Mauro Galeotti

Dalla direzione dei restauri in San Marco alla rinascita dei monumenti viterbesi: la storia mai celebrata di Grisostomo, Aldo Bruno e Mario

Il 27 febbraio, sarà il 77° anniversario della morte di Grisostomo Benedetto De Alexandris, ed è Guido De Alexandris, figlio di Aldo Bruno, a farsi portavoce di questa memoria, affinché Viterbo non dimentichi gli "artigiani" che ne hanno ricostruito magistralmente l'identità visiva.

Esiste un legame invisibile, ma profondo, che unisce i fregi millenari di Piazza San Marco ai portali rinascimentali della Città dei Papi: è il talento della famiglia De Alexandris, una dinastia di scultori che ha saputo curare le ferite del tempo e della guerra.

Tutto ha inizio con Grisostomo Benedetto (1863-1949), il viterbese che 'fece bella Venezia' restaurando capolavori come la Loggetta del Sansovino e il gruppo dell’Ebbrezza di Noè al Palazzo Ducale ed ancora, i mosaici della Ca' d’Oro, i leoni di Palazzo Franchetti sul Canal Grande e i lavori all'altare maggiore del Donatello nella Basilica del Santo a Padova.

Ma la grandezza di questa stirpe d'artisti trova il suo compimento nel ritorno alle origini: nel 1934, Grisostomo rientra a Viterbo aprendo lo storico laboratorio di via San Lorenzo 9.

Qui, insieme ai figli Aldo Bruno e Mario, trasforma l'arte in una missione civile: saranno loro, nel secondo dopoguerra, a rimettere letteralmente in piedi l’anima monumentale della città martoriata dai bombardamenti.

Dal recupero delle tombe dei Papi in San Francesco ai fregi di Palazzo Gentili, fino alla statua di Santa Rosa inviata in Colombia, dai restauri al Duomo di Viterbo, alla Porta della Verità e su numerose fontane storiche.

È suo l'enorme pannello esterno al palazzo del Genio Civile in via Marconi.

L’opera dei De Alexandris rappresenta oggi un patrimonio di bellezza e resilienza che attende ancora il giusto riconoscimento.

Recentemente, Guido De Alexandris (il cui secondo nome è proprio Benedetto in onore del nonno), figlio di Aldo Bruno, ha sollecitato le istituzioni locali per l'intitolazione di una via o un sito pubblico a questi artisti viterbesi, evitando un oblio ingiusto per chi, con scalpello e dedizione, ha restituito a Viterbo il suo splendore.

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