Viterbo CRONACA S. Pio X, venite in mio soccorso: Natale non è una delle feste più importanti della cristianità?
di Giuseppe Bracchi

Il presepe di Tarquinia

Domanda ricorrente: ti piace il Presepe?

Leggete un po’ cosa pensa del presepe e del Natale don Andrea Foglia, parroco della chiesa di S. Abbondio a Cremona e Direttore dell’Archivio storico diocesano: “Non ci sono appigli emotivi, ricorrenze speciali o altre circostanze, che lo rendono un po’ particolare…”: il Natale?

 

S. Pio X, venite in mio soccorso: Natale non è una delle feste più importanti della cristianità? Non si celebra forse il mistero dell’incarnazione di Dio, nato da Maria Vergine, concepita senza macchia e senza peccato,  tanto che il Concilio d’Efeso la definì, la Teotòkos, la genitrice di Dio?

Non è forse il Natale la nascita di quell’uomo – Dio che ha diviso in due la storia, prima e dopo di Cristo, e che colpì a tal punto l’anima dello scrittore Pasternak,  da insistere come Dostoevskij che il frutto dell’Incarnazione, della Passione, della Resurrezione di Cristo, consiste nel fatto che la vera libertà è divenuta finalmente possibile?

Andiamo avanti. “Quest’anno il mio Natale (il suo, avete capito? Sic!) sarà ordinario e normale, un Natale in tono minore, da vivere più nell’interiorità che nelle forme esterne….”.

Un pensiero assai strano, questo di don Andrea, ed in direzione totalmente opposta a quella predicata da Papa Francesco, che nelle sue omelie più e più volte ha invitato ed invita i cristiani, soprattutto se sacerdoti, a dar ragione della propria fede, manifestandola pubblicamente.

Dio abita il silenzio, ma non perché è muto, ma perché è la parola. La parola, però per essere comunicata, prima che del suono, ha bisogno di un orecchio che ascolta”, scrive Elisabetta Casadei.

Ma come può un orecchio ascoltare, se è chiuso al mistero ed aperto alle sirene del politically correct? Scrive Stefano Benni: “Impara ad amare ciò che desideri, ma anche ciò che gli assomiglia. Sii esigente e sii paziente. E’ natale ogni mattina che vivi. Scarta con cura il pacco dei giorni. Ringrazia, ricambia, sorridi”. Come potrà scorgere la novità, come potrà ringraziare, ricambiare e sorridere colui che giudica il Natale cosa sua, ordinario e normale, quando non addirittura in tono minore?

Ed ecco, infine, l’ultima “perla” del nostro don Andrea: “Non farò il presepio, o meglio non lo farò in casa. Voglio un Natale senza segni esteriori, senza artifizi, senza sfarzo”. Sia fatta, allora, la volontà di don Andrea!

Quanto al presepe come artificio, sfarzo e segno esteriore, caro S. Francesco pensaci tu!

Non se ne abbia a male Papa Francesco, ma che più che di Anno sacerdotale, credo ci sia proprio bisogno di una rifondazione sacerdotale. Una sorta di Controrifoma, di fronte al montare di una riforma, dove ciascuno legge nel Natale quel che vuole, alla faccia del Vangelo, del Magistero e della Tradizione. Quod volumus, credimus libenter!

Il prete don Andrea avrebbe fatto la felicità dell’allora Giovanni Giolitti, il quale nel periodo cruciale che precedette la presa del potere da parte di Mussolini, sentendo parlare di Don Sturzo, disse: “Don Sturzo? Non lo conosco. Se è un prete farebbe meglio a dir messa” Ecco l’ordinario e la normalità di don Andrea!

Sono le stesse tratteggiate da Giovanni Giolitti, anziché dalla Chiesa e dal suo Magistero. Un ordinario ed una normalità, che più che a S. Abbondio, appartengono invece proprio a don Abbondio, il personaggio dei Promessi sposi al quale don Andrea più si avvicina. Il parroco, appunto della normalità, dell’idillio, colui che non intende in alcun modo “andarne di mezzo”.

Se si considera che andarne di mezzo, mettersi in mezzo, come fa appunto per carattere e per vocazione, il padre Cristoforo, significa stare al centro del contrasto, di cui vive il romanzo tra bene e male, reale ed ideale, istinto e ragione; al centro dunque di ciò che è proprio della condizione umana”. (E.N. Girardi, Struttura e personaggi dei Promessi sposi, Saggi di letteratura, (collana Di fronte e attraverso, 338), Milano, 1994, p. 107).

I don Abbondio e i don Andrea, tanti o pochi non ha importanza, preferiscono la cultura dell’idillio, naturalistica ed inconsapevolmente paganeggiante. Forse, a furia di stare chiuso in un Archivio storico, don Andrea ha finito con l’archiviare anche la fede? Non lo so. Non spetta a me dirlo. Ma, restando a don Abbondio una cosa è certa: la fede è come il proverbiale coraggio. Se uno non ce l’ha, non può darsela da solo. Specie se si resta nell’ordinario, nella normalità e nel grigiore di giorni tutti uguali a se stessi.

Giuseppe Bracchi

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