Viterbo CRONACA Assicurare la tutela del minore ed il suo diritto ad una  crescita sana, equilibrata
di Giuseppe Bracchi

Continua dall'articolo Adozione di una bambina da parte di una coppia di omosessuali donne

 

E veniamo all’aspetto o alle implicazioni, per così dire, pratiche del pensiero dianzi ricordato.

E’ un ulteriore passaggio della stessa intervista ad offrircelo, laddove la dottoressa Cavallo afferma: “Nel Lazio ci sono 1850 bambini tra case famiglia e comunità… si tratta sempre di bambini sofferenti a causa dell’ambiente familiare conflittuale maltrattante abusante, anaffettivo, o comunque non attento ai loro bisogni, anche quelli primari. Si tratta di genitori molto violenti che esercitano la violenza l’uno contro l’altro in presenza dei figli e sui figli”.

Nel nostro diritto di famiglia intento precipuo delle norme dell’istituto dell’adozione e quello più recente dell’affidamento familiare è di assicurare la tutela del minore ed il suo diritto ad una crescita sana, equilibrata, già minata dall’impossibilità di avere una famiglia o di avere una famiglia in via di dissoluzione.

E’ l’interesse del minore che prevale, dunque, sul desiderio della coppia di “avere” un figlio. Così come l’interesse del figlio ad una crescita che sia equilibrata ed il meno traumatica possibile sottende la mens legislatoris nell’istituto dell’affidamento. Principi, a mio avviso, basilari ed imprescindibili che sembrerebbero, però, del tutto vanificati dal pensiero e dai pareri della dottoressa Melita Cavallo e che perciò stesso vanno nella direzione del tutto contraria a quelle tutele, che il magistrato stesso nella sua intervista dice di voler assicurare ai bambini sofferenti.

Peraltro il nostro ordinamento giuridico non è di tipo nichilistico o indifferente ai contenuti che una Legge può assumere. Le stesse Costituzioni, come quella italiana, traducono in proposizioni normative un idem sentire che è prepolitico e pregiuridico, ossia quella cultura che è alla base del convivere sociale. Ora da uno sguardo di insieme della nostra Costituzione repubblicana è possibile ricavare un principio talmente forte della libertà e della volontà individuali, tali da sottomettere tutte le altre istanze sociali pur degne di rilievo ed in totale assenza di un bilanciamento di valori?

Chi scrive (e non solo) crede proprio di no. Ed allora dove risiede, a mio avviso, l’antigiuridicità dell’adozione o dell’affidamento di un bambino ad una coppia omosessuale? E’ data dal fatto che l’io del bambino necessita di una doppia figura genitoriale, e non di una coppia mimetica, come quella omosessuale, per costruire la propria identità a partire da un padre e da una madre. Il diritto, nella sua dimensione antropologica, istituisce soggetti, non oggetti. E nell’ambito della soggettività, le differenze, differenze peraltro naturali, non sono significative o diventano irrilevanti in base ad un’errata o arbitraria interpretazione del principio di uguaglianza (art. 2 Cost.).

Infatti, come scrive Supiot, “diversamente dall’uguaglianza matematica, l’uguaglianza giuridica esclude la sostituibilità degli esseri a cui si applica. Il fatto che il figlio sia considerato uguale al padre (…) non significa affermare che il figlio è il padre”, o mutatis mutandis, che i genitori siano intercambiabili. Qualunque psicologo o pedagogo potrebbe insegnarci che una coppia, vera e non mimetica, è necessaria alla formazione ed allo sviluppo della personalità del figlio, che per l’appunto diventa figlio proprio all’interno di un pieno contesto antropologico fatto di mascolinità e di femminilità. Contesto antropologico, questo appena accennato, che sottende ed informa, a mio avviso (e non solo) gli stessi principi e le finalità del nostro Diritto di famiglia.

Ma l’ideologia è assolutamente monadica, chiusa in se stessa, difficilmente aperta al confronto con altre esperienze, che pure avrebbero molto da dirci ed insegnarci, come l’esperienza accumulata in anni ed anni di studi, di ricerche e di terapie condotte sul campo dal prof. Joseph Nicolosi (cofondatore e attuale direttore dell’Associazione nazionale per la ricerca e la terapia del’omosessualità (NARTH), membro dell’Associazione psicologia americana, conferenziere di fama mondiale ed autore di numerosi libri ed articoli scientifici. Esercita ad Encino, California).

Tra le tante fatiche del prof. Nicolosi, c’è anche un interessante volume che mi permetto di segnalare al pubblico dei lettori: “Omosessualità maschile: un nuovo approccio” (Ed. Sugarco, pp. 160). Nella presentazione all’edizione italiana, scrive la dottoressa Chiara Atzori: “Nell’attuale panorama culturale – nel quale l’omosessualità maschile, sdoganata dall’area dei tabù, ammicca dai cartelloni pubblicitari e dagli spot televisivi e viene gridata nel “gay pride days” anche se nello stesso tempo sempre più sottaciuta nella sua dimensione di frequente sofferenza individuale – questo libro rappresenta certamente una voce fuori dal coro.

Lungi dall’essere una provocazione fine a se stessa, o peggio ancora una sfida omofoba, vuole piuttosto tentare di colmare una lacuna. Lo stimolo a pubblicare questo saggio americano sull’omosessualità maschile infatti è nato dall’evidenza che tra i numerosi testi ormai disponibili in Italia sull’argomento scarseggiano vistosamente titoli autorevoli riferibili all’esperienza, scientificamente solida e ben documentata, maturata dalla corrente degli psicoterapeuti che applicano con successo il cosiddetto “approccio ricostituivo” basato sulla teoria delle relazioni oggettive e su studi empirici della identità sessuale. L’analisi delle dinamiche familiari, il recupero della relazione con la figura paterna, l’autoaccettazione e la rimozione dei sensi di colpa, l’autoaffermazione e la valorizzazione dell’autostima, lo sviluppo di vincoli di amicizie no erotiche sono elementi fondamentali questo approccio, che prevede una relazione importante con il terapeuta, la verbalizzazione e la psicoterapia personale e di gruppo…

Nella mia quotidiana pratica di medico infettivologo mi sono sentita rivolgere richieste di aiuto a riorientarsi da parte di pazienti che, avendo sperimentato e attualizzato pulsioni e comportamenti omosessuali, non avevano tuttavia trovato nell’outing del mondo gay (locali, circoli associativi) risposte adeguate alla sensazione di malessere e di infelicità che persistentemente sperimentavano”.

In Italia, credo (e non solo chi scrive) che sia arrivato il momento che certe problematiche vengano affrontate nella sua sede naturale e legislativa che è e resta il Parlamento nazionale, e non sotto la spinta di discutibili quanto strampalate decisioni giudiziali, con buona pace del Rodotà pensiero.

E soprattutto c’è da augurarsi che le decisioni stesse siano prese con senso di responsabilità e con coscienza, vale a dire cum scientia, mettendo al bando ideologie e sentimentalismi, che sono il frutto dell’ignoranza, dell’ottusità e dell’ostinata chiusura ad un sapere che oggi più che mai reclama sinergie ed interdisciplinarietà.

Giuseppe Bracchi
Pubblicista – Avv Ecclesiastico
Già Difensore del Vincolo TER Umbria