Viterbo CRONACA Dietro la Macchina di S. Rosa, infatti, ci sono secoli e secoli di storia
di Giuseppe Bracchi

La Macchina di santa Rosa del 1832

Santa Rosa ha fatto…. trash! In che senso?
Trash è un termine inglese molto in voga, specie in ambito massmediatico, quando si vuol additare all’opinione pubblica o al lettore un prodotto della comunicazione di massa televisivo, cinematografico, letterario, che riflette un gusto scadente, volgare, di infima qualità.

Trash si può dire di una cosa, un vestito, che tendono al cattivo gusto oppure a comportamenti volgari che imperversano sulle spiagge, nei luoghi pubblici o altrove. Ovvio, dunque, che Santa Rosa, sic et simpiciter, ha ben poco a che vedere col trash, a meno che non si voglia essere blasfemi.

Senonché, un collega del Corriere della Sera, probabilmente in visita all’Expo, dove è in mostra la Macchina di S. Rosa, pare che sia rimasto colpito in negativo dall’immagine dell’opera in questione ritenendola trash. Fin qui, a mio parere, nulla di strano. E’ un’opinione come un’altra.  

Fatto sta, invece, che come viterbese sono rimasto piuttosto rattristato e rammaricato davanti ad un’espressione del genere. Forse non ci siamo impegnati abbastanza per far conoscere la Macchina di S. Rosa e la sua tradizione?

Che l’UNESCO abbia preso una solenne cantonata nel proclamare la Macchina patrimonio universale dell’umanità? Probabilmente, è la prima domanda che, a mio avviso, deve sollecitarci maggiormente, al di là di ogni possibile moto di stizza o di comprensibile risentimento.

La Macchina di S. Rosa non è una semplice opera scultorea, pittorica o quant’altro realizzata da un artista seguendo mode, correnti artistiche o filosofiche. O se questa è stata o resta una delle possibili intenzioni dell’ideatore, non è solo la creatività soggettiva del suo autore che la sera del 3 settembre si celebra nella città di Viterbo, durante il trasporto della Macchina.

Dietro la Macchina di S. Rosa, infatti, ci sono secoli e secoli di storia, preparativi, fede e tradizioni popolari e non solo, che non è certamente possibile definire trash tout court, senza offendere un popolo, per quanto ristretto ad una porzione di territorio, e con loro storici, studiosi di tradizioni e folklore, antropologi e via discorrendo.

Ecco perché, a mio avviso, certe definizioni riduzioniste sono l’immagine speculare di una società secolarizzata, dove, per dirla con l’antropologa Ida Magli siamo da lungo tempo disabituati al linguaggio del sacro ed alla sua potenza, per cui oggi stentiamo a spiegarci e spiegare adeguatamente determinati fenomeni, feste, tradizioni o quant’altro leghi l’uomo con la trascendenza.

Il peccato originale dal quale dovrebbero mondarsi certi giornalisti è la scarsa voglia di documentarsi meglio oppure la fretta o la voglia di apparire più scafati davanti alla modernità, rincorrendo la propria fantasia con concetti astratti, fuorviati e fuorvianti.

Così facendo si eviterà di cadere nell’errore nel quale è incorso il collega del Corriere della Sera e probabilmente si riuscirà ad apprezzare meglio quanto si cela dietro ad un Patrimonio universale dell’Umanità come il trasporto della Macchina di S. Rosa “vera espressione dell’anima del popolo, in quanto toccata dalla Grazia e forgiata dall’incontro felice tra l’opera di evangelizzazione e la cultura locale.” (Giovanni Paolo II).

Così come, a mio avviso, non è stato ancora definitivamente superato il limite angusto nel quale il fenomeno della religiosità popolare è stato affrontato e studiato fino ad oggi, vale a dire in termini di solo folklore, di soli sincretismi pagano cristiani o “in una esplicitazione delle valenze antropologiche e più recentemente culturali, in rapporto alle condizioni delle cosiddette classi subalterne, specialmente – par dirla con gli studiosi Pizzuti e Giannoni – dagli studiosi di matrice marxista”.

Ciò premesso, dulcis in fundo, sed in cauda venenum, non si sarà fatto e non si farà mai abbastanza da parte delle Istituzioni della città di Viterbo e dagli stessi viterbesi, per far conoscere meglio questo Patrimonio Universale dell’Umanità che è il trasporto della Macchina di S. Rosa.

Un sostantivo come quello dato dall’UNESCO ad una Festa che racchiude secoli di fede, storia e tradizioni, chiama in causa tutti i viterbesi e ci impegna tutti in prima persona. Più ne saremo consapevoli, più sapremo reagire con prontezza ad un certo modo di fare giornalismo, questo sì, trash.

Giuseppe Bracchi

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