Viterbo CRONACA Come si definisce una vera democrazia? Cosa significa restare su posizioni superate?

 

E’ proprio vero che il volto dell’ideologia, nel suo naturale rapportarsi con la realtà che lo circonda, non sa esprimersi in nessun altra maniera, che non sia quella di aprire il consunto vocabolario delle convenzioni e dei luoghi comuni.

Un esempio di quanto ho poc’anzi affermato, è l’intervista concessa al collega del quotidiano Il Tempo, Martino Villosio, dalla dottoressa Melita Cavallo, Presidente del Tribunale dei minori, a proposito dell’adozione di una bambina da parte di una coppia di omosessuali donne.

Non ho letto la sentenza emessa dalla dottoressa Cavallo, ma sui profili di costituzionalità della sentenza stessa, sul fatto che la sentenza abbia completamente stravolto la mens legislatoris circa i principi e le finalità dell’istituto dell’affidamento e dell’adozione nel diritto di famiglia italiano, nonché lo stesso diritto di famiglia, il buon senso, la logica ed i recenti studi sulle coppie omosessuali, tutto questo, a mio avviso, appare evidente ad una lettura attenta dell’intervista, anche ad uno studente della facoltà di Giurisprudenza, se al termine stesso di Giurisprudenza assegniamo, non il riduttivo ed insoddisfacente significato di “facoltà di Legge” (come spesso accade nel linguaggio comune, dal sapore squisitamente Kelseniano), ma quello assai più complesso al quale i romani facevano riferimento, ovvero “in modo generalissimo, jurisprudentia, cioè prudentia che ha come proprio oggetto lo jus, il sapere che nella prospettiva della prassi, ha l’ardire di porsi la domanda su ciò che è giusto, su come cioè sia possibile strutturare la coesistenza umana, nella logica della giustizia”. (F. D’Agostino).

La forza del costituzionalismo – dice ancora il prof. Francesco D’Agostino – sta nel radicare nei principi di giustizia, la Costituzione ed il sistema dei diritti umani che in essa viene in genere integrato: in tal senso il costituzionalismo, inteso in particolare come una teoria dei diritti, è una variante del giusnaturalismo. Quanto più invece si cerca di dare un fondamento formale, procedurale ed autoreferenziale ai principi costituzionali, tanto più li si indebolisce. Un voto democratico può legittimare una Costituzione, ma non potrà mai giustificarla”.

Questo pensiero assai pregnante, mi è venuto in mente di fronte alla sicumera con la quale la dottoressa Cavallo rispondeva al suo intervistatore: “Stefano Rodotà, giurista insigne e persona di indiscusso valore etico, ha commentato magistralmente la sentenza. Questo mi basta”.

Un’affermazione, questa della dottoressa Cavallo, che, in quanto pronunciata nella veste di Magistrato, mi stupisce non poco. Ha, (o almeno vorrebbe) nei suoi desiderata, il sapore e l’effetto del “confetto Falqui”, ovvero quello di purgare il terreno da un qualsivoglia confronto o dialogo, sulle ali di una neppure tanto malcelata autoreferenzialità giuridica.

Autoreferenzialità e formalismo, che mi paiono le principali e basilari caratteristiche, per l’appunto, del pensiero giuridico del prof. Stefano Rodotà, con il quale peraltro mai mi sono trovato d’accordo sui delicati temi della bioetica o di coscienza.

Non fu forse dall’alto del suo insigne giuridismo e del suo indiscusso valore etico, che l’allora on. Rodotà avrebbe voluto mandare i medici obiettori di coscienza ad obiettare (mi si passi la battuta cacofonica) fuori delle strutture sanitarie, per non ostacolare il funzionamento della Legge 194, eufemisticamente definita Interruzione volontaria della gravidanza?

Le categorie interpretative del prof. Rodotà sembrano mutuate in gran parte dalla sociologia. E “la sociologia è una strana disciplina.. è avvezza a costruire grattacieli intellettuali sulle palafitte, a giocare con le parole, ad ammantare di rispettabilità culturale ogni forma di comportamento deviante o, nella migliore delle ipotesi, ricamare sulle ovvietà. D’altro canto l’anagramma del termine “sociologia” è eloquente: “ciò già lo so””. (F. Perfetti).

Vorrei – sottolinea ancora nell’intervista la dottoressa Cavallo – che il nostro Paese non restasse su posizioni superate da tempo in tutti i paesi europei nei quali vige la vera democrazia”.

Come si definisce una vera democrazia? Cosa significa restare su posizioni superate? E perché ed in che cosa le stesse posizioni sarebbero superate? Quali sono, per così dire, gli indicatori politici che ci permettono di distinguere una democrazia vera da una democrazia falsa? Con tutti i rischi annessi e connessi racchiusi in quest’ultima domanda, dal momento che vero e falso, bene e male, giusto ed ingiusto sono categorie che richiamano la metafisica e la democrazia come categoria appartenente alla politica mi pare difficilmente trasferibile su un piano metafisico, senza il rischio di assolutizzarla e di trasformarla in un qualcosa di tutt’altro che democratico.

Nell’Est europeo esistevano le cosiddette democrazie popolari o progressive, tutte cadute, una dopo l’altra, con il Muro di Berlino e la cui caratteristica di governo e di partecipazione alla vita politica dei cittadini era tutto fuorché democratica, stante all’aspetto predominante del partito unico sulla vita della nazione, vale dire il Partito comunista, che come entità metafisica e religione secolarizzata aveva, per l’appunto, i suoi dogmi ed i suoi sacerdoti.

D’altro canto, però, lo stesso individualismo di tipo liberale appare un termine, a mio avviso insoddisfacente a determinare una vera democrazia. In primis perché l’uomo come individuo è un’astrazione. Esiste la persona e la persona vista e concepita come essere in relazione, come animale sociale, per dirla con Aristotele. Ed è a questo punto che la libertà, quale valore supremo dell’individuo, si incontra con la giustizia, che è valore supremo della società rispetto all’individuo. Come risolvere la vexata quaestio?

Forse assegnando il primato della società sull’individuo? Dice, al riguardo, Francesco D’Agostino: “La libertà degli individui non ha bisogno di essere rivendicata prima o addirittura contro la giustizia, perché essa si realizza solo attraverso la giustizia. E’ dando a ciascuno il suo, che la giustizia garantisce la libertà reale dei singoli all’interno del corpo sociale in cui essi vivono”.

E veniamo all’aspetto o alle implicazioni, per così dire, pratiche del pensiero dianzi ricordato. E’ un ulteriore passaggio della stessa intervista ad offrircelo, laddove la dottoressa Cavallo afferma: “Nel Lazio ci sono 1850 bambini tra case famiglia e comunità… si tratta sempre di bambini sofferenti a causa dell’ambiente familiare conflittuale maltrattante abusante, anaffettivo, o comunque non attento ai loro bisogni, anche quelli primari. Si tratta di genitori molto violenti che esercitano la violenza l’uno contro l’altro in presenza dei figli e sui figli”.

 

Continua: Adozione di una bambina da parte di una coppia di omosessuali donne (seconda parte)

Giuseppe Bracchi
Pubblicista – Avv. Ecclesiastico
Già Difensore del Vincolo TER - Umbria    

 

 

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