. Mariano Dell’Omo che ho avuto la preziosa informazione – forse inedita per i viterbesi – che rilancio fin dal titolo di questo articolo. Come mi riferisce ancora lo Spinelli, dalla Matricula monachorum Congregationis Casinensis risultano i seguenti dati scarni ed essenziali su Gregorio Santi/Sanzio: “D. Gregorio da Viterbo professò (cioè emise i voti monastici) a Montecassino il 24 novembre 1521”. Il compilatore della Matricula è D. Arcangelo Bossi da Modena – morto nel 1811 – dal quale sappiamo inoltre che “Gregorius a Viterbio familia De Pisonibus, floruit, in utroque jure et studio ferventissimo sacrarum literarum. Edidit homilias tres super evangelium Johannis. Extant mss.[manuscripti], teste Wion, ubinam adhuc ignoro sunt piae, doctae, et eruditae”. Traduzione: “Gregorio da Viterbo, della famiglia dei Pisoni, fu brillante esperto nell’uno e nell’altro diritto e molto appassionato negli approfondimenti delle sacre Scritture. Scrisse tre omilie sul vangelo di Giovanni. Ne esistono i manoscritti, come attesta il Wion, ma fino ad oggi ignoro dove siano queste pie, dotte ed erudite [composizioni]”.

Viterbo, Piazza Mario Fani (verso metà di Via Saffi), epigrafe dedicatoria a sant'Ignazio di Loyola sulla facciata della chiesa omonima eretta in suo onore nel 1843.
Un altro storico benedettino, Mariano Armellini, nel 1731 scriveva che Gregorio, proprio in quanto “juris utriusque doctissimum […] Abbatis sui jussi Sanctum Ignatium Loyolam instituendum, et adjuvandum in condendis Societatis legibus libentissime suscepit”. Traduzione:“Gregorio, coltissimo nei due rami della giurisprudenza, comandato dal proprio Abbate, molto volentieri si accinse ad istruire Sant’Ignazio di Loyola e ad aiutarlo quando dovevano essere redatte le costituzioni della Società [dei Gesuiti]”.
Osserva l’amico don Giovanni Spinelli: “In pratica fu il consulente giuridico di sant’Ignazio!”.
Sempre lo Spinelli – nel corso del piacevole scambio epistolare intercorso – mi suggerisce anche due ipotesi sul nome e cognome di Gregorio Sanzio/Santi “della famiglia dei Pisoni”: 1) “si può interpretare il «Santi» come un patronimico: lo era anche per Raffaello, Raffaele di Giovanni di Santo; 2) il «de Pisonibus» potrebbe riferirsi a una vantata ascendenza a un’antica famiglia della Roma imperiale: i Pisoni appunto. Era un vezzo fin troppo frequente nel Rinascimento, anche fra i monaci!!!”.
Segnalatomi da don Giovanni Spinelli è, come anticipato, un altro illustre studioso benedettino, D. Mariano Dell’Omo. Il prof. Dell’Omo – nel corso di un’analoga corrispondenza privata – mi ha cortesemente fornito ulteriori chiarimenti, che riporto come segue: “In archivio è conservata la carta di professione di ‘Gregorius de Viterbio’, datata ‘millesimo quingentesimo vigesimo primo die vigesimo quarto mensis novembris’ (1521, addì 4 novembre, tdr). […] Questo monaco sicuramente godeva ai suoi tempi di grande stima.
Le indico qui quanto io stesso scrivevo… [nel 1999]: «Nella rinnovata Montecassino del Cinquecento si segnalano per santità e per dottrina oltre a quelle già illustrate, altre personalità, alcune delle quali è giusto qui almeno menzionare, anche perché se ne fa memoria in ‘matricole di monaci’ appartenute ad altri monasteri e, soprattutto, perché la loro vita ebbe riflessi spirituali e pastorali: Gregorio da Viterbo monaco dal 1521, giurista e biblista, che sembra abbia tenuto conversazione con s. Ignazio all’Albaneta insieme a Benedetto Canofilo da Castel di Sangro, anch’egli canonista e professo a partire dal 1524». Di Gregorio da Viterbo scrivono i cronisti cinquecenteschi cassinesi, e in seguito Costantino Gaetani a proposito del contatto tra il nostro monaco e s. Ignazio di Loyola quando quest’ultimo venne a Montecassino, poi come lei stesso sa il Wion, ma, a mia conoscenza, non si dispone di manoscritti nei quali siano conservate le sue opere”.

Viterbo, PIazza Mario Fani, scorcio della facciata della chiesa di sant'Ignazio di Loyola.
Da un sito web, alcuni anni fa, quando era ancora in corso la redazione del mio saggio sulla chiesa bramanesca delle Fortezze, avevo ripreso sul prof. Dell’Omo alcune informazioni che riporto: essere il medesimo vice-direttore del Centro Storico Benedettino Italiano, membro dell’Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa in Italia e dell’Associazione Archivistica Ecclesiastica, archivista nell’Archivio storico di Montecassino, e professore di Storia del monachesimo occidentale nel Pontificio Ateneo S. Anselmo di Roma, nonché di Paleografia e Diplomatica nella Pontificia Università Gregoriana. Sono reperibili in rete indirizzi di siti più aggiornati, ad es.: https://www.unige.ch/colloqueBiblesAtl/conferenciers/dellomo/
Ritengo che i viterbesi possano essere orgogliosi di questo concittadino del nostro Rinascimento.
Mi auguro che si possano integrare, ampliare, approfondire, eventualmente correggere le scarne informazioni di cui sono venuto in possesso e che ho riferito. Mi sono chiesto ad esempio chi possa aver contattato D. Gregorio Sanzio affinché, tramite lui, la chiesa di S. Maria delle Fortezze, nel 1531, venisse concessa ai benedettini di Monte Cassino.
Mediatori i Farnese?
La regola dei Gesuiti – con impronte giuridiche di Gregorio Sanzio da Viterbo – venne approvata oralmente dal papa “viterbese” Paolo III, Alessandro Farnese il vecchio, nel 1539 e per iscritto, dal medesimo, l’anno dopo. Non va dimenticato che il nipote Alessandro Farnese il giovane ha voluto essere sepolto nella Chiesa-madre dei Gesuiti, la Chiesa del Gesù in Roma, da lui finanziata e affidata, per la costruzione, alla direzione del Vignola.
Del resto i Farnese sono stati generosi mecenati e i protettori sia dei Gesuiti sia dei Paolotti delle Fortezze (ma anche di Marta e Isola Martana e, indirettamente, di Gallese). Un autore dell’Ottocento, il Barone Camillo Trasmondo Frangipane dei Duchi di Mirabello, afferma senza mezzi termini la contemporanea doppia paternità di Santa Maria delle Fortezze (che era denominata anche di Chiesa di S. Francesco di Paola), da attribuire tanto ai Farnese quanto al Bramante, i primi come mecenati per il supporto finanziario, il secondo come progettista del disegno architettonico; tesi, quest’ultima – con buona pace del presunto “sbugiardamento” tentato da C. Pinzi” – già sostenuta nel 1611 dallo storico e notaio viterbese Domenico Bianchi e, nel 1742, da Feliciano Bussi. Scriveva il Frangipane: “La ereditaria splendidezza dei Farnesi aveva fatto fabbricare una Chiesa dedicata al taumaturgo S. Francesco di Paola, con disegno del celeberrimo Bramante Lazzari, la quale, per la sveltezza del disegno e per l'eleganza delle forme è tuttora oggetto di ammirazione. Questa Chiesa con l'annesso convento nell'anno 1577 fu per vigile cura del Farnese [Alessandro junior] conceduto agli esemplari religiosi dell'Ordine de' Minimi”.
La citazione è tratta da “Memorie sulla vita e i fatti del cardinale Alessandro Farnese per servire alla storia del secolo XVI raccolte dal Barone Camillo Trasmondo Frangipane dei Duchi di Mirabello, opera postuma, Roma Tipografia Sinimberghi 1876, p. 8. –
