Un certo numero di politici dell’Italia e dell’Europa si dichiarano  soddisfatti dell’elezione di Trump che senza tante questioni di principio ma in maniera pratica e concreta insiste nel volere imporre, ovviamente a modo suo, la pace in Ucraina.

Restando in  attesa che la pace  si faccia, anche se la cosa è forse meno semplice di quanto Trump possa immaginare, alcune considerazioni di carattere generale si possono intanto effettuare. Quello che per molti era da tempo già chiaro ora è stato infatti esplicitato: gli Stati Uniti vogliono continuare a fare una politica esclusivamente finalizzata, come d’altra parte hanno sempre fatto, solo  al proprio interesse e gli alleati hanno il dovere tassativo di concorrere a questo scopo. Chi non si adegua alle pretese americane è in conseguenza un nemico e può diventare un nemico anche un alleato se  attenua la collaborazione e rifiuta la totale sottomissione.  Per lui, tanto per cominciare ci sono dazi e  sanzioni. Cose queste che sembrerebbero assurde ma che nell’attuale politica estera americana vengono invece presentate come plausibili e necessarie.

Trump vuole, con le buone o con le cattive, Panama, la Groenlandia ed il Canada. Il diritto internazionale non ha  in tutto ciò alcuna importanza di fronte all’interesse e la sicurezza degli USA. Il realismo politico americano è infatti basato, abbandonata ogni ipocrisia, sulla legge del più forte che in quanto tale non ha l’obbligo di rispettare alcuna regola. Molti democratici europei non sono affatto perturbati da questa aberrante situazione  o perché l’ abitudine ad una lunga sudditanza ha provocato irrimediabili guasti concettuali o perché il  significato della loro  democrazia è stato da essi sempre concepito in maniera  propagandistica e strumentale.

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      Vi è una realtà che sovrasta questo stato di cose e di cui raramente si parla e che quando se ne parla viene subito definita complottistica: il controllo delle grandi imprese economiche internazionali e di personaggi plurimiliardari  sulla politica di gran parte degli stati. Un caso particolare sono gli  USA dove le istituzioni pubbliche, a cominciare dall’elezione del Presidente, dipendono quasi totalmente dall’appoggio e dal finanziamento da parte di varie lobbies come quelle petrolifere o dell’industria che produce armi e materiali d’interesse militare.

Ad esempio non è un puro caso se tra gli amici e i collaboratori di Trump vi siano imprenditori di fama mondiale. Una palese interferenza tra interessi economici privati e la politica internazionale è palesemente  quella di  Netanyahu con Trump. Il miliardario Trump ha, insieme ad alcuni suoi familiari, svariate attività commerciali con Israele da cui ha avuto ingenti somme per l’ultima sua campagna elettorale. Netanyahu è strettamente collegato con le organizzazioni sioniste americane aventi  notevole peso economico e politico e che hanno fortemente determinato l’esito dell’ultima elezione presidenziale.

E’ per questo motivo che Trump sostiene Israele accusato di genocidio dei Palestinesi e continua ad inviare armi all’esercito israeliano. E’ per questo motivo che lo stesso non disapprova le continue stragi, la distruzione delle strutture sanitarie e delle scuole e gli assassini del personale dell’ONU e dichiara di condividere il farneticante progetto di espellere i palestinesi da Gaza per poi espellerne tutti gli altri dalla Palestina. Ma responsabili  non possono essere considerati solo i diretti esecutori ma anche i governanti occidentali che con i sionisti d’Israele sono solidali e dichiarano cinicamente che Israele ha diritto a difendersi.

Se l’eccidio compiuto inizialmente da Hamas nell’ottobre del 2023 necessita la massima disapprovazione, lo sterminio di circa 80000 palestinesi di Gaza (considerando cioè anche i dispersi presumibilmente sotto le macerie), in grandissima parte del tutto innocenti, è un crimine mostruoso che solo   una totale abiezione può tentare di giustificare. Se ad esempio all’interno di un palazzo si sospetta che ci sia un terrorista , solo una totale perdita di senso morale può legittimare la distruzione dell’intero palazzo con tutti i suoi abitanti; il presunto terrorista è infatti solo un pretesto inserito  nel vasto progetto di genocidio che determinati gruppi sionisti concepirono sin dall’inizio della fondazione d’Israele.

      Mentre prosegue indisturbata la strage di Gaza e di Cisgiordania, un altro genocidio sottaciuto da tutta la stampa occidentale sta avvenendo in Siria dopo la presa del potere da parte delle bande terroristiche filoturche che hanno proseguito l’operazione di sterminio delle minoranze cristiane, alauite e sciite. Dico proseguito perché queste bande affiliate a suo tempo ad al Qaida e finanziate da Turchia, USA ed Israele per abbattere il governo di al Asad, commisero  efferate stragi in particolare ad Aleppo e dintorni decapitando, crocifiggendo ed impiccando, fra gli altri, centinaia di cristiani siriani, sepolti successivamente in ampie fosse comuni. Stragi maggiori furono impedite dall’esercito del legittimo governo siriano e dalle milizie iraniane al comando del generale Soleimani assassinato per ordine di Trump.

    La triste sorte di questi cristiani viene totalmente ignorata dai governi occidentali e dai pilotati organi d’informazione; la cosa però più vergognosa è il silenzio di chi continuamente implora misericordia per gli emigranti che invadono l’Europa e non ha mai avuto una mezza parola di misericordia per i cristiani perseguitati di Siria  allo scopo di non perturbare le relazioni con le  consociazioni politiche occidentali.

   Una grave responsabilità nell’attuale situazione  spetta alla Russia; questa  sin dai tempi della guerra fredda manteneva rapporti amichevoli con la Siria dove aveva a Tartus l’unica base aereonavale del Mediterraneo. Quando gli USA iniziarono il loro programma di sobillazione  per abbattere il governo di Bashar al Asad, la Russia insieme all’Iran inviarono truppe di sostegno che si dimostrarono notevolmente efficaci. Al Asad riconquistò in tal modo circa il 70% del territorio siriano dopo una cruenta lotta durata circa 12 anni.

La guerra in Ucraina comportò però un consistente ritiro di truppe russe dalla Siria e ciò costituì un grosso errore strategico perché non ci si rese conto che si rischiava di perdere il controllo non solo della Siria ma di tutto il Medio Oriente. Dopo questo ritiro la situazione  iniziò a deteriorarsi e probabilmente i rapporti tra Putin e Bashar al Asad si raffreddarono; quest’ultimo avendo per 12 anni combattuto con perdite di migliaia di morti, certamente per tutelare gli interessi siriani, che coincidevano però con  quelli del mantenimento della presenza russa in Medio Oriente, riteneva d’avere qualche voce in capitolo sull’evolversi delle situazioni.

In particolare riteneva che il ritiro di truppe russe dovesse essere concordato e che egli avesse qualche diritto nel richiedere garanzie per un  incontro col turco Erdogan che avanzava pretese sulla Siria. In altre parole al Asad diventava una complicazione nei rapporti tra Putin ed Erdogan, rapporti che erano stati sempre equivoci ed opportunistici: la Russia ha  evitato stati di tensione con la Turchia, che è il paese europeo meglio armato della NATO, ed ha assecondato la sua richiesta di armamenti, in particolare di importanti sistemi antimissile, malgrado le continue ingerenze della Turchia nei fatti di Siria.

La Turchia,  dopo la guerra in Ucraina da un lato ha inviato armi a sostegno di Zelensky, dall’altro si è posta nei confronti della Russia come intermediaria affidabile per un’eventuale accordo di pace. In definitiva il turco Erdogan, stando sempre coi piedi in due staffe, ha ricattato la Russia invischiata  in un momento particolarmente critico: o mi si lascia mano libera in Siria o mi schiero nettamente a favore dell’Ucraina. A questo punto Putin ha assecondato le richieste di Erdogan che ha scatenato le bande terroristiche combattute per anni ed ha abbandonato al Asad con un comportamento che sa d’ingratitudine e di tradimento. Se le basi militari russe in Siria saranno, come sembra, salvaguardate, però non lo sarà la reputazione e l’affidabilità politica di Putin. Chi vorrà in futuro farsi proteggere dalla Russia?

Giuseppe Occhini  15/05/2025 

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