Viterbo PENSIERI IN LIBERTA' Panta rei… inesorabilmente! (Un altro anno ci saluta e se ne va…)
di Barbara Pasqualini

Carissimi lettori, chiedo venia a Eraclito per avere preso in prestito la sua nota massima!

 

(Foto di Enrico Pasqualini)

Permettetemi, prima di raccontarvi la mia personale interpretazione di questo detto, di ricordare il suo autore, rendendogli così giustizia e un doveroso “grazie” per la “concessione” elargitami, suo malgrado, di citarlo in apertura!

Pánta rêi (in greco πάντα ῥεῖ), tradotto in tutto scorre, è, infatti, un celebre aforisma attribuito a Eraclito (filosofo greco, 535 a.C. – 475 a.C.), ma in realtà mai esplicitamente formulato in ciò che dei suoi scritti conosciamo, di cui la tradizione filosofica successiva si è avvalsa per identificarne, concisamente, il pensiero con il tema del divenire (inteso come mutamento, movimento, scorrere senza fine della realtà, perenne nascere e morire delle cose).  

Si contrapponeva con la filosofia dell'Essere propria di Parmenide (filosofo greco, 515/510 a.C., o 544/541 a.C. – 450 a.C.), secondo la quale la molteplicità e i mutamenti del mondo fisico erano illusori; l'Essere era una dimensione assoluta, che permeava di sé anche il pensiero filosofico stesso (è la medesima cosa l'essere e il pensare). Per cui Parmenide non diceva cosa è l'Essere; egli ce lo tramandava senza un predicato: l'Essere è, e basta.

Fu Platone (filosofo greco, 428/427 a.C. – 348/347 a.C.) ad attribuire il motto precedentemente citato a Eraclito, nel suo Cratilo (uno dei dialoghi di Patone, in cui l’autore affronta il tema del linguaggio e della correttezza dei nomi),: «Dice Eraclito “che tutto si muove e nulla sta fermo” e confrontando gli esseri alla corrente di un fiume, dice che “non potresti entrare due volte nello stesso fiume”».

Cratilo (filosofo greco vissuto nella seconda metà del V secolo a.C.), estremizzava il concetto eracliteo di flusso e di divenire, affermando che non solo non ci si può immergere due volte nello stesso fiume, ma neanche una singola volta, poiché l'acqua che bagna la punta del piede non sarà quella che bagna il tallone.

Il riferimento è al frammento 91DK del trattato Sulla natura, dove si può constatare che l'espressione “tutto scorre” non è presente:

«Non si può discendere due volte nel medesimo fiume e non si può toccare due volte una sostanza mortale nel medesimo stato, ma a causa dell'impetuosità e della velocità del mutamento essa si disperde e si raccoglie, viene e va. »

In questo frammento Eraclito sottolineava come l'uomo non potesse mai fare la stessa esperienza per due volte, giacché ogni ente, nella sua realtà apparente, è sottoposto alla legge inesorabile del mutamento.

(Foto di Enrico Pasqualini)

… Dopo questa suggestiva rievocazione filosofica, eccomi di nuovo a voi, a chiacchierare del “mio panta rei”. Quando ho inserito questa massima in apertura, sarò sincera, non pensavo né a Eraclito né a Platone. Riflettevo sul veloce e inesorabile scorrere del tempo, sul fatto che un anno volgeva di nuovo al termine… “Tutto scorre”, o, appunto, panta rei, tradotto in greco antico, in “onore” di questa lingua, per molti definita semplicemente “morta”, per me patrimonio di memoria collettiva, studiata e tanto amata al liceo… Successivamente ho razionalizzato che la mia “banale traduzione” era, in realtà, una citazione d’illustri pensatori, così ho voluto rendere omaggio al padre di questa espressione, che è arrivata a noi attraversando secoli e secoli di storia.

Senza addentrarmi negli eruditi meandri della filosofia, nella mia mente, semplicemente, provo un grande stupore per il modo in cui… panta rei! Sia ci sembri trascorrere velocemente, sia lo percepiamo come un lento divenire, tutto passa e avanza, a dispetto del nostro piccolo e intimo mondo interiore. A me spaventa un po’ quest’idea, eppure è così per ogni cosa, specialmente per il tempo.

In questa circostanza di fine anno, non vorrei scadere nella retorica, nei bilanci, nel buonismo dei propositi dell’anno venturo, ciascuno di noi ha i suoi propri pensieri e le sue valutazioni in merito.

Vorrei solo augurarvi un anno pieno di serenità… forse sono un’inguaribile romantica, ma spero davvero possa esserlo per tutti! E vorrei sugellare quest’auspicio con il ricordo, a me caro, del mio Capodanno da bambina, con gli occhi curiosi spalancati sul futuro, confortata dall’amore della mia meravigliosa famiglia. Nella speranza di riassaporare un po’ di quella lieta spensieratezza che accompagnava tale ricorrenza!

Per il Capodanno ci piaceva essere “controtendenza”: la mia famiglia ed io non anelavamo la mondanità! Ci deliziava trascorrere quella giornata nell’accogliente tepore della nostra abitazione. La mia mamma preparava con cura la tavola e le nostre tradizionali pietanze da “cenone” dell’ultimo dell’anno (non necessariamente quelle “canoniche”… ma quello che più allietava i nostri palati!). La cena era generalmente accompagnata dalla televisione e dal tradizionale discorso del Presidente della Repubblica.

(Foto di Enrico Pasqualini)

A essa seguiva il momento che più mi piaceva: l’attesa della mezzanotte, dilettandosi con dei giochi di società! Sul tavolo del nostro salotto compariva, per l’occasione, un panno verde che rendeva l’atmosfera assai suggestiva ai miei occhi: una candela accesa al centro del tavolo (spesso uno dei “lavoretti” realizzati a scuola da me, di cui vi raccontavo nel nostro precedente appuntamento), e qualche altra decorazione, facevano, come si suol dire, il resto.

La serata proseguiva con il nostro impegno in vari giochi di società: dalle più tradizionali carte (a tal proposito, mi piaceva tanto usarne un paio di mazzi facente parte di un set completo, regalato anni or sono ai miei genitori, con tanto di cofanetto-gettoniera di legno e fiches da gioco: me le rigiravo tra le mani, così levigate e leggere, in plastica di vari colori… chissà che meraviglia erano ai miei occhi di bimba!), a quelli più “eruditi”, che contemplavano domande di cultura generale, per avanzare nel proprio percorso verso l’agognata vittoria; poi quelli di “strategia”, come lo “Scarabeo”, o il “Paroliere” e, per finire, uno che tanto mi divertiva… si chiamava “Dietro front” e il suo quid stava nell’abilità di pronunciare le parole al contrario! Per me questa serata un po’ diversa dalle solite, con i miei, era una festa!

Allo scoccare della mezzanotte, il mio papà stappava lo spumante, il tappo volava via… <<Auguri!!!>>

Dopo pochi minuti, il telefono squillava; erano i miei nonni, pronti ad augurarci buon anno: anche loro avevano precise e rassicuranti consuetudini per quella serata! La nonna preparava le “calzette della befana” per noi nipoti (anche quando eravamo “grandicelli”).

Tali calzette erano state realizzate dalla nonna a mano, con scampoli di suoi vecchi tessuti, e venivano rigorosamente riempite, in parti uguali, di prelibarti dolciumi, la sera del 31 dicembre di ogni anno! Che tenera stretta al cuore questi ricordi! Poi, scoccata la mezzanotte, i nonni volgevano al meritato riposo; io, invece, insistevo con i miei per restare in piedi ancora un po’, per un’altra partita, e poi un’altra ancora, e quasi sempre avevo la meglio, almeno finché il sonno non coglieva prepotentemente uno di noi!!!

Tante, infine, sono le tradizioni legate al Capodanno: nella mia famiglia non era consuetudine seguirne una in particolare, non siamo troppo legati a questi piccoli rituali scaramantici. Chissà se voi ne conoscete di peculiari o ne praticate qualcuno!

Da buona curiosona ho raccolto una carrellata di usanze legate all’avvento del nuovo anno, ve le propongo brevemente, come modo di salutarci e scambiarci i migliori auguri per un 2015 pieno di SERENITA’! O, forse, il mio è solo un modo per esorcizzare un pochino di mia innata paura per tutto ciò che è nuovo e un pizzico di nostalgia per ogni cosa che termina!

L'usanza più caratteristica come rito di eliminazione del male, fisico e morale, accumulatesi nell'anno trascorso, pare sia lanciare i cocci a mezzanotte. Mi pare un po’ pericolosetta!

L'usanza è variamente diffusa in Italia, ed è ancora viva in grandi città come Roma e Napoli, spesso con danni alle automobili in sosta e talvolta anche agli incauti passanti.

Ai cocci rotti, poi, si accompagnano gli spari, col duplice significato di cacciare gli spiriti maligni, e di esprimere allegria: quest'ultimo significato ha assunto un ruolo prevalente nella coscienza popolare, durante gli ultimi anni.

All'inizio dell'anno, queste tradizioni hanno soprattutto l’obiettivo di assicurarsi l'abbondanza, il benessere e la felicità per i successivi trecentosessantacinque giorni. Ciò si ricerca anzitutto attraverso la scelta dei cibi e dei dolci, tipici di quel giorno. La minestra di lenticchie, così come l'uva passa, secondo la tradizione popolare portano soldi. Nel nostro Paese sarebbero benaugurali anche panettone o pandoro.

Il Pandoro è l’evoluzione di un dolce veronese detto Natalin. Fu creato nel 1800 da Domenico Melegatti. La sua forma tipica con le stella a otto punte fu ideata dal pittore Angelo dall’Oca Bianca. Si può guarnire con crema pasticcera, panna o gelato! Il panettone lombardo, un dolce alto e ripieno di canditi e uva passa, conosciuto in tutto il mondo ha la sua variante “bassa” piemontese (chiamata Galup, dal dialetto piemontese, “prelibato”) con glassa di nocciole del Piemonte.

Un altro elemento propiziatorio è dato dalle strenne: ricevere molti regali, accumulerà l'abbondanza per tutto l'anno. L'uso presso i romani si chiamava “streniarum commercium”.

Tra i pronostici, è importante notare la prima persona che incontreremo per strada. È di buon augurio incontrare un vecchio o un gobbo, mentre se s’incontrerà un bambino o un prete si avrà disgrazia, sembra indichino presagi poco favorevoli. Perché?! La ragione di queste credenze pare essere nel principio dell'analogia: il vecchio, vuoi dire che vivremo a lungo; il gobbo, porta bene sempre (per alcune fonti questa credenza ci viene dal Medioevo; in quel periodo si riteneva che chi avesse quella deformazione fosse stato “segnato da Dio”.   

Si pensava che i gobbi fossero intelligenti, astuti e particolarmente abili negli affari, al punto che molti re li vollero come consiglieri alla loro corte. Anche la tradizione popolare considerò queste persone dei portafortuna, specialmente se si poteva toccar loro la gobba. Per altri, semplicemente, essi sono antagonisti degli iettatori e portano benessere, ricchezza e prosperità).

Un'altra diffusa credenza è quella delle “calende”, per la quale si ritiene che dal tempo che farà nei primi dodici giorni dell'anno si possa prevedere quello che farà nei dodici mesi.

In alcune regioni, come il Friuli, si cerca una conferma estendendo l'osservazione ai successivi dodici giorni, ossia fino a S. Paolo, facendo però riferimento ai corrispondenti dodici mesi in senso inverso. Delle calende si hanno testimonianze bizantine fin dal secolo X d.C., ma dato che all’epoca l’inizio dell’anno non cadeva sempre nella data del 1° Gennaio, si assegnavano le calende tra S. Lucia e Natale, oppure tra Natale e l'Epifania.

Un altro pronostico è quello dei contadini per prevedere quale sarà il prezzo del grano.
Essi prendono dal pagliaio una spiga, di cui scelgono dodici chicchi, e li pongono sul focolare entro un cerchio di brace. Se il chicco abbinato a un mese salta in avanti, il prezzo del grano in quel mese aumenterà: se all'indietro, diminuirà.

Infine, è beneaugurante indossare biancheria intima rossa. Non è chiaro da dove arrivi questa tradizione, ma, giusto per fare un po’ di storia, possiamo dire che già gli antichi Romani usavano abbigliamenti (anche intimi) rossi a Capodanno, ma per loro era un modo per allontanare la paura dal sangue e dalla guerra.

Nella Cina degli imperatori, invece, a Capodanno lunghi striscioni di carta rossa venivano appesi alle pareti delle case, per augurare matrimoni e fertilità. Da rammentare, per avere i buoni auspici desiderati, almeno due cose: la prima è che non vale comprarsi la biancheria rossa, bisogna averla in regalo.

La seconda è che il primo dell’anno, la biancheria va gettata via. Altrimenti è tutto, quasi, inutile. Sempre in materia di abbigliamento, è di buon auspicio indossare qualcosa di nuovo la mattina del primo gennaio: credo questa sia l’unica tradizione che, personalmente, ho talvolta seguito… per l’appunto, per esorcizzare il mio timore di tutto ciò che è nuovo!

E con questo mio piccolo (e controtendenza) timore, auguro un anno meraviglioso a tutti coloro che mi stanno simpaticamente leggendo e investendo un po’ del loro tempo con i miei… pensieri in libertà!

Auguri!

Barbara Pasqualini

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