Viterbo CRONACA Daje sotto co' la motosega!
di Mauro Galeotti
Vedi alla fine dell'articolo la galleria fotografica che ho realizzato con le foto di oggi e quelle prima dello scempio

Via Polidori, la pinetina è stata abbattuta
Purtroppo a 64 anni ancora mi scandalizzo, sì mi scandalizzo per come viene trattata Viterbo, la città in cui sono nato e vivo ogni giorno.
Viene trattata a schiaffi in faccia ogni giorno, affreschi abbandonati e in degrado, come quello a santa Maria Nuova, quello della Trinità in Via Saffi, quelli di alcune edicole votive, vedi quella tra gli incroci di Via san Pietro e Via san Leonardo; fontane sporche e abbandonate a se stesse, vedi Fontana Grande; i selci divelti non inseriti di nuovo a dimora, vedi Piazza dei Caduti, Piazza del Plebiscito in cui addirittura i cubetti di porfido sono tutti accantonati ai piedi del Palazzo della Prefettura.
Non parlo poi, anzi ne parlo, delle facciate dei palazzi consumate dal tempo e dall'incuria, vedi il Palazzo della Pace al Corso Italia, quello Nini in Via Annio, quello della Prefettura su Via san Lorenzo, quello della Provincia su Via Cavour e qui la pianto altrimenti...
Questa volta dicevo, o meglio scrivevo qui sopra, che mi scandalizzo per la facilità con cui il Comune o meglio la Giunta comunale dia permessi per abbattere alberi di querce vecchi di decenni e decenni.
Intendo gli alberi alti decine di metri che si trovano, ma che scrivo..., si trovavano in Via Polidori di fronte al Lidl. E' un'area su cui sorgevano una serie di case, tutte abbattute, che erano all'ombra di una dozzina di pini di alto fusto, belli a vedere e mai avrei pensato al sì del Comune di Viterbo alla motosega.
Motosega irriverente, piena zeppa di benzina e grasso olio per abbattere, abbattere, abbattere in poche ore quello che la natura ha creato in tanti anni.
La motosega in azione, con quella lunga spada armata di denti acuminati, ha colpito ancora una volta la natura, la bellezza, la tranquilla, ascesa verso il cielo, di pini che tanta armonia davano all'ambiente, già tanto stretto, tutt'intorno, dai palazzi.
Palazzi a due passi in cui sono pure gli uffici comunali. Da quelle finestre era possibile, per la Giunta comunale, dare gioia agli occhi ed ai polmoni, respirando quell'aria sana che pini così maestosi e regali potevano diffondere in quell'oasi di verde.
Ma niente!
Daje sotto co' la motosega!
Un secco e vigoroso tratto di corda, un rumore assordante, puzza di benzina che infastidisce le narici, qualche spernacchiamento e i denti girano vorticosamente, pronti per uccidere ciò che non può ribellarsi.
Ciò che non può fuggire.
Ciò che ha ragione di esistere... e l'operaio col casco giallo, fa quello che gli hanno comandato: abbatti giù tutto, butta a terra fronde, rami e tronchi, qui sorgerà tanto cemento grigio.
E ricordo la canzone di Celentano il ragazzo della Via Gluck, lui triste per il cemento che avanza, noi qui in Via Polidori, in piena città, appunto, col cemento che avanza.
Le case non ci sono più, demolite anche esse, non c'è più l'erba, solo tanta polvere e non ci sono più i pini, tagliati a pezzi e caricati sul camion, uccisi, come uccideva vite pulsanti Mastro Titta, il boia del papa.
Ho scritto sopra che mi stupisco ancora nonostante l'età che ho, e di ciò ne vado fiero, perché il mio animo non è abituato allo scempio, non lo accetta e mai lo accetterà, ma la volontà distruttiva dell'uomo è inarrestabile e irrispettosa verso quei vecchi pini, che davano ombra, aria pura, bellezza, fascino, forza, maestosità, presenza.
Vedere quei monconi di legno in terra, privi di vita, sfarinati dalle potenti motoseghe e spezzati dalle ganasce del bulldozer, rattrista tanto l'animo di chi ama la natura.
Mauro Galeotti
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