Viterbo PENSIERI C’è bisogno di quella solidarietà sociale che costituisce il collante di una collettività di persone
di Claudio Santella

 

E’ iniziato il nuovo anno: viene spontaneo, quasi naturale, farsi gli auguri; sperare in un anno migliore.

Ma, allo stato dei fatti, che il nuovo anno sia migliore del vecchio è soltanto un augurio, una speranza, un interesse semplice, privo cioè di tutela.

Se guardiamo la realtà ci rendiamo subito conto il nuovo anno difficilmente sarà migliore dei suoi antenati.

Perché le cose migliorino, infatti, bisogna cambiare il nostro modo di essere, cioè a dire bisogna cambiare noi stessi, sia dentro di noi sia nel nostro modo di relazionarci con gli altri; è necessario soddisfare il bisogno di maggiore solidarietà con il nostro prossimo, di una solidarietà sociale che non mettiamo in pratica.

E’ compito dei più anziani dare l’esempio; è compito dei più anziani perché i più giovani, probabilmente, non solo ignorano certi principi etici ormai da tempo dimenticati, ma credono addirittura che determinati comportamenti, considerati riprovevoli da parte di chi è ormai da tempo maturo, siano addirittura leciti se non addirittura normali, e ciò soprattutto perché questo che è stato insegnato loro, con l’esempio.

C’è bisogno di quella solidarietà sociale che costituisce il collante di una collettività di persone, che della stessa collettività di persone è l’elemento spirituale che la eleva e la contraddistingue. C’è bisogno di quella solidarietà che si identifica nell’amore per il prossimo e che senza l’amore non è più.

Se vogliamo che l’anno nuovo sia migliore dobbiamo rimboccarci le maniche e rendersi partecipi, con gli altri e nel rispetto degli altri, nella vita sociale attraverso un rapporto costante di interdipendenza: è necessario rispettare gli altri quali che siano, stimare ciascuno per il suo essere, sentirsi solidali con il mondo.

Non è sufficiente avere rapporti di consuetudine e di convivenza quali la vita di ogni giorno stabilisce o i bisogni impongono; non basta preoccuparsi  degli altri e per quanto possibile andare loro incontro per il bene comune della collettività: è necessario sentire gli altri intimi come si è con se stessi, sia materialmente che spiritualmente; reciprocamente, senza calcoli. Non vicini nello spazio, ma prossimi nello spirito, dove i legami uniscono veramente e, se rotti, la società umana si disintegra, anche se ha leggi che la organizzano.

Solidarietà è qualcosa che si sente e poi si vive, non che si vive soltanto; diversamente diventa calcolo. Forse è per questo che la solidarietà non è più di moda; se ne è scoperta, a forza di usarla, la vera essenza e se ne è avvertito il peso; forse anche per questo è caduta in desuetudine. Concetto forse troppo pesante per la nostra cultura, quasi estraneo ad essa, anche se ci definiamo civili, e crediamo di esserlo più degli altri.

Ognuno faccia il suo, per modo che, ciascuno di noi, nel sentire nominare la solidarietà non la senta come una parola difficile, incomprensibile ed abbia a dire: “Solidarietà, chi è costei?”

Buon anno, allora, ma quale conseguenza naturale di etica e meritocrazia.

Claudio Santella

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