Viterbo CRONACA La Rivoluzione francese sotto il pretesto dell’igiene pubblica, alzò mura e paraventi per nascondere la morte come destino di ogni uomo
  di Giuseppe Bracchi 

Ti piace il presepe?

No, non mi piace, ribatteva con cipiglio il giovane rampollo di casa Cupiello al povero Luca, che aveva già il suo bel da fare per far digerire in una famiglia in via di dissoluzione e con difficoltà di reciproca comunicazione, un’idea di presepe che fosse anche solo nostalgia di un  passato fanciullesco e giocoso.

Non era certo e non è questa l’idea di Presepe che incarna la commedia di De Filippo. Il messaggio è tutt’altro che statico. Eduardo invita i cristiani a comportarsi di conseguenza, ad impegnarsi nella vita di tutti i giorni, a parlare ed a comunicare, soprattutto all’interno della famiglia, necessità ed ansie, inquietudini e speranze, senza lasciarsi fuorviare da finzioni ed ipocrisie.

Quelle stesse finzioni ed ipocrisie che oggi sembrano dominare comportamenti e decisioni di freddi burocrati. Questo presepe non s’ha da fare! Tuona il don Rodrigo di turno, forte delle sue grida fatte di codici e di codicilli alla maniera napoleonica.

La Rivoluzione francese sotto il pretesto dell’igiene pubblica, alzò mura e paraventi per nascondere la morte come destino di ogni uomo: nacquero così i cimiteri. Mutatis mutandis, con la scusa del rispetto verso il prossimo, verso le altri religioni, il presepe per l’appunto non sa’ha da fare. Ma cosa centra poi il presepe col rispetto del prossimo? Ed in cosa coarterebbe fino a violarla, la libertà degli appartenenti alle altre religioni?

E siamo poi così certi, che siano gli appartenenti ad altre religioni a chiedere che il presepe venga escluso da uno spazio pubblico come la scuola. Questa scuola è cristiana, ha ricordato una mano semplice ed anonima al sapiente di questo mondo, il quale di rimando sentendosi colto in fallo l’ha definita aggressiva. Aggressione a chi, a che cosa? Forse all’altrui ignavia, alla paura di sembrare troppo italiano ed europeo o di volare al di sopra delle proprie piccinerie e meschinerie. E’ proprio vero che il Signore ha rivelato solo ai piccoli i misteri del Regno, mentre ai dotti ed ai sapienti ha lasciato solo grida, pergamene e rotoli di legge, affinché la loro anima, divenuta arida, riduca le distanze  nello spazio e nel tempo.

Implere voluntatem proximi sicut et suiipsius, ci insegna San Tommaso nella Summa Theologiae (II/II, 29,3): compiere la volontà del prossimo come la propria! E chi meglio e più del Bambino del presepe, ha compiuto la volontà del Padre fino ad amarci e morire per noi sulla croce? Chi più del Bambino del presepe, fattosi uomo ci ha lasciato il comandamento dell’amore al di la dei confini spazio temporali, fino ad annullare ogni differenza di sesso, di lingua, di nazionalità, di censo come  ricorda l’Apostolo Paolo?

Sarebbe questa la discriminazione e l’aggressività del presepe verso chi ha una fede diversa da quella cristiana? Che vuoto, che dolore, che tristezza albergheranno in quello spazio della scuola di Bergamo lasciato vuoto e senza presepe, per finzione ed ipocrisia. Si parla tanto di integrazione, di accostamento ai nostri valori, alla nostra cultura, ai nostri usi ed ai nostri costumi di appartenenti ad altri popoli ed altre religioni: ma cosa offriamo loro, se poi il meglio di noi stessi e della nostra tradizione cristiana e spirituale lo escludiamo da ogni spazio pubblico? Cosa impareranno o sapranno da noi e di noi, se non che il Natale è solo una luce fredda emanata da un albero, con sotto l’espressione meno vera e più blanda del natale consumistico, dell’usa e getta?

Scriveva già Fromm: “L’uomo del ventesimo secolo è l’eterno poppante che non fa che succhiare: succhia sigarette, bibite, spettacoli conferenze, sapere. Ma tutto viene ingerito in modo passivo…Questo non vuol dire che non vi siano artisti, scrittori, scienziati: significa soltanto che non sono autentici, né in quello che sentono, né in quello che pensano, né in quello che fanno”.

Noi siamo gli uomini vuoti/ Noi siamo gli uomini impagliati/Appoggiati l’uno sull’altro/la testa riempita di paglia/Le nostre voci secche, quando/Sussurriamo insieme/Sono silenti ed insensate”. Così scrive Eliot nell’incipit al suo poema “Gli uomini vuoti”. Questo è il “presepe” della terra dei cactus, dove ci dice ancora Eliot, “….le immagini di pietra sorgono, qui esse ricevono la supplica della mano di un morto/ Sotto lo scintillio di una stella che si spegne”. E’ questo il “presepe”, il Natale che piace a certi dotti e a certi sapienti? Si accomodino pure, ma non invochino a loro sostegno inutili grida burocratiche. E’ già sufficiente la loro finzione e la loro ipocrisia.

Giuseppe Bracchi

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