Viterbo RACCONTO Le donne giovani si dedicavano invece ai lavori agricoli sostituendo gli uomini che erano stati chiamati alle armi
di Agostino G. Pasquali

Soffrivano le città che erano nel centro-nord occupato dai  tedeschi, obbiettivo di bombardamenti da parte degli aerei alleati

La settimana scorsa ho raccontato una storia ambientata negli anni ’30 in un piccolo borgo rurale. Lo stesso luogo e gli stessi personaggi si ritrovano nel racconto di oggi, che è perciò un ‘sequel’.

Agosto 1944.

     Era un periodo difficile e doloroso perché l’Italia era in guerra, anche se la guerra era ormai avviata verso la conclusione, ma una conclusione lenta e disastrosa, da soffrire ancora a lungo. 

     Soffrivano le città che erano nel centro-nord occupato ancora dai  tedeschi, perché quelle città erano spesso obbiettivo di bombardamenti da parte degli aerei alleati; le strade percorse dalle truppe tedesche erano pericolose perché venivano sorvolate a bassa quota dai ‘caccia’alleati, piccoli aerei che mitragliavano tutto ciò che si muoveva, senza distinguere se si trattava di militari o di civili. La popolazione pativa ovunque la penuria di cibo e di generi di prima necessità. Spesso mancava la luce elettrica.

     Chi poteva si allontanava dalle città cercando rifugio in campagna lontano dalle ferrovie e dalle strade importanti. Era così avvenuta una sorta di migrazione, sia pure provvisoria, dalle città verso la campagna: il così detto ‘sfollamento’.

     Anche Capretta Romana ospitava la sua dose di sfollati. Capretta Desopra era invece restata abbastanza immune da tutti questi guai.

     Essendo un piccolo borgo di contadini e pastori senza alcuna importanza militare, tattica o strategica, Capretta Desopra se ne stava tranquilla e conservava una buona autosufficienza alimentare. La sua economia, già di tipo curtense quasi medioevale, le aveva consentito di non subire i traumi dell’economia cittadina messa in crisi dalla guerra.

     In quel borgo, come in tanti altri piccoli centri, le donne molto anziane,  quelle che conoscevano l’uso di ‘cardatrice, conocchia, fuso e arcolaio’, avevano recuperato questi strumenti dell’800, primitivi ma utili per trattare la lana delle pecore, e avevano ripreso a lavorare in casa la lana che i pastori non potevano più vendere ai lanifici distrutti dai bombardamenti o difficili da raggiungere;  altre donne un po’ meno anziane  sferruzzavano tutto il giorno confezionando maglie, maglioni, calze e mutandoni. Questi indumenti di lana piuttosto grezza erano caldi, resistenti all’usura, ma ‘piccavano’ maledettamente, però chi li indossava si considerava fortunato di averli, si abituava al fastidio e si accontentava di darsi qualche grattatina. Giacche, pantaloni e cappotti venivano rattoppati all’infinito.

     Le donne giovani si dedicavano invece ai lavori agricoli sostituendo gli uomini che erano stati chiamati alle armi e non erano ancora ritornati nonostante l’armistizio: alcuni soffrivano la prigionia in Germania, altri più fortunati stavano nei campi di concentramento degli alleati, molti erano morti e non sarebbero tornati più.

      In quell’agosto 1944 Capretta Desopra era quasi isolata dal mondo, perché già nell’autunno del 1943, durante il primo bombardamento aereo, una bomba aveva centrato e fatto crollare un ponte dell’unica strada che collegava la frazione al paese. Solo a piedi, o a dorso di mulo, o molto faticosamente in bicicletta, era possibile arrivare a Capretta Desopra. Il crollo del ponte aveva però evitato l’arrivo degli sfollati con il loro carico di miseria e disperazione.

     Capretta Desopra era dunque rimasta un ‘piccolo mondo’ più simile al medioevo che al novecento.

    Qualche volonteroso ‘desoprano’ (così erano detti gli abitanti di Capretta Desopra) faceva rari viaggi fino a Capretta Romana per spedire e ritirare la scarsa posta e per acquisti essenziali. Questi viaggi erano l’unico legame materiale con il mondo di fuori. C’erano però la radio di Agata Neri (ricordate la famiglia de ‘li Porchetti’?) e un’altra radio all’ ‘Osteria con cucina’ che davano qualche informazione sul mondo esterno, che era nel pieno del travaglio bellico. Ma la radio era un collegamento precario, interrotto spesso da sibili e crepitii, e comunque subordinato alla continuità della fornitura elettrica, che spesso mancava.

     L’anno prima proprio la Radiomarelli di Agata aveva fatto ascoltare ai desoprani l’austera voce di Arnoldo Foà che aveva presentato al microfono il maresciallo Badoglio, il quale aveva proclamato  solennemente  la notizia dell’armistizio. Era stato l’8 settembre 1943, e quell’armistizio era sembrato la fine della guerra, ma era stato invece un cambio di alleanze, gravido, come sappiamo bene, di nuove e più gravi sciagure.

 

Festa di ferragosto

     Dimentichiamo per il momento queste sciagure e andiamo a Capretta Desopra dove la mattina del 15 agosto 1944 tutto era pronto per la festa dell’Assunta.

     Nonostante le tristezze e le ristrettezze che ho descritto, c’era ancora la voglia di rispettare la tradizione e di interrompere le fatiche dei lavori estivi con una festa popolare.

     Quindi santa Messa, pranzo speciale in famiglia e nel pomeriggio grande festa collettiva nella ‘Piazza Centrale’, che era l’unica vera piazza. Il programma prevedeva:

-  torneo di briscola organizzato da Silvestro, il titolare dell’ ‘Osteria con Cucina’,

-  ballo al suono della fisarmonica del ‘Rinomato Maestro Mario Franchi, Specialista  in Valzer e Mazurche’, venuto apposta da Capretta Romana. Il ‘Rinomato Maestro Franchi’ era in realtà ‘lo Barbiere’ che questa volta veniva non come barbiere, ma come musicante. Dato il disagio di dover viaggiare a dorso di mulo, con la fisarmonica sulle spalle, aveva preteso un  doppio pagamento: cento lire e un prosciutto,

-  gara di arrampicata sull’albero della cuccagna con premio di scatolette di sardine e salumi, offerti da Peppino ‘lo Facocchio’, il quale faceva ora anche un po’ di ‘borsa nera’ ed era quindi ben provvisto di roba buona.

     Insomma una tipica festa paesana da ‘mondo piccolo de na vorta’.

Uno strano tedesco

     Anche a casa de ‘li Porchetti’, cioè nella famiglia Neri, c’era aria di festa.

     La famiglia Neri era rimasta integra, era una delle poche famiglie cui la patria non aveva sottratto qualche uomo per buttarlo nell’inferno della guerra: Giustino era troppo anziano per essere chiamato alle armi e il figlio Vittorio se ne era salvato per un pelo perché aveva compiuto 18 anni proprio nel 1943, dopo l’armistizio.

     Non gli era mai arrivata la cartolina di precetto e delle ordinanze generali di chiamata alla armi dei diciottenni non sapeva nulla o, come tanti coetanei, le trascurava, pronto a nascondersi in caso di controllo. Ma quale milite  in quella situazione caotica da ‘ sisalvichipuò-tuttiacasa’ avrebbe pensato di andare a piedi fino a Capretta Desopra per un disagevole e inutile controllo?

     Dunque in casa Neri tutto era pronto per il pranzo di ferragosto: Agata, aiutata dalla figlia Italia, aveva preparato le fettuccine all’uovo con sugo di rigaglie di un galletto giovane che era stato sacrificato per il secondo piatto tradizionale di pollo e peperoni.

     Quel giorno a pranzo c’era anche la sora Emilia, una vicina di casa che era stata invitata perché era vedova e sola da quando il marito era morto in Africa nella disperata difesa di  El Alamein e il figlio era disperso in Russia. La sora Emilia contribuiva al pranzo portando ‘le pastarelle’ cioè i biscotti fatti in casa.

     A mezzogiorno tornò a casa Giustino con un bel cocomero fresco di cantina.

     Tutto era stato preparato al meglio. La tavola era coperta con una tovaglia candida di lino invece della solita cerata a quadretti ed era apparecchiata con le stoviglie del regalo di nozze, che si usavano solo nelle grandi occasioni. L’acqua bolliva nella pentola in attesa della pasta e dell’arrivo di Vittorio. Il quale Vittorio talvolta tardava un po’ perché, come Giustino sospettava da tempo, aveva dei contatti con alcuni partigiani che si nascondevano nei boschi e faceva per loro da messaggero .

     All’improvviso, senza bussare, anzi con una strana circospezione entrò Vittorio seguito da un graduato tedesco in divisa e fucile in spalla. L’aspetto del tedesco metteva paura e l’ambiente si gelò. Italia ed Emilia restarono mute e immobili come due statue di marmo, e proprio pallidi come il marmo erano i loro volti; Giustino scattò in piedi, salutò romanamente e rivolgendosi al tedesco esclamò: “Ail  Hìtlere!”.

     Il tedesco lo guardò e rispose con tono sprezzante: “Nein! Tu non salutare ciusto”.  Giustino un po’ sbalordito pensò che il tedesco l’avesse disapprovato perché non aveva salutato ‘da italiano’ e rettificò: “Viva lo Re, viva Mussolini!”, trascurando il fatto che ora il re e il duce erano nemici e non era logico omaggiarli insieme.  

    “Nein! Nein!”ribatté il tedesco. Giustino non sapeva più che cosa dire.

     Vittorio, che intanto era restato tranquillo a fianco del tedesco, lo presentò: “Questo è Franz.”

     Il tedesco Franz scatto sull’attenti battendo i tacchi, e sembrò così anche più minaccioso.

     Mentre il cuore di Giustino batteva furiosamente, il suo cervello lavorava per trovare una soluzione. All’improvviso arrivò alla conclusione : il soldato era un disertore! Per questo Vittorio l’aveva portato! Ma come e dove lo aveva trovato? Ora però tutto gli diveniva chiaro: il figlio stava aiutando un disertore tedesco a trovarsi un nascondiglio.

     Qui mi sembra opportuno dare un chiarimento per la comprensibilità dei fatti che sto raccontando.

     I lettori che conoscono bene la storia d’Italia di quel periodo possono saltare queste righe  evidenziate in corsivo; ma per chi non avesse le idee chiare devo precisare che nell’agosto 1944 era in corso l’avanzata  degli alleati a nord di Roma e quindi stava per finire l’occupazione tedesca almeno nell’Italia centrale. Infatti i tedeschi avevano lasciato Roma già da giugno e si stavano ritirando a nord per fare resistenza sulla così detta Linea Gotica che sbarrava l’Italia dalla Toscana alle Marche. Anche tra i soldati tedeschi c’era chi sentiva avvicinarsi la fine del Reich e alcuni disertavano e cercavano di nascondersi nelle campagne, lontano dalle strade e dalle Kommandantur. Capretta Desopra poteva essere un luogo ideale per nascondersi aspettando la fine della guerra.

     Giustino allora sorrise al tedesco e gli disse con tono interrogativo : “Allora abbasso Hìtlere... evviva Rùsvelte… evviva Ciurcìll…” 

     Risposta secca :“Nein!”  

     Il sorriso di Giustino scomparve.“Allora viva Stalin?” provò di nuovo con tono interrogativo, supponendo che il tedesco oltre che disertore fosse un marxista.  

     Il tedesco perse la pazienza e fremendo concluse: 

     “Hitler, Re, Mussolini, Churchill, Stalin… tutti in una stanza,  poi giù grossa bomba, …buuum! …guerra finita…io tornato a casa in mia familia.  Aahhh!”

     E’ facile immaginare con quale sollievo tutti sorrisero, si abbracciarono e poi si sedettero a tavola. Recitarono una breve preghiera, come da tradizione, e iniziarono a godersi quel pasto insolitamente ricco.

*     *     *

E se un giorno un kamikaze…

     La soluzione semplicistica proposta dal tedesco Franz per far finire la guerra, soluzione tanto semplicistica quanto ovviamente irrealizzabile, non era una novità. Quell’affermazione era diffusa, la ripetevano tanti, e non solo in Italia, e nella sua ingenuità esprimeva una autentica esigenza di pace. Era però una novità per i commensali di casa Neri, che nel loro isolamento non l’avevano mai sentita. La accolsero quindi con entusiasmo, senza tener conto che non si dovrebbe desiderare la morte di qualcuno, nemmeno dei peggiori criminali.

     Ma bisogna ammettere che la guerra con i suoi morti e le sue atrocità giustificava il desiderio di eliminare fisicamente coloro che, con deliberato entusiasmo imperialistico o costretti dalla necessità della legittima difesa, avevano iniziato  quella guerra cinque anni prima e ancora la continuavano, indifferenti ai lutti e alla sofferenza della gente.

     Mi viene spontaneo un confronto con la situazione attuale. Oggi il mondo è pieno di guerre, dichiarate o informali, talvolta combattute apertamente, più spesso subdolamente con sabotaggi e attentati nel nome di pretestuosi principi religiosi o di sporche esigenze di dominio economico.

     Negli anni quaranta si sapeva chi era il nemico e chi ne era il capo e si poteva ipotizzare la sua eliminazione. Si sapeva dove era il campo di battaglia. Oggi invece è tutto più difficile e complicato e confuso. Oggi abbiamo gli strumenti per eliminare fisicamente i capi responsabili di atroci guerre e guerriglie, e talvolta li eliminiamo, ma non cambia nulla, come è risultato evidente con l’uccisione di Saddam Hussein e di Osama Bin Laden.

     Non si elimina il terrorismo uccidendone qualche capo: ce ne sono pronti altri più crudeli e più insidiosi,che combattono soprattutto servendosi di attentatori e kamikaze. Qualsiasi punto della terra è un facile obiettivo per i kamikaze.

     E non dico nulla di un possibile sciagurato uso delle armi atomiche.

     Nel nostro mondo grande e globalizzato è questo il progresso? E’ questo il cammino della civiltà?

     Progresso e civiltà consistono nell’avere automobili eleganti e benzina a basso prezzo? e la  TVsmart3D? e l’iPhone di ultima generazione? e tutte le altre sofisticate novità tecnologiche? …

… e intanto rischiamo di morire in un attentato, ma pensiamo che a noi non succederà. Le notizie di guerre, stragi e attentati ci interessano come cronaca emozionante, ma solo per un giorno o due.

     E se un giorno ci succedesse di essere coinvolti nel suicidio di un kamikaze?

     Probabilmente neppure ci renderemo conto di morire, perché  staremo beatamente con l’orecchio incollato ad un telefonino, o distratti a cliccare, o impegnati a farci un selfie.

Agostino G. Pasquali

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