Viterbo PENSIERI IN LIBERTA Ma ora… Ora mi domando cosa significhi!
di Barbara Pasqualini

Miei carissimi lettori,
in questi giorni, per circostanze fortuite, mi è capitato di sentire un arcinoto proverbio: “Passata la festa, gabbato lo Santo”.
Non era la prima volta che veniva citato in mia presenza, eppure non mi ero mai interrogata sul suo significato.
Ma ora… Ora mi domando cosa significhi!
Mi sento un po’ come la protagonista di “Quaderno proibito”, Valeria [trattasi del celebre romanzo del 1952 di Alba de Cespedes (1911 – 1997), da cui è stato tratto anche uno sceneggiato, nel 1980, in cui il ruolo dei protagonisti è stato magistralmente interpretato da Lea Massari e Giancarlo Sbragia]: il personaggio principale è un’impiegata quarantenne, moglie di un bancario, Michele, e madre di Mirella e Riccardo, studenti.
La narrazione, in forma di diario, inizia con un piccolo atto di trasgressione: Valeria acquista in una mattina di un giorno festivo un quaderno dalla copertina nera, e deve subito nasconderlo perché secondo la normativa vigente all'epoca il tabaccaio non potrebbe vendere tale articolo di domenica.
In realtà il fatto che fin dall'inizio il quaderno abbia un che di proibito è simbolico della condizione di Valeria, che pur avvertendo in sé la necessità di esprimersi, deve farlo di nascosto perché i familiari non comprenderebbero e non approverebbero questa sua esigenza.
Valeria scriverà in loro assenza e finirà per nascondere il quaderno per evitare intromissioni indesiderate. La scrittura le servirà per manifestare i suoi sentimenti, per alleviare la sua solitudine, per chiarire i motivi profondi del suo disagio risalendo anche a un'analisi critica dell’educazione ricevuta.
Ella afferma che, da quando ha iniziato a scrivere, anche eventi che prima le sembravano insignificanti, hanno assunto un’importanza diversa, costringendola a soffermarsi a riflettere: “Sono le due di notte, mi sono alzata per scrivere: non riuscivo a dormire. La colpa è, ancora una volta, di questo quaderno. Prima dimenticavo subito ciò che accadeva in casa; adesso, invece, da quando ho cominciato a prendere nota degli avvenimenti quotidiani, li trattengo nella memoria e tento di capire perchè si siano prodotti.
Se è vero che la nascosta presenza di questo quaderno dà un sapore nuovo alla mia vita, debbo riconoscere che non serve a renderla più felice”; così, per me, “la colpa” di tante domande è un po’ imputabile ai nostri piacevoli appuntamenti, che hanno esaltato la mia naturale curiosità!!! Ah, nel mio caso, i “Pensieri in libertà” colorano piacevolissimamente la mia vita!!!
http://www.italialibri.net/opere/quadernoproibito.html

Comunque, digressione a parte, “Passata la festa, gabbato lo Santo” è un detto proverbiale attribuito a coloro che, dopo aver ottenuto il piacere richiesto, si dimenticano ben presto del bene ricevuto.
(http://www.proverbi-italiani.com/cerca-74-P.html)
Ovverosia, finita la festa, ci si scorda subito del Santo, quindi è un po’ come averlo preso in giro.
Insomma, il detto significa che certune celebrazioni sono spesso effimere e false, oppure che le responsabilità assunte in situazioni gravi o solenni sono spesso dimenticate appena si è tornati alla normalità.
Questo modo di dire, proverbiale, si usa per far notare l'irriconoscenza di coloro che si rivelano affettuosi e cortesi, ma solo per il proprio tornaconto, e quando hanno ricevuto il favore che aspettavano, tagliano la corda e non s’interessano più di chi li ha aiutati.
A tal proposito, ho letto che “Fedro docet” e mi sono chiesta il perché.
(http://www.totalita.it/articolo.asp?articolo=3934&categoria=1&sezione=37&rubrica=)
Fedro (Il lupo e la gru, Favole, I, 8), riprendendo quanto sopra, narra la fiaba di un lupo crudele che, in preda al dolore per un osso che gli si è piantato in gola, implora una gru di toglierglielo e le promette una ricompensa.
Appena tolto l’osso, e scomparso il dolore, il lupo si rivolge alla gru e le dice con arroganza: “Che pretendi da me! Che ingratitudine. Dovresti ringraziarmi che non ti ho mangiata!!!”
Poi, chiosa Fedro, “chi si aspetta la gratificazione dai malvagi sbaglia non una ma due volte: la prima perché aiuta gli immeritevoli, e dopo perché non se la cava senza rischio”.
http://it.wikisource.org/wiki/Favole_(Fedro)/Libro_primo/VIII_-_Il_Lupo_e_la_Gru
Avete voglia di fare un salto nel passato insieme a me?
Quando ho sentito nominare le favole di Fedro, ho ricordato il mio bel libro di racconti d’infanzia: era verde, grande, rilegato con una copertina rigida e illustrato e racchiudeva storie di vari autori. Suscitava un fascino enorme su di me e stimolava la mia fantasiosa natura di bimba!
Per tornare a quei magici tempi, ecco il testo integrale della favola in questione.
FAVOLA VIII.
Il Lupo e la Gru.
SE da’ malvagi ricompensa attendi,
Doppio è il tuo errore: a’ rei soccorso appresti,
Nè potrà tua follia irne impunita.
* Erasi al Lupo ne la gola fitto
Un osso sì, che dal dolor forzato,
Alto premio propose a chi il traesse.
Alfin la Gru dal giuramento indotta,
Fidando il lungo collo al Lupo in bocca,
Giunge a le fauci, e con suo gran periglio,
Trattone l’osso, ogni dolor gli toglie.
Chiesto il promesso premio; il Lupo: ingrata,
Da che fuor di mia gola impune il capo
Traesti, non se’ paga, e mercè chiedi?

Ed ora… “diamo a Cesare quel che è di Cesare” e, prima di salutarci, andiamo a conoscere Fedro!
http://it.wikipedia.org/wiki/Fedro
Gaio Giulio Fedro (20/15 a.C. circa – 51 d.C. ca.) è stato uno scrittore romano, autore di celebri favole, attivo nel I secolo. Fedro rappresenta una voce isolata della letteratura: riveste un ruolo poetico subalterno in quanto la favola non era considerata (analogamente a oggi) un genere letterario “alto” anche se possedeva un carattere pedagogico e un fine morale.

Il suo nome greco è Φαίδρος (Phàidros); non è invece certo se il nome in lingua latina fosse Phaedrus o Phaeder.
Il latinista francese Louis Havet (1849 – 1925), curatore nel 1895 di una nota edizione delle Fabulae, suggerì la forma Phaeder sulla scorta di alcune iscrizioni, ma la forma latina Phaedrus è attestata in Cicerone (106 a.C. – 43 a.C., avvocato, politico, scrittore, oratore e filosofo romano) e, in particolare, nei titoli – sia pure aggiunti posteriormente – di tre favole e in Aviano (fine IV secolo – inizi V secolo d.C., scrittore romano).
Egli è pertanto identificato comunemente con Phaedrus.
Quanto al luogo di nascita, Fedro stesso affermadi essere nato sul monte Pierio, luogo di nascita delle Muse, che al tempo faceva parte della Macedonia; però egli sembra anche alludere alla Tracia come sua patria, vantata come terra di poeti. È certo che il monte sorgeva in prossimità del confine trace e alla fine del I secolo, una rettifica dei confini delle due province lo ridusse in Tracia.
Fedro nacque intorno al 20/15 a.C. e giunse giovanissimo a Roma come schiavo, forse a seguito della violenta repressione, operata dal console Lucio Calpurnio Pisone, della rivolta avvenuta in Tracia nel 13 a.C. La sua venuta a Roma ancora bambino è stata dedotta dalla sua affermazione di aver letto, ancor giovanissimo, il Telephus, una tragedia ora perduta di Ennio (239 a.C. – 169 a.C., poeta, drammaturgo e scrittore romano); ma non si può escludere, per quanto poco probabile, che egli abbia potuto già studiare latino in Macedonia, e pertanto la questione della data della sua venuta a Roma resta insoluta.
Che egli sia stato uno schiavo familiaris, appartenente cioè alla familia di Augusto, e poi emancipato da questo imperatore è attestato nella titolazione manoscritta della sua opera, Phaedri Augusti liberti Fabulae Aesopiae; si deduce che il suo nome, dopo la liberazione, deve essere stato Caius Iulius Phaedrus, dal momento che i liberti assumevano il praenomen e il nomen del loro patrono.
Se Fedro fu effettivamente portato giovanissimo a Roma, potrebbe aver studiato alla scuola dell'erudito Verrio Flacco (un grammatico romano, vissuto tra la fine del I secolo a.C. e l'inizio del successivo), tenuta nel tempio di Apollo che sorgeva sul Palatino dove studiavano anche i nipoti di Augusto, Gaio e Lucio, e di quest'ultimo, secondo un'ipotesi, potrebbe esser poi divenuto pedagogo, acquisendo quei meriti che, insieme con l'ascesa sociale, lo avrebbero portato alla libertà.
Come Fedro stesso ci informa, il ministro di Tiberio (42 a.C – 37, fu il secondo imperatore romano, appartenente alla dinastia giulio-claudia, e governò dal 14 al 37), Seiano (20 a.C. – 31), lo fece processare, sospettandolo di allusioni sgradite ai potenti.
Ne uscì tuttavia indenne, forse anche per la caduta in disgrazia e la morte del prefetto, e poté continuare a scrivere indisturbato fino all'impero di Claudio (41-54), grazie a un liberto, Fileto, al quale è dedicato uno dei suoi ultimi componimenti, o forse anche fino all'impero di Nerone (54-68).
Cosa sappiamo dei suoi manoscritti?
I cinque libri superstiti delle Fabulae consistono in 102 componimenti, riconosciuti come certamente autentici; altre 32 favole – non comprese nei 5 libri canonici, ma certamente autentiche - sono contenute nella cosiddetta Appendix perottina, tratta nel XV secolo dall'umanista Niccolò Perotti (1430 – 1480, umanista, filologo e arcivescovo cattolico italiano) da codici ora perduti).
Esistono tre storiche sillogi di favole in gran parte riconducibili a Fedro:
- le 67 favole del codice leidensis Vossianus, appartenuto ad Ademaro di Chabannes (989 – 1034, un monaco e storico francese);
- le 62 favole contenute nel codice Gudianus Latinus di Wolfenbüttel, (città della Bassa Sassonia, in Germania), del X secolo
- le 83 favole del Romulus (una silloge di favole in prosa in lingua latina del IX secolo), cosiddetto dal nome che il compilatore, che sostiene di essere l'autore delle traduzioni in latino di favole di Esopo, si è dato.
Il genere favolistico si trova praticato anche nei testi più antichi dell'umanità, quando si sia voluto rappresentare, attraverso un linguaggio semplice e metafore facilmente comprensibili, un principio di verità o un insegnamento morale.
Anche l'utilizzazione, a questo scopo, di racconti i cui protagonisti siano animali, attribuendo loro peculiarità morali e caratteristiche comportamentali, accettate dall'universale immaginazione o quanto meno dal comune pregiudizio umano, risponderebbe alla necessità di esemplificare e rendere immediatamente assimilabile il messaggio contenuto nel racconto.
In alcuni testi del Vicino Oriente mesopotamico, a differenza delle favole persiane e indiane, nelle quali predomina il gusto della narrazione fantastica, senza preoccupazioni di sottendere insegnamenti di ordine morale, si riscontrano insegnamenti di tipo sapienziali, mentre in testi egiziani e palestinesi - raccolti nei Proverbi biblici - si hanno diretti ed espliciti insegnamenti, senza la mediazione della narrazione favolistica.
Nel mondo greco, il genere della favola si presenta inizialmente nella forma dell'«aínos», nella similitudine, come mostra l'esempio offerto, nell'VIII secolo a.C., dall'Usignolo e lo sparviero narrato nelle Opere e i giorni di Esiodo (un poeta greco antico, le cui opere sono fatte risalire al periodo tra la fine dell'VIII secolo e l'inizio del VII secolo a.C.), non a caso definito il primo favolista da Quintiliano (35-40 d.C. – 96 d.C., un oratore romano e maestro di retorica per la prima volta stipendiato dal fiscus imperiale), nel quale un usignolo, catturato dal rapace, cerca di impartirgli una lezione sul significato della giustizia.
Secondo i grammatici antichi, fu Archiloco, poeta di Paros, attivo nel VII secolo, il creatore della favola del tipo che sarà poi sviluppata da Esopo, ma restano scarsi frammenti, come frammenti di favola sono in Solone (638 a.C. – 558 a.C., un legislatore, giurista e poeta ateniese, di nobile famiglia) e in Simonide (556 a.C. – 468 a.C., un poeta lirico greco antico, del VI secolo).
Fedro riconosce la propria dipendenza dall'opera di Esopo, dando tuttavia alle sue favole maggiore dignità letteraria, riscrivendole in versi senari. Le favole di Fedro hanno un doppio scopo: divertire il lettore con scene di carattere comico, ma anche suggerire “saggi consigli” per vivere.
Non pare che questo umile, ma dignitoso ed arguto favolista, abbia ottenuto fra i suoi contemporanei quel successo che avrebbe meritato, almeno presso il pubblico dotto, ma i suoi testi, riscoperti già nel Medioevo (molte le chiese in cui figurano bassorilievi raffiguranti le favole esopiche e fedrine) e successivamente nel XV secolo, furono ripagati da notevole fortuna in età moderna.
Il favolista Jean de La Fontaine (1621 – 1695, uno scrittore e poeta francese, autore di celebri favole con intenti moralisti) gli deve molto e le favolette di Fedro, per il loro stile semplicissimo e i loro contenuti moraleggianti, ebbero notevole impiego, come già si è sottolineato, nell'insegnamento scolastico del latino.
Oltre a La Fontaine Fedro è stato apprezzato ed elogiato per il suo stile letterale sobrio ma al contempo elegante da Giacomo Leopardi (1798 – 1837, un poeta, filosofo, scrittore, filologo e glottologo italiano) nello Zibaldone (1817 – 1832).
Nel prologo del IV libro egli dichiara che le sue favole sono “esopie”, cioè seguono il genere di Esopo, ma non “esopiche”, perché molte di esse si ispirano a soggetti nuovi («novis rebus»), non trattati dal «gobbo frigio».
Tali sono, ad esempio, tutte quelle di ambiente romano, suggerite dalla dura realtà della vita, da fatti, costumi e personaggi dell'epoca, che entrano a far parte di quel variopinto mondo animalesco nel quale pare rispecchiarsi tutta l'umanità, con le sue tendenze e i suoi difetti, con i suoi istinti e i suoi peccati.
La prepotenza, l'astuzia, l'ipocrisia, l'ingordigia, la rapacità, la vanagloria, la servilità, la ferocia, la crudeltà, la vendetta e quant'altro simile trovano espressione allegorica nel leone, nel lupo, nella volpe, nel cane, nell'aquila, nel pavone, nel corvo, nella pantera, nel coccodrillo, nel serpente: non c'è animale domestico e selvatico dei più comuni che non figuri nella ricca galleria fedriana, a rappresentare un certo tipo di umanità, a richiamare la riflessione moralistica (spesso amara!) dello scrittore Fedro.
… e così vi ho di nuovo condotti a spasso per la mia mente, passando da un proverbio ai ricordi d’infanzia… attraverso una miriade di mie curiosità. Ormai mi conoscete, non fateci troppo caso e perdonate questi miei repentini passaggi: il mio unico intento è condividere con la grande famiglia della “Città” un pensiero e… regalarvi qualche minuto di leggera evasione da un quotidiano a volte un po’ troppo crudele e cruento…
Alla prossima!!!
Barbara Pasqualini
Immagini e relative fonti:
Alba_de_Cespedes
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/5/50/Alba_de_Cespedes.jpg
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http://1.bp.blogspot.com/-99fNammdQeQ/TW53W4qR24I/AAAAAAAAArI/hdH54FFgLzY/s1600/scansione0076.jpg
Video:
Quaderno proibito [puntata 1di4] - da Alba De Cespedes (& successive, disponibili a fianco)
https://www.youtube.com/watch?v=h5Y_aCeCagc
fedro
http://www.studenti.it/pictures/20100120/fedro.jpeg
Il-lupo-e-la-gru
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