Viterbo CRONACA Don Pacifico Arcangeli era stato consacrato sacerdote da poco più di due anni quando, ventisettenne, venne chiamato alle armi allo scoppio della guerra, nel 1915

 

Don Pacifico Arcangeli

Il 6 giugno 1918, alle prime luci dell’alba, il suo reggimento, il 252° Fanteria, compì l’ennesimo assalto alle linee austriache per riconquistare Quota 1503 sul Monte Asolone (Monte Grappa).

Don Pacifico, cappellano militare, volle condividere fino in fondo i pericoli dei suoi soldati – anche mentendo ai suoi superiori – e, armato di un bastoncino, saltò fuori con gli altri dalla sua trincea e raggiunse per primo la trincea nemica, tra i fili spinati, sotto le raffiche delle mitragliatrici e un intenso bombardamento di artiglieria, incoraggiando quelli che lo seguivano.

Una scheggia di granata lo colpì mortalmente al ventre. Restò in piedi, appoggiato a un albero, continuando a incoraggiare i soldati e rassicurandoli sull’entità della sua ferita. Spirò poco dopo al posto di medicazione, consolando gli altri feriti e confessando ad un cappellano “Sono stato all’assalto coi miei fanti … ho compiuto il mio dovere … è finita”.

Pacifico era venuto al mondo nel 1888 in una famiglia umile. Il padre Nazzareno, di Treia (MC), si traferì a Orte da giovane in cerca di lavoro e sposò Elisa Bellioni, ortana. Pacifico nacque a Treia, dove la famiglia si era spostata e da dove rientrò a Orte, in cerca di migliori condizioni, quando egli aveva otto anni. La sua infanzia è stata influenzata – cosa non rara all’epoca – dalle ristrettezze economiche familiari, aggravate dalla cattiva salute del padre. Una situazione che male si conciliava con la sua grande sete di sapere e con il desiderio di proseguire gli studi dopo le scuole elementari.

Poté realizzare le sue aspirazioni ottenendo un posto semigratuito come studente nel Seminario di Orte e, tre anni più tardi, in quello di Civita Castellana. Ma le finanze famigliari faticavano a sostenere anche quella retta molto ridotta e Pacifico, per evitare privazioni ai genitori e alle sorelle, lasciò il seminario e per tre anni lavorò in due collegi come istitutore: a Como e a Firenze. Questo gli permise di tornare a casa e terminare gli studi teologici in seminario.

A ventiquattro anni, nel dicembre 1912, celebrò la prima messa e venne nominato dal vescovo vice parroco della cattedrale di Orte e promotore dell’associazionismo cattolico. Incarico, quest’ultimo, che diede subito buoni risultati, nonostante la sua giovane età e l’ambiente locale permeato di un certo anticlericalismo.

Di pari passo la grande passione giovanile per lo studio con gli anni aumentò. Si interessava di tutti gli argomenti, ma soprattutto di letteratura e di storia. Tanto che la sua preparazione gli permise, solo diciannovenne, d’iniziare a pubblicare articoli in varie riviste a tiratura nazionale e successivamente d’insegnare il francese nel Seminario di Orte.

Nel 1915 pubblicò un’opera sulla letteratura giapponese edita dai Manuali Hoepli e un volume di poesie; altre tre opere letterarie vennero pubblicate durante la guerra. Nel saggio storico-critico Da chi avemmo l’Italia, don Pacifico, in disagio per il dissidio tra Chiesa e Stato unitario nato sulle macerie di Porta Pia, si scontra con le posizioni della rivista La civiltà cattolica,commentando così la perdita del dominio temporale dei papi: “… il Pontefice dovrebbe esclamare con Giobbe: Il Signore ha dato, il Signore ha tolto: benedetto il nome del Signore!”.

Non è facile, dopo cento anni e dopo un milione e 240.000 morti (solo in Italia), condividere i sentimenti di molti italiani, tra i quali numerosi giovani, che vedevano la guerra contro l’Austria come uno sforzo necessario. Per calarsi oggi in quei frangenti e tentare di capire, bisognerebbe tener conto di vari fattori oggi profondamente cambiati: tra questi la maggiore sensibilità patriottica delle classi più colte e le peggiori condizioni di vita di gran parte del popolo, la sua diversa familiarità con il sacrificio, anche fisico e giornaliero. Come anche non va dimenticato l’effetto della propaganda bellica. Di certo, infine, non potevano essere valutati appieno gli effetti di una guerra combattuta con mezzi moderni, incredibilmente più cruenta di tutte quelle fin lì conosciute.

Se non è facile condividere oggi quello stato d’animo, ancora più difficile, con i nostri parametri, è collocare dei sacerdoti all’interno di un tale scenario violento.

Don Pacifico era un prete, ma era anche un giovane del suo tempo, partecipe come i suoi coetanei delle più comuni aspirazioni patriottiche, e con un senso del dovere molto, molto alto. Venne richiamato nella Sanità e assegnato all’Ospedale Militare del Celio, a Roma, ma di lì a poco chiese e ottenne di essere trasferito al fronte come cappellano militare.

I suoi tre duri anni di guerra sulle Alpi, la lunga fuga solitaria per sfuggire alla cattura dopo la disfatta di Caporetto, la fratellanza con i soldati sono brevemente descritti, sulla base di testimonianze dirette, in un libretto celebrativo stampato a Macerata nel 1933 (E. Paladini, D. Pacifico Arcangeli medaglia d’oro).

Ben diverso, ovattato – anche per la censura – il tono della corrispondenza di don Pacifico con la famiglia, conservata nell’Archivio Storico Diocesano di Orte. Dalle numerose cartoline postali, quasi giornaliere, traspare volutamente una situazione quasi ottimale “Mamma carissima, io mi trovo in assai buona salute. Mi dicono che l’aria dei monti mi faccia molto bene…” spesso con accenti tra l’ironico e lo spensierato “Sto bene. La mia vita trascorre sempre come il solito, beatamente. Qualche volta ci divertiamo coi fuochi artificiali, nostri e loro”. Raramente accenna alle difficoltà,  mai ai pericoli “Il tempo non si è convertito… Si sta ritirati negli usci, ma sono certe catapecchie che non so come le potevano abitare i signori nemici”.

Ovviamente la situazione al fronte non era così serena. I familiari di don Pacifico lo sapevano bene e più di una volta tentarono di farlo tornare a Orte, motivando con impegni ecclesiastici, oppure cercarono di convincerlo ad arretrare dal fronte suscitando, ogni volta, il suo risentimento. Ecco la sua risposta all’ultimo tentativo, tre mesi prima della morte “Mamma carissima… Qui mi trovo benissimo, da tutti benvoluto. Dunque non devo affatto lagnarmi, né pensare a cambiamenti. Io so (!) fatto così, voglio star sempre dove c’è da fare di più. Nessuno ha il diritto di venire indietro… Perciò sempre avanti, al mio posto, e guai a chi mi vuol muovere”.

Don Pacifico Arcangeli è uno dei tre cappellani militari decorati di medaglia d’oro nella Prima Guerra Mondiale.

La mamma Elisa gli sopravvisse di soli sei mesi. Anche lei, in effetti, vittima postuma della Grande Guerra.

Abbondio Zuppante

 

 

 

 

 

 

 

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