Viterbo CRONACA Bella e suggestiva la foto del fotoreporter Alberto Zadro che ritrae il pittore Carlo Vincenti con Romano Liviabella

Carlo Vincenti e Romano Liviabella (Foto del fotoreporter Alberto Zadro)

Sono davvero contento che la città di Viterbo, primi fra tutti il Sindaco e l’Amministrazione comunale ed i consiglieri tutti, abbiano voluto tributare un omaggio al pittore Romano Liviabella, forse per troppo tempo dimenticato.

Spero al più presto di poter visitare la mostra.

Meglio tardi che mai, si usa dire in certe circostanze. Ma quando si tratta di un tempo troppo lungo, a me pare che dietro al ritardo, si nasconda anche un po’ di trascuratezza, quando non addirittura cattiva coscienza.

Bella e suggestiva la foto del fotoreporter Alberto Zadro che ritrae il pittore Carlo Vincenti con Romano Liviabella, pubblicata su questo giornale.

Non ho conosciuto personalmente il Vincenti. Ricordo solo, quando giovincello, sono stato spettatore, mio malgrado, di una vicenda disgustosa che lo riguardava.

Il Vincenti fu portato fuori, non so se in manette o meno, dalla chiesa del Suffragio in Corso Italia, da due agenti della volante chiamati in soccorso della perpetua della Chiesa, occhialuta e vigorosa signora forse spaventata dall’aspetto trasandato dell’artista, che dalla chiesa non voleva saperne di uscire (chissà per quale motivo?), di peso e con una violenta arroganza che mi lasciò colpito e di stucco, data l’inoffensività della persona e la triste fine alla quale poi fece seguito, durante la sua vita, col suicidio.

Chissà quanti sedicenti galleristi o collezionisti, dopo la sua morte hanno fatto fortuna con le sue opere? Mi piacerebbe davvero saperlo con certezza e del resto mi aspetto che qualcuno affidi alla memoria delle future generazioni ed anche a qualche appassionato d’arte e non, una biografia (esiste già?) del Vincenti stesso, una biografia che ci faccia scoprire, oltre all’artista, anche l’uomo, con tutte le sue certezze, le sue ansie, le sue inquietudini, la sua fragilità, la sua visione della vita, dell’uomo e dell’arte.

Ho conosciuto meglio, invece, Romano Liviabella, e con lui spesso ho dialogato e polemizzato. Mi ricordo quando si avvicinava al nostro gruppetto di amici vestito della sua solita sahariana alla tenente Colombo e l’immancabile sigaretta emme esse tra le labbra.

Non vorrei sbagliarmi, ma credo che Romano abbia partecipato anche ad un Concorso per la realizzazione della Macchina di Santa Rosa verso la fine degli anni ottanta, ma al suo progetto ed a quello di altri concorrenti, gli fu preferito quello del duo Palazzetti – Valeri: la spirale della Fede.

Radicale di ferro insieme al suo amico e Segretario cittadino dell’epoca, Giulio Signorelli, ha combattuto a suo modo numerose battaglie: alcune le ho condivise, altre invece no (come quello in favore del divorzio e dell’aborto), ma sempre ci siamo parlati e lasciati con il reciproco rispetto, anche di fronte a distanze incolmabili o a vivaci battibecchi. Ho sempre ammirato il suo senso artistico, che gli derivava dalla specializzazione in scenografia.

Spesso lo vedevo occupare un angolo di via del Gonfalone o di via Cardinal La Fontaine, di via Cavour o di qualche altra via o viuzza remota della sua Viterbo o del Centro Storico, armato della sua sedioletta e dei suoi semplici strumenti di lavoro, pronto a fissare sulla tela quello che per lui era il portone, la finestra o il Palazzo più caratteristico o meritevole di essere affidato ai colori della sua arte e della sua fantasia.

Così come spesso l’ho visto, suo malgrado, alle prese con i soli sceriffi in cerca di protagonismo, pronti ad ostacolare ed a rintuzzare la sua vena artistica, per il puro piacere di rompere le uova nel paniere

Caro Vincenti, caro Liviabella (Romano per gli amici), grazie per quello che avete saputo realizzare e tramandarci. E’ poco, lo so. Ma è già tanto aver cominciato con poco. Chissà, andando avanti, cosa ci riserverà il futuro?

Giuseppe Bracchi

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