Roma RICORDI VITERBESI Mio nonno era un usciere del Palazzo dell'Economia a Viterbo

Il 1953 fu il mio primo anno delle scuole medie. Avevo trascorso la mia infanzia con i miei coetanei del Pilastro e del Cunicchio.  La mia base abitativa e del cuore era al Pilastro, spesso frequentavo il Cunicchio perché è lì che abitavano i miei nonni materni.

Mio nonno era un usciere del Palazzo dell'Economia. Di quel Palazzo ne era anche il custode fiduciario, per questo, gli era riservato un appartamento al piano terra, con accesso lato Cunicchio.

Adiacentemente all'entrata di questa abitazione vi era quella di un grande locale che, a quei tempi, era la sede di una Scuola Serale di Arti e Mestieri; allo stesso locale si poteva accedere anche dall’interno del Palazzo tramite un lungo corridoio lo stesso  che poi, attraverso delle scale, metteva in comunicazione l'abitazione di mio nonno con i piani sovrastanti degli Uffici.

Questa Scuola mi incuriosiva moltissimo, la vivevo come fantastica. Ero sopratutto affascinato dai piccoli manufatti di creta o di terracotta che gli allievi producevano durante le esercitazioni serali. Spesso, tra i rifiuti della Scuola, recuperavo dei piccoli manufatti che erano una vera manna per i miei giochi di quei tempi.

In quella Scuola insegnava un noto professore d’arte, il professor Pasqualotto, che era uomo di una certa età. Ricordo che la gente, incontrandolo in strada, lo ossequiava sempre con profondo rispetto e riverente ammirazione.

Non di rado capitava anche a me di incontrarlo e di salutarlo; mi affascinavano la gentilezza dei suoi modi, il suo fine parlare con accento settentrionale e la sua notorietà.

Premesso questo, torno a parlare del mio primo anno di scuola media precisando che esso si svolse presso il Palazzo Santoro di piazza del Teatro, a quel tempo, Sede distaccata delle Scuole Medie della GIL.

Con grande contentezza, nei primi giorni di quell’anno scolastico, appresi che il mio insegnante di disegno sarebbe stato quel grandissimo Professore, lo stesso che conoscevo e ammiravo da tempo.

A quell'epoca, senza falsa modestia, ero precocemente disposto verso il disegno artistico di buona qualità. Mi accostai subito al Professore. Lui non tardò a mostrarmi la sua benevolenza e a dedicare una affettuosa attenzione alle mie capacità e ai miei progressi. Tra me e Lui nacque di lì a poco una vera e propria amicizia.

Quando gli capitava di doversi assentare dalla scuola, mi riservava la fiducia di sostituirlo nel disegnare alla lavagna i lavori del giorno per i miei compagni e mi sentivo grande quando mi consentivo di girare tra i banchi, ad aiutare questo o quello, nel disegnare.

Cominciai a frequentare il Professore anche al di fuori della scuola, presso la sua abitazione. Era sempre disponibile nei miei riguardi, sempre contento di insegnarmi qualcosa e di mostrarmi i suoi disegni e i suoi progetti.

Ricordo il suo studio nella sua casa di via Emilio Bianchi, era molto disordinato. Solo un grande artista poteva trovarsi a suo agio in tanto disordine.

Più tardi venni a conoscenza della sua passione per il vino.

Non ebbi però mai modo di vederlo ubriaco o alterato nel comportamento e, comunque, sentivo di essere il suo assistente prediletto.

Ebbi anche l'onore di avere una sua visita a casa mia, al Pilastro. In quella occasione mia madre, sapendo di Lui, gli offrì del buon vino che fu di suo gradimento.

Brindò più di una volta al mio futuro artistico e senza lesinare sulle lodi delle mie capacità di quei tempi.

Uno dei lavori cui Lui teneva moltissimo era la sua “Fontana del vino”, quella della foto.  Ne vidi i bozzetti; sognava di realizzarla in peperino viterbese e di erigerla a Montefiascone, possibilmente sul versante del lago.

 Era un progetto che affascinava anche me, fantasticamente, lo vivevo con affetto.

Sul finire di quell'anno scolastico, con tanto dispiacere, venni conoscenza del fatto che il Professore, per volontà della Preside delle Scuole Medie della GIL, sarebbe stato trasferito da Viterbo a Thiene, in provincia di Vicenza. Questo perché alla stessa Preside, qualcuno, aveva segnalato la sua passione per il vino.

Non dimenticherò mai quel pomeriggio, quando lo accompagnai presso il palazzo della GIL per la "celebrazione" del suo commiato da Viterbo.

Non dimenticherò neppure quella specie di "rito" che si svolse nella stanza della Preside, alla presenza della stessa Preside e dei suoi colleghi, e che fu consumato con la retorica di quei tempi. Non avevo potuto assistere direttamente a quel rito ma, da fuori, avevo sentivo e percepivo con amarezza tutto il patos della situazione.

Con tanta ingenuità e buona fede, il Professore recitò perfino una poesia di addio ai suoi colleghi; la recitò commovendosi, mentre loro, i colleghi, un po’ scodinzolanti al cospetto della Preside autoritaria, azzardarono pure qualche sorrisetto di derisione, credo, per offrire alla Stessa la loro distanza dal Professore e da quanto stava accadendo.  

Precisando che nel tempo non sono divenuto l’artista che il professor Pasqualotto ipotizzava, mi è caro comunque ricordare con affetto la sua squisita persona e il suo amore per l’arte e la cultura.

Di lui, da allora, pur a seguito di ricerche, non ho più avuto notizie.

Qualche tempo fa, da modesto amatore delle cartoline d’epoca di Viterbo, quale sono, ho avuto modo di acquistare in Belgio, via internet, la cartolina che ha destato i miei ricordi, quella della “Fontana del vino”.

Franco Pacini

 

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