Viterbo RIFLESSIONI Il “J’accuse” di una rottamata over50
di Zampa
foto da https://premiocrawford.wordpress.com/2013/10/
In questi giorni, alcune amiche che avevano avuto la compiacenza di leggere le storie e le riflessioni da me pubblicate su questo giornale online, mi hanno chiesto come mai non trovano più nulla di mio.
Impreparata a fornire una risposta sintetica e tranquillizzante, ho addotto le solite scuse di convenienza, tanto si sa, una madre di famiglia ha sempre molto da fare, quindi, gli hobby passano in second’ordine.
Che potevo dire?
Che ho interrotto la rubrica “Zampa Zapping”, le “Storie abbandonate nei vagoni dei treni” e altre sperimentazioni letterarie perché ho le dita e il cervello ingessati?
Che la mia situazione di esiliata dal lavoro, unita all’indignazione per la spavalda prepotenza dei nostri amministratori pubblici e burocrati di ogni livello, aggravata dal dolore per le innumerevoli rappresentazioni di situazioni oltre il limite della sopravvivenza, che trascinano migliaia di famiglie in strada, mi attanaglia le budella, prima ancora dell’anima, provocando in me un’ira incontenibile e selvaggia, mai provata prima d’ora, alternata a momenti di profonda depressione, in cui il senso di impotenza e di paura per l’immediato futuro immobilizzano il mio pensiero in un’unica domanda: “come è possibile che siamo caduti così in basso, senza colpo ferire e maturando insofferenza al posto della solidarietà?.
La Città è una piazza virtuale, vocata a ragionar di cultura, buone notizie e cose belle della vita. Al massimo sono ammesse Sassate e Baccaionate o piccoli manifesti di sdegno per il degrado dei costumi o del contesto cittadino, che provocano dibattiti tra i collaboratori e consentono ai lettori di valutare i diversi punti di vista da cui può essere osservata ogni specifica situazione.
I collaboratori sono, in genere, persone colte, con una situazione lavorativa o pensionistica abbastanza tranquilla, attenti alle problematiche di quest’epoca difficile e contraddittoria, ma, comunque, sufficientemente sereni e inclini ad alimentare il dialogo intellettuale.
Lodevole e piacevole progetto, quello del direttore Galeotti, che ha affascinato anche me e mi ha trasformata da assidua lettrice in entusiasta collaboratrice.
Un ritrovo amichevole e interessante, in cui poter anche scartare originali doni che scaturiscono dalla cornucopia di foto, oggetti e documenti del passato, minuziosamente collezionati da Mauro, a testimonianza di epoche forse meno semplici da vivere, ma più ricche di umanità e creatività.
Un luogo per sperimentare composizioni poetiche o brevi romanzi che si spingono al thriller, mescolandosi con la cronaca degli eventi culturali, delle sintesi sportive locali, degli “amarcord” e dei “Lo sapevate che?” di giovani donne e anziani testimoni di una Viterbo che fu.
Ogni tanto, dopo aver letto qualche pagina de La Città, mi metto prontamente alla tastiera, come facevo prima, magari alle due di notte, con un gatto che fa le fusa sulle mie ginocchia e l’altro seduto vicino al monitor, che tenta di zampettare anche lui sulla tastiera.
Poi mi blocco: cosa ho dentro, da poter dire a chi legge?
Cosa posso raccontare?
Che sono una “over 50” disoccupata e preoccupata?
Che ho avuto una difficile, ma soddisfacente carriera, considerato che sono partita dal niente?
Che fino a pochi anni fa non avevo il tempo per curarmi di me stessa e della famiglia, perché lavoravo dodici ore al giorno, più quattro di viaggio, per tornare a dormire a casa quando non ero in trasferta in giro per l’Italia?
Che oggi, dopo essere finita fuori del circuito, a causa della liquidazione di due aziende, con metà dei soldi dovuti, ma con tanti complimenti e lettere di entusiastiche referenze, mi ritrovo nella schiera di coloro che, quando chiedono di poter lavorare, vengono guardati con compatimento persino dagli impiegati del collocamento?
Oppure dovrei parlare dello sconforto per essere ignorata dalle agenzie a cui scrivo ogni giorno e spedisco un curriculum di tre pagine, dell’umiliazione di essere guardata con fastidio, come una mendicante, quando chiedo un lavoro qualsiasi, anche di basso livello, ai commercianti, agli imprenditori o alle famose agenzie regionali che favoriscono l’imprenditoria femminile?
Dovrei forse dire che persino la mia ex collaboratrice domestica straniera, con la quale ho stabilito una buona amicizia, dopo averla aiutata in ogni modo nei momenti di difficoltà, si è rifiutata di propormi presso le sue datrici di lavoro per sostituirla durante il suo ricovero in ospedale?
Troppo rischioso far lavorare un’italiana allo stesso prezzo di una straniera! Meglio favorire la cugina un po’ imbranata, di cui le signore si libereranno con sollievo, al momento del rientro in servizio!(che pena, sperimentare di persona la “guerra dei poveri”).
Non c’è posto nel mio mondo di ieri, ma non c’è n’è neanche nel mondo della manovalanza. Sono andata a candidarmi presso alcune imprese di pulizia: appena i titolari hanno capito che quella matura signora dall’aria distinta non era una potenziale cliente, la delusione si è dipinta sul loro volto e si è trasformata in attonita sorpresa, quando hanno capito che voleva offrirsi per pulire scale e uffici.
Quello più empatico e gentile, mi ha portata nel suo ufficio e mi ha mostrato le lettere di disdetta di alcune aziende clienti. Mi avrebbe sicuramente presa se non avesse avuto il problema di licenziare alcuni dei suoi per mancanza di commesse. (Ho voluto credere e, spero ancora, fosse la verità: mal comune, mezzo gaudio).
C’è qualcuno a cui interessi lo scivolare ogni giorno di più in un pozzo di oblio, disistima di se stessi e degli altri e di paura di perdere anche quel poco che si è costruito con tanta fatica e sacrificio? Non parlo solo per me, ma per le centinaia di migliaia di persone nella mia stessa condizione.
Di noi non si parla più neanche nei talk show o in Parlamento, siamo un’imbarazzante e fastidioso sassolino nella scarpa che nessuno vuole tirar fuori.
Al massimo, ci si preoccupa e solo sporadicamente, degli “esodati”. E gli altri? Quelli che dopo il sussidio di disoccupazione, hanno sottoscritto il “Patto di servizio” presso l’Agenzia dell’Impiego, in cui li si minacciava di ogni male se avessero rifiutato i lavori proposti, l’aggiornamento professionale e gli incontri di orientamento per la ricollocazione.
Qualcuno si è preoccupato di rilevare che questi servizi, obbligatori per la controparte, non sono mai stati forniti?
Qualcuno sa che, quando si ritorna in quell’ufficio, dopo qualche tempo, ti guardano appena e ti mettono in mano un foglio con la lista dei siti web che pubblicano offerte di lavoro?
Che lo stesso ufficio pubblica solo annunci riservati a fasce ben precise di età, quando la legge lo vieta espressamente?
Che non si può conoscere il criterio con cui i selezionatori del medesimo ufficio scelgono i candidati da presentare alle aziende?
Che non si può conoscere l’identità delle aziende che cercano personale?
Quel poco che si fa, è per i giovani. Ormai, le istituzioni sono arrivate al prendi 3 e paghi 1 da supermercato, purché qualcuno si accolli i “giovani”, anche a 3 euro l’ora e senza pagare contributi. (Devo pensare che sia perché i giovani, se hanno qualche soldo, lo spendono, mentre i cinquantenni, oggi, risparmiano il più possibile?).
Garanzia Giovani addirittura li paga lei, per sei mesi, purché si conceda loro il lusso di lavorare gratis per gli imprenditori che avranno la compiacenza di fare il sacrificio di accettare il lavoro giovanile.
E noi genitori?
Siamo stati silenziosamente “rottamati” dall’intera società, colpevoli di non aver saputo conservare quanto conquistato in oltre vent’anni di lavoro quotidiano e studio notturno, per poter rimanere aggiornati e in grado di utilizzare le tecnologie avanzate, nonostante il loro vertiginoso sviluppo.
Solo agli impiegati pubblici e agli insegnanti non è stato richiesto di evolversi, infatti, la pubblica amministrazione parla di e-government e comunicazione esclusivamente telematica, ma, in pratica, frena con tutto il corpo, alzando un muro burocratico e sindacale, per non far venire a galla la totale impreparazione a dover rispondere in tempo reale ai suoi obblighi istituzionali nei confronti del cittadino e delle imprese.
Nel mercato privato, invece, si pretende che una segretaria abbia la laurea magistrale, parli e mangi in inglese perfetto, tecnico e commerciale, ma non abbia più di 29 anni e si sia almeno classificata a Miss Italia.
Cito un esempio per tutti, per far comprendere il mio pensiero.
Questa mattina, mentre facevo colazione con dei dolci che speravo mi donassero un po’ di buonumore, la televisione rimandava le immagini del cantiere dell’Expo di Milano. A un mese dall’inaugurazione, sembra ancora la ricostruzione dell’Aquila post terremoto!
Come??? Ci bombardano di pubblicità progresso e sproloqui dei politici sulla grande vetrina internazionale e sul conseguente rilancio dell’immagine produttiva e commerciale italiana che ne scaturirà… ma quale vetrina? Dello sfacelo in cui siamo impantanati grazie all’improntitudine e alla corruzione di tutti?
Eppure, sarebbe bastato, a tempo debito, porre la condizione alle imprese in gara di estrarre una quota percentuale dei lavoratori coinvolti nel progetto dalle liste del collocamento (offrendo soluzioni simili a quelle studiate per i giovani inesperti, magari finanziate, in parte, dalla UE) attingendo a quell’esercito di lavoratori e tecnici dell’edilizia e dell’impiantistica che vagano, disoccupati, da un estremo all’altro della penisola, in cerca di lavoro, anche temporaneo, anche di bassa manovalanza, ricevendo dinieghi dagli imprenditori strangolati dal mostro fiscale, dall’insolvenza dei clienti e delle pubbliche amministrazioni, oppure dagli imprenditori “furbi”, quelli che fanno lavorare gli schiavi senza nome, irreggimentati dai “padroncini”.
E il personale per gli stand dei prodotti, per i punti di ristoro, per i parcheggi, per le biglietterie e l’assistenza ai visitatori, per i servizi di supporto ai workshop?
Solo giovani, belli e presentabili. Gli over trenta, al massimo, potranno fare le pulizie e svuotare i cestini... di notte, quando non li vede nessuno!
E chi mai avrà voglia di leggere il dolore di Zampa, una zampa ferita piena di unghie affilate?
Zampa






















