Viterbo RACCONTO Poi, una notte del marzo di quest’anno, ci fu una tempesta secca, solo vento fortissimo
di Agostino G. Pasquali

“Uffa, che palle! Ancora i tormenti di questa nostra Italia…”
E’ questo che penserà qualcuno leggendo il titolo?
Spero di non aver perso qualche lettore che potrebbe aver già chiuso precipitosamente questa pagina per evitare di leggere un ennesimo tormentone a proposito di buco delle pensioni, oppure di esodati, Expo, black bloc, spending review, deficit di bilancio, euro sì-euro no… o ancora di Renzi e Berlusconi, di Salvini e Grillo, e di tutto lo stuolo delle ‘bestie umane’ che nello ‘zoo politico’ vivono e si ingrassano (1). Quanti tormenti! Quanti problemi!
Sia chiaro: questi problemi sono importanti, anche drammatici... oppure no?
Certo che sì! Sono un dramma per la gravità delle conseguenze su noi cittadini, però sovente appaiono più che altro una commedia ridicola e un po’ grottesca per il modo in cui sono trattati dai politici, cioè da chi avrebbe il dovere di risolverli. Quei problemi esulano comunque dalla mia modesta, anzi nulla, possibilità di agire per ottenere un benché minimo risultato.
Sia altrettanto chiaro che comunque quei temi mi riguardano e mi interessano, ma mi sono rassegnato a subirli e non ne scrivo più (in passato l’ho fatto) considerata la completa inefficacia delle mie parole. Mi sento proprio come quel tale che aveva preso tante botte e poi commentava: “Quante botte mi ha dato… ma quante parolacce gli ho detto!”
Dunque niente parolacce. Mi resta il voto, ma è ben misera cosa.
Domanda : E allora? perché quel titolo?
Risposta: Chiarisco subito.
Qui, cioè nel titolo, ‘Italia’ non è il nostro Bel Paese, che di tormenti ne ha molti. Magari ne avesse uno solo, e fosse l’ultimo!
L’Italia che ha l’ultimo tormento è invece la signora Italia Neri, abitante nel piccolo borgo di Sovrana, della quale signora e del quale borgo ho già scritto parecchio in ‘Mondo piccolo de na vorta’.
* * *
All’inizio di quest’anno Italia Neri era diventata una signora molto anziana, diciamo pure una signora vecchia perché nata nell’anno 1927, e viveva da sola nella casa ereditata dai genitori Giustino e Agata, soprannominati ‘Li Porchetti’ (2).
Italia aveva a suo tempo conseguito il diploma di maestra e insegnato per tanti anni, così tanti che a lei sembravano infiniti. Aveva insegnato nella scuola elementare di Sovrana, educando tre generazioni di Sovranesi: infatti alcuni degli ultimi scolari erano i figli dei figli dei primi scolari che lei aveva avuto negli anni cinquanta.
Lei e il fratello Vittorio erano i più anziani abitanti del borgo di Sovrana ed erano considerati, per l’età, per l’esperienza e per la stima guadagnata con la loro operosità, due veri e propri monumenti viventi, e come tali amati e rispettati. A loro merito stavano:
- per lei, una quarantina di anni di insegnamento esercitato non come un banale impiego pubblico, ma con dedizione e affetto materno, come solo le maestre d’un tempo sapevano fare,
- per lui, l’aver creato il ‘Museo dei mestieri antichi e delle tradizioni popolari’ che tanto aveva contribuito e contribuiva ancora al richiamo turistico di Sovrana.
Morti i genitori, Italia aveva trasformato la vecchia casa, rustica e povera, in una graziosa villetta e, dove un tempo razzolavano le galline e aveva grufolato ‘lo porchetto Nino’, ora c’era un gradevole giardino con in mezzo un pino maestoso, una classico ‘pinus pinea’, quello a forma di ombrello.
Quel pino era nato da un seme, un pinolo, che la maestra Italia, a scuola, aveva interrato in un vaso per far vedere dal vivo ai suoi scolari il germogliare di un seme, lo spuntare e il crescere di una pianticella. Il pino era restato nel cortile della scuola, trapiantato anno dopo anno in vasi sempre più grandi, curato, e utilizzato a dicembre in aula come albero di Natale. I bambini si affezionarono all’albero, ma più di tutti ci si affezionò Italia. Quando il pino divenne troppo grosso per vivere in un vaso, Italia lo trapiantò nel mezzo del giardino di casa sua.
Qui il pino trovò un terreno perfetto per svilupparsi e raggiunse in poco tempo un’altezza di circa sei metri. A questo punto venne consigliato a Italia di eliminarlo perché, crescendo ancora, poteva divenire pericoloso per l’ambiente e poi sempre più difficile da tagliare. Ma l’idea di sradicarlo o tagliarlo le ripugnava, sarebbe stato come commettere un delitto.
Rifiutò di seguire quel saggio consiglio perché considerava quel pino come un amico, anzi più di un amico. Italia era rimasta nubile e quell’albero era per lei come un figlio, dato che l’aveva fatto nascere e lo aveva cresciuto proprio come un figlio.
Passarono gli anni.
Il pino divenne un gigante alto venti metri con un tronco così grosso che ci volevano due persone per abbracciarlo; intanto il rapporto affettivo tra Italia e il suo albero era cresciuto contemporaneamente all’albero, tanto che lei pensava che lui, il pino, e lei, Italia, vivessero come in simbiosi, che le loro vite fossero interdipendenti.
Nonostante la sua istruzione e l’impostazione razionale della sua mente, Italia era venuta maturando questa strana forma di aberrazione sentimentale. Ma non c’è da stupirsi se si tiene conto della sua solitudine conseguente al pensionamento e all’età avanzatissima: aveva 87 anni compiuti e le coetanee, amiche di un tempo passato, non c’erano più, riposavano tutte al cimitero.
Ora però, arrivata ai giorni nostri, Italia cominciava a rendersi conto della pericolosità del suo albero. L’andamento climatico era decisamente cambiato negli ultimi anni ed erano diventate frequenti le bufere di vento. Nel settembre 2014 c’era stata una tromba d’aria che era passata a due chilometri da Sovrana, scoperchiando il tetto di casa e abbattendo alberi in un podere di certi suoi parenti. Italia li aveva ospitati per i giorni necessari a riparare i danni e aveva ascoltato, nella loro testimonianza diretta, la descrizione del terrore che avevano provato nei pochi ma paurosi momenti del passaggio del turbine.
Italia dunque era tormentata dalla necessità di prevenire la caduta del suo albero, che era alto, isolato e quindi troppo esposto al vento. Se il pino fosse crollato sulla casa avrebbe potuto addirittura uccidere chi vi si trovava, e se si fosse abbattuto verso l’esterno avrebbe potuto danneggiare le auto sempre parcheggiate lì davanti e anche uccidere qualche passante. Del resto i telegiornali davano spesso notizie di questo genere.
Passavano i giorni e il tormento cresceva.
Poi, una notte del marzo di quest’anno, ci fu una tempesta secca, solo vento fortissimo, e un grosso ramo del pino si spezzò e cadde con fracasso. Cadde sul prato rovinando aiole, tappeto erboso e spaccando una fontanella di pietra. Per fortuna un danno da poco, facilmente riparabile senza conseguenze. Ma il tormento di Italia nei giorni successivi divenne non più sopportabile. Di notte faceva terribili sogni nei quali vedeva alberi che si trasformavano in mostri e le cadevano addosso…
Un mese dopo la rottura del ramo Italia prese la sofferta decisione di eliminare il pino e incaricò una ditta specializzata di fare il lavoro.
Arrivò un camion con due operai, uno dei quali scaricò una macchina, un cingolato, una specie di piccolo carro armato, il quale al posto della torretta aveva una piattaforma alzabile. L’operaio condusse la macchina in giardino accanto al pino, le allargò quattro zampe metalliche e la trasformò in un enorme ragno d’acciaio, poi alzò un braccio smisurato che portò la piattaforma all’altezza dei primi rami. L’altro operaio, che stava già sulla piattaforma, avviò la motosega e cominciò a tagliare i rami facendoli a pezzi e lasciandoli cadere a terra. L’operaio rimasto a terra li raccoglieva e li caricava sul camion.
Italia soffriva come se venissero asportate parti del suo corpo. Non poteva resistere lì e assistere passivamente. Avvisò l’operaio che lei andava via, lo pregò di telefonarle a operazione finita e andò a casa del fratello Vittorio.
Quando Italia ritornò l’albero non c’era più e al suo posto si vedeva un vuoto orribile reso più evidente dall’enorme ceppo, tagliato basso, e restato lì come una brutta cicatrice. Pensò che avrebbe potuto far estirpare il ceppo e piantare nella buca un altro pino, magari prendendolo in vivaio, già sviluppato… ma non sarebbe stato il ‘suo’ albero, e poi a 87 anni d’età…
Pagò il lavoro e si fece lasciare per ricordo un grosso pezzo del tronco.
* * *
Quella sera stessa Italia si sedette davanti al tavolo che teneva in camera come scrittoio. Era un vecchio tavolo, logorato e lucidato dall’uso, era un ricordo dei genitori. Lì sopra lei aveva studiato per il diploma, aveva aperto e letto innumerevoli libri, lì erano passati i quaderni dei suoi tanti, tantissimi scolari, e lì sopra lei aveva anche scritto un libro di favole per bambini. Quel libro aveva avuto un buon successo tanto che lo considerava la cosa più preziosa da lasciare in ricordo ai nipoti del fratello Vittorio, che la chiamavano scherzosamente e affettuosamente ‘nonna Tàlia’.
Quel tavolo le ricordò le vicende della sua lunga vita scandite dal crescere dell’albero: la semina, il trapianto anno dopo anno, la messa a dimora nel giardino, le potature per eliminare i rami bassi man mano che si seccavano spontaneamente e il pino cresceva, cresceva...
Rimase un po’ come in trance, poi prese un foglio di carta, lo sovrappose alla ‘falsariga’ e cominciò a scrivere. Scriveva a mano, con la penna stilografica, tracciando i caratteri con una grafia sinuosa regolare ed elegante, come oggi non si sa più fare (3). Italia sapeva scrivere con il computer, e anche con disinvoltura, ma le lettere e i documenti importanti li scriveva solo con la penna, anzi solo con la penna stilografica, neppure con la biro che aveva usato a scuola per praticità ma non aveva mai amato.
Finì di scrivere e mise il foglio in una busta. Poi andò a dormire.
* * *
Il giorno dopo Vittorio Neri chiamò la sorella al telefono, ma non ebbe risposta. Preoccupato si fece accompagnare dal figlio Giustino a casa di Italia. La casa era chiusa, ma lui aveva una copia delle chiavi. Aprì. Entrarono. Giustino restò nell’ingresso. Vittorio salì al piano superiore dove c’era la camera della sorella e la trovò a letto che dormiva tranquillamente. Dormiva ad occhi aperti e sorrideva… no, non dormiva… era pallidissima… era morta.
Vittorio telefonò al medico di famiglia perché venisse per le formalità burocratiche. In attesa sedette sulla sedia che stava davanti allo scrittoio e vide una busta indirizzata ‘A mio fratello Vittorio’. La aprì e lesse la lettera. Finita la lettura si asciugò alcune lacrime e disse a voce alta, ma rauca per la commozione, come se parlasse con la sorella: “Sì, Italia, farò come vuoi.”
Asciugò accuratamente un paio di lacrime che erano cadute sul foglio e lo rilesse con più attenzione per essere certo di aver capito bene:
Caro fratello Vittorio,
questa sera, dopo che il pino è stato smembrato e portato via, sono proprio stanca, svuotata dentro di ogni entusiasmo e di ogni vitalità. Domani potrei non esserci più.
Tu sai che ho sempre detto che la mia vita era legata al mio pino. Avrai pensato che ero un po’ pazza. No, non ero pazza, quello era un mio atteggiamento, una mia posa, una mia recita. Lo dicevo, ma non ci credevo. Però ora il pino non c’è più e la recita deve finire. Mi accorgo di essere viva, ma senza voglia di vivere.
Tu hai figli e nipoti. Io non ne ho. E’ vero che i tuoi nipoti mi chiamano nonna, ma anche questa è una finzione.
Ho pensato di piantare un albero nuovo, ma non sarebbe la stessa cosa. Non ho il tempo di far germinare un pinolo e di far crescere un nuovo albero. E non ne ho neppure voglia.
Ti ho detto tutto, ma ti devo chiedere un favore.
Quando troverai questa lettera (fra un anno? un mese? domani?), ciò vorrà dire che io sarò appena partita per l’estremo viaggio e tu dovrai provvedere al funerale. Avevo pensato di chiederti di farmi la cassa con il legno del mio pino, e per questo me ne sono fatta lasciare un pezzo. Ma sarebbe il capriccio sciocco di una vecchia donna, stupida e fissata. Però tu devi staccare un po’ della scorza del pino e metterla sul fondo della bara. Sarà il mio letto.
L’ orribile cassa industriale, che si compra lustra e decorata per soddisfare l’onore e l’orgoglio di chi resta a vivere, sceglila tu come ti pare, a me non può interessare. Ma io desidero riposare per sempre con il mio pino. Perdona ed esaudisci l’ultimo capriccio di tua sorella. Ciao.
Tua sorella Italia.
Agostino G. Pasquali
NOTE
(1) Vorrei chiedere scusa a Émile Zola e ad Aristotele perché, per fare un gioco di parole, li ho citati, distorcendo alquanto proprio le loro parole. Vorrei mandargli una mail di scuse. Chissà se Aristotele ed Émile Zola stanno in paradiso? e se lì hanno il collegamento internet? Devo chiedere ad Enrico Brignano e Tullio Solenghi, che lassù sono di casa.
(2) Chi non ha letto i racconti precedenti, ma vuol conoscere gli antefatti di questa storia e l’origine del curioso soprannome, può leggere “Mondo piccolo ‘de na vorta”.
(3) La ‘bella calligrafia’ oggi non si usa più, se non eccezionalmente per le pergamene, perché nell’attuale società, sciatta conformista e graffitara, egoista arida e virtuale, la bella calligrafia è fuori moda come la buona educazione e l’etica.






















