Viterbo CRONACA Forse non ti conoscerò mai, robusto signore viterbese, ma so che il tuo cuore è grande

Il noto conosciuto fratello

Andare a Viterbo per l’ennesima visita non è certo un problema, basta sapere l’indirizzo e il dottore che stai per consultare e tutto dovrebbe andare bene. Dovrebbe! perché c’è da risolvere il problema che Corso Italia, salotto buono di Viterbo, durante la giornata è ovviamente isola pedonale. E come fa ad arrivare alla esatta metà del Corso una persona come me che ha la mobilità ridotta come quella di un carrarmato senza cingoli?

Carrarmato per la volontà, ma come si mette con la mancanza dei cingoli? Dall’inizio del Corso non sarei mai arrivato a piedi allo studio medico, troppo faticoso, troppo distante ed eccessivo dispendio di energie.

In compenso buona, anzi eccellente, la disponibilità e la competenza della Polizia Locale viterbese, in pochi attimi e senza troppa burocrazia tutto è stato risolto, l’autorizzazione ricevuta  per telefono, è bastato fornire i dati del tesserino di park per disabili, il resto lo ha fatto una sola telefonata e l’occhio discreto della telecamera posto all’inizio del Corso.

Transito non eccessivamente problematico tra le persone a fare shopping, qualcuno incuriosito, qualcun altro probabilmente infastidito, sembrava di leggere su pochissimi volti la domanda  “ma questo chi ca… è ? 

Tranquilli, non  sono un politico, l’auto utilitaria lo dice inequivocabilmente e nemmeno un privilegiato, solo un “diversamente deambulatore”.

Lo studio medico è una palazzina del centro di Viterbo, diverse targhe in ottone con su scritto Dott..., senza riferimento al piano.

Ingresso un poco buio, buio completamente invece, l’ascensore, comunque  grande risorsa di salvezza per chi come me già stava rinunciando, dati gli almeno quattro piani da esplorare senza sapere esattamente dove andare.

Proviamo con il piano uno, il più vicino ed il più semplice, ci sono diversi studi, una grande sala d’attesa e i pazienti che non mi sanno dare informazioni. Forse al piano due, tre, forse al quattro? e ci sono ancora altri piani? 

Un signore robusto, sessantacinquenne o poco più mi vede in difficoltà, appoggiato alla mia stampella e risponde guardandomi negli occhi alla mia inequivocabile espressione di domanda di aiuto. 

“Ci penso io” mi dice  sorridente e comincia a salire le scale. Io attendo paziente e fiducioso. Ma attendo tanto ed il signore, sembianze  da “pompiere” e sicuramente almeno la forza e la tenacia di Vigile del Fuoco, il signore non si vede .

Lo scalpiccio sulle scale può essere di altre persone, che scendono, o che salgono, ma del pompiere nessun segnale. Poi una voce forte da lassù in alto, “ hei!! Chi cerchi è qui, al quarto piano, aspetta ora scendo …”.

Dopo pochissimo ecco il mio volenteroso e coraggioso aiutante arrivare al primo piano, forse un poco trafelato e arrossito dalla fatica della salita e discesa fatta a piedi di ben tre piani di scale. 

Soddisfatto e sorridente mi dice “è lassù”, ma non ti preoccupare, puoi salire con l’ascensore”. Frastornato da tanta gentilezza e disponibilità abbozzo un timido grazie.

Mi accorgo che a lui basta, lo vedo appagato, non ricordo nemmeno se gli ho stretto la mano. Lui torna a fare la sua fila, dal dottore dove stava aspettando, sperando che nessuno gli abbia preso il posto.  

Io arrivo al quarto piano, sempre con l’ascensore buio, e faccio la mia complicata visita. Di lui non ho più traccia.

Tornando a casa, in auto, sento alla radio che a Milano stanno montando la Macchina di Santa Rosa per l’Expo. Ed allora immagino, nel buio della serata dei Monti Cimini, il mio robusto uomo salutarmi, su dall’alto, vicino ai trenta metri della Santa viterbese.

Forse un facchino, forse un pompiere, forse un contadino, sicuramente un angelo.

Un angelo di quelli che spesso accompagnano Santa Rosa nel suo pericoloso e stretto tragitto tra le stradine del centro, uno di quelli che con le sue ali sfiora il viso dei Viterbesi alle finestre dei quarti piani del Corso.

Forse non ti conoscerò mai, robusto signore viterbese, ma so che il tuo cuore è grande come la tua forza e la tua voglia di aiutare gli altri.

Scusa, non è mai una parola dispregiativa, men che meno a Viterbo, da oggi sei tu il mio “facchino”. Grazie infinite!

La lettera è firmata
da un mio vero fratello,
a cui voglio tanto bene.
(m.g.)

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