Viterbo CRONACA Superfluo riportare qui, anche se per forza di cose sinteticamente, le  affermazioni del Papa
di Claudio Santella

 

In Occasione della ricorrenza dell’eccidio del Popolo Armeno, ad eccezione di papa Francesco che ha abbracciato quel Popolo e ci ha uniti ad esso nel martirio, nessuno ha mosso un dito.

Facciamo trasmissioni su trasmissioni e sprechiamo fiumi di inchiostro per molto meno, ma nessuno è andato oltre alcune lapidarie comunicazioni, ad eccezione di papa Francesco, intervenuto su quel genocidio sia come Capo della Chiesa cattolica sia, se vogliamo, come Capo di Stato.

Eppure siamo maestri nell’enfatizzare fatti simili, purché siano più vicini a noi, purché ci tocchino in qualche modo, purché possiamo strumentalizzarli per un qualche nostro interesse.

Superfluo riportare qui, anche se per forza di cose sinteticamente, le  affermazioni del Papa; chi vorrà riflettere meglio su di esse potrà fare riferimento alla fonte diretta o leggere resoconti e commenti sull'intervento del Papa, che vanno ben oltre le mie modestissime chiacchierate.

In questa sede desidero esternare ciò che le parole pronunciate da papa Francesco, chissà per quale recondito motivo, hanno richiamato nella mia memoria; desidero riportarlo perché lo ritengo meritevole di una riflessione: mi riferisco all’episodio di Pinocchio e del Grillo parlante narrato da Collodi nel suo famosissimo libro intitolato, appunto, Pinocchio.

Ricorderete che Pinocchio, prima di diventare bambino, quando cioè era ancora una birba di burattino, con il corpo e la testa di legno, per mettere a tacere il Grillo parlante che gli ricordava alcuni principi etico sociali da osservare, principi dal valore universale, lo fece fuori con una martellata.

Così come Pinocchio, alcuni anni or sono, i giudici di Strasburgo fecero fuori dalle aule scolastiche l’immagine di un Giusto che è morto per insegnare a tutti quello a cui tutti dovremmo attenerci, specialmente se giudici, ed a cui non ci atteniamo.

Così come Pinocchio molti si affiancarono al pronunciamento di quei giudici contro quel Giusto.

Sfuggì a quei giudici, e forse a molti altri, che la dottrina di quel Giusto, e cioè per evitare equivoci la dottrina cristiana, insegna a vivere non solo a coloro che la professano e che in essa credono, ma anche agli altri; sarebbe stato sufficiente a quei giudici riflettere su questa sola considerazione per arrivare a ben altra ed opposta conclusione.

Esaminiamo del decalogo della dottrina cristiana, seppure a volo d’uccello, quella parte che attiene al comportamento degli uomini tra loro e vediamo che cosa c’è, in questi precetti, che possa confliggere con una qualsiasi altra dottrina sociale.

Dice il primo di questi precetti: “Onora il padre e la madre”. Superflua se non offensiva appare ogni spiegazione di questa affermazione se si prescinde da quella del rispetto dovuto innanzitutto al nostro prossimo a cominciare da quello più vicino a noi, quello della nostra famiglia, che è la prima cellula sociale e che alla società ci apre.

Il secondo precetto afferma: “Non uccidere”. Questo comandamento ha come termine la vita: non spegnere la vita. Questa è naturale e soprannaturale e verso di essa abbiamo dei doveri, sia positivi, che comandano atti che sviluppano la vita, sia negativi che ne proibiscono gli attentati.

Il terzo impone di “Non commettere atti impuri” e di “Non desiderare la donna d’altri”. L’invito è a  controllare movimenti ed operazioni che debbono essere frenati. Castità deriva da castigare: un termine che significa regolare, controllare.

E’ una virtù morale che inclina l’uomo a regolare l’uso dell’istinto e funzione sessuale. Per ordine o legge naturale ogni essere è ordinato al suo fine: togliere l’essere, fatto per un fine, dal suo fine è disordine.

Il quarto precetto afferma: “Non rubare”, “Non desiderare la roba d’altri”. Nel groviglio di problemi e di difficoltà pratiche, in cui l’argomento della giustizia e del diritto ci mette dentro, l’idea luce e forza di sintesi è questa: la giustizia, virtù morale infusa nelle anime giuste, è informata dalla carità soprannaturale.

Al di là di ogni considerazione personale, che ognuno può dare e che può diversificare, ma non nella sostanza, per ognuno, è innegabile il valore universale e sociale di questi precetti. Proviamo a considerarli dal lato passivo:

Chi vuole che si manchi di rispetto ai propri genitori, alla propria famiglia, a se stesso?

Chi vuole che gli si rechi offesa fisica, fino alla morte, da parte di un suo simile?

Chi vuole che venga usata violenza, sia fisica che morale, nei suoi riguardi o nei riguardi delle persone  più vicine?

Chi vuole che venga usata violenza sulle proprie cose?

La risposta è fin troppo facile: nessuno. Ed allora perché ammettere attivamente ciò che passivamente rifiutiamo?

Consideriamo le conseguenze di questo rifiuto; se quel Giusto fosse stato accettato, probabilmente avrebbe fatto meno rumore, anzi avrebbe aiutato a crescere in una concordia naturale ed in silenzio.

Probabilmente non vi sarebbe stato nessun eccidio del Popolo Armeno.

Probabilmente non si perpetrerebbero oggi gli eccidi contro i Cristiani.

Certamente avremmo dentro di noi sentimenti di pace, di fratellanza, di carità e di misericordia e certamente le cose andrebbero meglio.

Ai giudici di Strasburgo non solo sono sfuggiti questi elementari principi universali impartiteci da un Giusto, ma è anche sfuggito, come spesso sfugge a noi, che quel giusto non ha mandato altri a sacrificarsi per Lui, ma ha sacrificato se stesso; ed ancora, forse proprio perché ci chiede di agire in prima persona, che Quel giusto è abituato ad essere rifiutato: ed infatti sono ben oltre duemila anni che continuiamo a dirgli: “Non c’è posto”.

Facciamo posto a quel Giusto, facciamogli posto dentro di noi;

non dobbiamo temere di avere il coraggio di accettarlo;

non neghiamolo, anche perché è proprio quando lo neghiamo che lo abbiamo vicino;

non neghiamolo perché quello che dice è vero, forse è inizialmente scomodo, ma è vero. Non facciamo come i Turchi, non serve a niente.

Claudio Santella

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