Viterbo PENSIERI IN LIBERTA' A Bagnaia la ricorrenza è festeggiata con il sacro fuoco

 

Sant'Antonio abate

Miei carissimi lettori,
abbiamo da poco lasciato alle spalle il lungo periodo delle festività natalizie, ed ecco che, alcuni cartelloni tappezzanti le vie della nostra città, ci ricordano l’avvicinarsi di un altro appuntamento, tra sacro e profano: il 17 gennaio la chiesa celebra Sant’Antonio Abate.

Come ci ricorda il proverbio in apertura, ciò significa anche che… siamo già arrivati a Carnevale!

Bagnaia, Villa Lante - Foto di Enrico Pasqualini

Bagnaia, Villa Lante - Foto di Enrico Pasqualini

Bagnaia - Foto di Enrico Pasqualini

A Bagnaia la ricorrenza è festeggiata con il sacro fuoco, caratteristico evento sapientemente descritto nel sito internet dedicato (questo il link: http://www.sacrofuocosantantonio.it/). Da buona curiosona quale sono, ho desiderato raccogliere qualche informazione in più su questo santo!

Sapevo che è il protettore degli animali: ricordo che anche mio nonno, in campagna, aveva appeso un quadretto raffigurante quest’immagine sacra sulla porta del suo pollaio… ma qual è l’origine del culto?

Se ne avete voglia, accompagnatemi nel mio breve viaggio “internettiano” e lo scopriremo insieme!

Le notizie reperite sul santo sono molte, io ve ne propongo una parte, quella ha suscitato maggiormente la mia curiosità: per chi desiderasse ulteriori informazioni, riporto i link con le mie fonti… buona lettura!

http://it.wikipedia.org/wiki/Antonio_abate
http://www.santiebeati.it/dettaglio/22300

Antonio abate (Coma, Egitto, attuale Qumans, 250 d.C. ca. – Tebaide (Alto Egitto), 17 gennaio 356 d.C.) è stato annoverato tra i più ragguardevoli eremiti della storia della Chiesa. Nacque a Coma, nel cuore dell’Egitto; sua sorella minore e lui rimasero orfani precocemente (Antonio non aveva ancora vent’anni); in questo contesto maturò la decisione di abbandonare ogni cosa, vendere i suoi beni, affidare la sorella a una comunità e vivere da anacoreta, dapprima in una plaga deserta e poi sulle rive del Mar Rosso: morì ultracentenario nel 356.

Già in vita accorrevano da lui, attratti dalla fama di santità, pellegrini e bisognosi di tutto l'Oriente. Anche Costantino (272 d.C. – 337 d.C., imperatore romano dal 306 d.C. fino alla sua morte) e i suoi figli ne cercarono il consiglio. La sua vicenda è raccontata da un discepolo, sant'Atanasio (nato e morto ad Alessandria d’Egitto, 295 d.C. circa – 373 d.C., già vescovo di Alessandria,ottavo papa della Chiesa copta dal 328 d.C. al 373 d.C., con qualche interruzione) che conobbe Antonio, fu da lui coadiuvato nella lotta contro l'Arianesimo e contribuì a farne conoscere l'esempio in tutta la Chiesa.

L’opera agiografica scritta da Atanasio, Vita Antonii, fu  pubblicata nel 357 circa e tradotta in varie lingue: divenne popolare tanto in Oriente quanto in Occidente e diede un contributo importante all'affermazione degli ideali della vita monastica. Nello scritto assunse un particolare risalto la lotta di Antonio contro le tentazioni del demonio. Il Diavolo iniziò a perseguitarlo con seduzioni di ogni tipo, che Gustave Flaubert descrisse magistralmente in una delle sue opere più note, La tentazione di Sant'Antonio (nell'originale francese La Tentation de saint Antoine), pubblicata nell'aprile del 1874 a Parigi da Gervais Charpentier.

Tra le tentazioni cui il Demonio sottopose Sant’Antonio, va ricordata la figura femminile della mitica regina di Saba (espressione antonomastica che si riferisce a una specifica sovrana del regno di Saba, citata nella Bibbia, nel Corano e nel Kebra Nagast, un antico testo etiope di valore storico, religioso ed archeologico, risalente al IV – V secolo d.C. - http://it.wikipedia.org/wiki/Regina_di_Saba -).

 Per due volte lasciò il suo romitaggio. La prima per confortare i cristiani di Alessandria perseguitati da Massimino Daia (270 d.C. – 313 d.C., imperatore romano dal 308 fino alla sua morte). La seconda, su invito di Atanasio, per esortarli alla fedeltà verso il Concilio di Nicea, 325 d.C., primo Concilio ecumenico del mondo cristiano. Nell'iconografia è raffigurato circondato da donne procaci (simbolo delle tentazioni) o animali domestici (come il maiale), di cui è popolare protettore.

Fu considerato il caposcuola del “Monachesimo”, movimento spirituale professato da un nuovo stuolo di cristiani, desiderosi di una spiritualità più profonda, di appartenere unicamente a Dio e quindi di vivere soli nella contemplazione dei misteri divini, che ebbe nei secoli successivi varie trasformazioni e modi di essere: dall’eremitaggio alla vita comunitaria, espandendosi dall’Oriente all’Occidente e diventando la grande pianta spirituale su cui si è poggiata la Chiesa, insieme alla gerarchia apostolica.

Come vi accennavo poc’anzi, Sant’Antonio visse nella Tebaide fino al termine della sua lunghissima vita, e sembra poté seppellire il corpo dell’eremita San Paolo di Tebe (230 d.C. – 335 d.C.) con l’aiuto di un leone, per questo è considerato patrono dei seppellitori.

Negli ultimi anni accolse presso di sé due monaci che l’accudirono nell’estrema vecchiaia; quando lasciò la vita terrena, il 17 gennaio del 356, aveva ben 106 anni (!) e fu seppellito in un luogo segreto.

La sua presenza attirò così fra i monti della Tebaide tante persone desiderose di vita spirituale che scelsero di essere monaci. Sorsero monasteri popolati di religiosi che intrapresero quel cammino iniziato da Sant’Antonio, ampliandolo e adattandolo alle esigenze dei tempi.

I suoi discepoli tramandarono alla Chiesa la sua sapienza, raccolta in 120 detti e in 20 lettere; nella Lettera 8, Sant’Antonio scrisse ai suoi “Chiedete con cuore sincero quel grande Spirito di fuoco che io stesso ho ricevuto, ed esso vi sarà dato”.

Nel 561 fu scoperto il suo sepolcro e le reliquie cominciarono un lungo viaggiare nel tempo, da Alessandria a Costantinopoli, fino in Francia nell’XI secolo a Motte-Saint-Didier, dove fu costruita una chiesa in suo onore.

In questa chiesa, a venerarne le reliquie, affluivano folle di malati, soprattutto di ergotismo canceroso, causato dall’avvelenamento da un fungo presente nella segala, usata per fare il pane.

Il morbo era conosciuto sin dall’antichità come “ignis sacer” per il bruciore che provocava; per ospitare tutti gli ammalati che giungevano, si costruì un ospedale e una Confraternita di religiosi, l’antico Ordine ospedaliero degli “Antoniani”; il villaggio prese il nome di Saint-Antoine di Viennois.

Il papa accordò loro il privilegio di allevare maiali per uso proprio e a spese della comunità, per cui i porcellini potevano circolare liberamente fra cortili e strade, nessuno li toccava se portavano una campanella di riconoscimento (a oggi elemento dell’iconografia ufficiale del Santo).

Il loro grasso veniva usato per curare l’ergotismo, che venne chiamato “il male di Sant’Antonio” e poi “fuoco di Sant’Antonio” (herpes zoster); per questo nella religiosità popolare, il maiale cominciò a essere associato al grande eremita egiziano, il quale poi fu considerato il santo patrono dei maiali e per estensione di tutti gli animali domestici e della stalla.

L’ergotismo era una patologia causata da un parassita delle graminacee (segale in primis) capace di dare pesanti intossicazioni alle comunità che si cibavano di pane prodotto con materie prime contaminate. Vere e proprie intossicazioni collettive in cui le vittime spesso deliravano a causa dell’acido lisergico (lo stesso dell’Lsd) e di altri alcaloidi contenuti in questi funghi microscopici, ritenute un chiaro effetto del maligno.

Miracolosamente, quando interi villaggi “infestati” dalla malattia abbandonavano le proprie case e si recavano in pellegrinaggio all’abbazia di Sant’Antonio, spesso i sintomi demoniaci venivano meno, testimonianza del potere divino dell’eremita, se si ha fede, o, secondo una spiegazione più “terrena” e pragmatica, effetto del cambio di alimentazione.

Sant’Antonio fu comunque reputato un potente taumaturgo, capace di guarire malattie terribili, quando nel 1491 le sue reliquie furono traslate a Saint Julien, vicino ad Arles, sul luogo si sviluppò la principale devozione che riguardava la guarigione dal “fuoco di Sant’Antonio”: il numero dei malati che qui invocavano l’aiuto del Santo era così elevato che fu necessario costruire apposite strutture ospedaliere e impegnare l’ordine degli Antoniani per l’assistenza e la cura dei devoti pellegrini.

(http://news.leonardo.it/festa-sant-antonio-abate-da-asceta-mistico-a-patrono-delle-attivita-rurali-questa-la-sua-storia/)

Nella sua iconografia compare oltre al maialino con la campanella, anche il bastone degli eremiti a forma di T, la “tau” ultima lettera dell’alfabeto ebraico e quindi allusione alle cose ultime e al destino.
Nel giorno della sua festa liturgica, si benedicono le stalle e si portano a benedire gli animali domestici; in alcuni paesi di origine celtica, Sant’Antonio assunse le funzioni della divinità della rinascita e della luce, LUG, il garante di nuova vita, a cui erano consacrati cinghiali e maiali, così Sant’Antonio venne rappresentato in varie opere d’arte con ai piedi un cinghiale.

In realtà, la tradizione di benedire gli animali (in particolare i maiali) non è legata solo a Sant'Antonio: nacque nel Medioevo, in Germania, quando era consuetudine che ogni villaggio allevasse un maiale da destinare all'ospedale, dove prestavano il loro servizio i monaci di Sant'Antonio.

A partire dall'XI secolo gli abitanti delle città iniziarono a patire la presenza di maiali che pascolavano liberamente nelle vie e i Comuni s'incaricarono allora di vietarne la circolazione ma fatta sempre salva l'integrità fisica dei suini «di proprietà degli Antoniani, che ne ricavavano cibo per i malati (si capirà poi che per guarire bastava mangiare carne anziché segale), balsami per le piaghe, nonché sostentamento economico. Maiali, dunque, che via via acquisiscono un'aura di sacralità e guai a chi dovesse rubarne uno, perché Antonio si sarebbe vendicato colpendo con la malattia, anziché guarirla.»

Secondo una leggenda del Veneto (dove viene chiamato San Bovo o San Bò, da non confondere con l'omonimo santo, Bovo di Voghera, 940 d.C. – 986 d.C.), la notte del 17 gennaio gli animali acquisiscono la facoltà di parlare. Durante questo evento i contadini si tenevano lontani dalle stalle, perché udire gli animali conversare era segno di cattivo auspicio.

Patrono di tutti gli addetti alla lavorazione del maiale, vivo o macellato, è anche il patrono di quanti lavorano con il fuoco, come i pompieri, perché guariva da quel fuoco metaforico che era l’herpes zoster, ma anche in virtù di una leggenda popolare. Si racconta, infatti, che Sant’Antonio si sia recato all’inferno, per contendere l’anima di alcuni morti al diavolo, e mentre il suo maialino, sgattaiolato dentro, creava scompiglio fra i demoni, lui abbia acceso, col fuoco infernale, il suo bastone a “tau” e lo abbia portato fuori insieme al maialino recuperato per donarlo all’umanità, accendendo una catasta di legna.

Per millenni e ancora oggi, si usa nei paesi accendere il giorno 17 gennaio, i cosiddetti “focarazzi” o “ceppi” o “falò di Sant’Antonio”, che avevano una funzione purificatrice e fecondatrice, come tutti i fuochi che segnavano il passaggio dall’inverno all’imminente primavera. Le ceneri poi raccolte nei bracieri casalinghi di una volta, servivano a riscaldare la casa e con apposita campana fatta con listelli di legni per asciugare i panni umidi.

Questo rituale, antico e denso di significati, sembra avere anche un’origine e una spiegazione diversa da quella che vi ho appena proposto. Questo rito, caduto in disuso con l’avvento della modernità e la conseguente scomparsa dell’allevamento diffuso, è recentemente riaffiorato grazie anche a una crescente sensibilità verso il mondo animale. L’accensione di fuochi sembra riconducibile alla protezione offerta da Antonio verso tutti coloro che hanno a che fare con il fuoco, o ne sono afflitti, ma l’uso cerimoniale del falò è anche carico di significati universali, ben noti alle comunità agricole arcaiche.

Non a caso è proprio nel cuore dell’inverno che si celebra la festività popolare di S. Antonio Abate: accendere un fuoco votivo nelle fredde notti invernali equivale alla “rottura delle tenebre” per generare uno spazio di condivisione e di socialità.

In occasione di tutte le più importanti festività, la presenza di fuochi che si richiamano da una collina all’altra rendeva visibile la condivisione di un culto e il comune sforzo per allontanare le presenze maligne che si credevano proliferate tutt’intorno durante la lunga notte invernale. La festività cade infatti in concomitanza di antiche ricorrenze pagane legate alla celebrazione della rinnovata fertilità della madre terra, di cui il fuoco, che mette in fuga le tenebre, il freddo, e gli spiriti maligni, è elemento propiziatorio.

Altra connotazione interessante di queste festività è la coincidenza con l’inizio del Carnevale che quasi dappertutto in Italia, come anche in molti Paesi  dell’Europa, comincia ufficialmente in questi giorni (la domenica di Settuagesima può cadere infatti dal 18 gennaio al 22 febbraio), proprio in concomitanza con la festività del “Santo del porcellino”.

(http://news.leonardo.it/festa-sant-antonio-abate-da-asceta-mistico-a-patrono-delle-attivita-rurali-questa-la-sua-storia/)

In ultima analisi, Sant’Antonio Abate è invocato contro tutte le malattie della pelle e contro gli incendi. Veneratissimo lungo i secoli, il suo nome è fra i più diffusi del cattolicesimo, anche se poi nella devozione onomastica è stato soppiantato dal XIII sec. dal grande omonimo santo taumaturgo di Padova.

Nell’Italia Meridionale per distinguerlo è chiamato “Sant’Antuono”.

La sua festa fu istituita nel V secolo, in Palestina, dall’abate Eutimio (377 d.C. – 473 d.C.) e venne segnata al 17 Gennaio.

 

Didascalie&Fonti:

Sant’Antonio Abate (Moretto):

http://it.wikipedia.org/wiki/Sant'Antonio_Abate_(Moretto)

Sant'Antonio Abate è un dipinto a olio su tela (297x148 cm) del Moretto (Brescia, 1498 circa – 1554), databile al 1530-1534 e conservato nel santuario della Madonna della Neve di Auro, frazione di Casto, in provincia di Brescia, al terzo altare destro.

 

Sant’Antonio:

http://www.youanimal.it/santantonio-abate-il-patrono-degli-animali-domestici/

Questa è la stessa immagine che aveva mio nonno nel pollaio, l’ho ritrovata! Eureka!!!

 

SantAntonio-abate-600x595:

http://www.vesuviolive.it/cultura/52572-detto-santantuono-si-innamoro-porco-dove-trae-origine/

In rilievo alcuni particolari iconografici del santo:

il maialino, la campanella, la “tau” e il fuoco.

Barbara Pasqualini

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

Salva

chi è on line

Abbiamo 1631 visitatori online

 

 I libri

di Mauro Galeotti

 

Cartonato - pag. 246 - euro 25,00
in esaurimento, per l'acquisto
scrivere alla email spvit@tin.it

Cartonato - pag. 808, a colori
da euro 120,00 a euro 80,00
in esaurimento, per l'acquisto
scrivere alla email spvit@tin.it