Viterbo CRONACA “Noi siamo il paese di Voltaire, qui si ride di tutto, di tutte le Religioni”
di Giuseppe Bracchi

 

Sono passate già quasi due settimane dall’attentato di Parigi, ma tanto ad Oriente quanto ad Occidente, a mio avviso, il pensiero latita.

Soprattutto ad Occidente, in Europa, dove in virtù delle sue radici cristiane proprio il pensiero, evangelicamente parlando, dovrebbe essere invece il sale della terra.

Ma tant’è. “Noi siamo il paese di Voltaire, qui si ride di tutto, di tutte le Religioni”, esclama dall’alto della sua grandeur il Ministro della Giustizia francese Christiane Taubirà, a simboleggiare il peggio di quel suo antenato, quel Re Sole che legibus solutus, poteva esclamare: l’etat se moi.

E non v’è chi in Italia non ne tiri le fila. Basta leggere tra le righe dell’intervista rilasciata al Messaggero dal filosofo Giulio Giorello, per il quale, appunto, sulla scia del Ministro francese, “la libertà o è totale o non è”, anche se poi più aventi, sembra ravvedersi, affermando: “…ringraziamo allora l’ateismo se ha liberato Dio dalla tirannide di chi pretende di parlare in suo nome, usando metodi blandi o violenti a seconda del contesto… il confine non passa tra credenti e non credenti, ma tra pensanti e non pensanti. Quando uno decide di non usare la testa, la mette in vendita al primo arruffapopoli”.

Ben detto! Resta però la contraddizione di cui sopra: la libertà dell’uomo può per ciò stesso essere totale? E può esserlo fino a deridere o insultare la fede altrui? Per Papa Francesco, pare proprio di no. Durante il suo viaggio per Manila, infatti, il Sommo Pontefice, nella sua veste autorevole di Capo della cattolicità, ha sottolineato che “la verità non si può nascondere, ognuno ha diritto di praticare la propria religione senza offendere, liberamente: così facciamo e vogliamo fare tutti”. Del resto, però, sottolinea ancora il Pontefice “se per caso qualcuno dovesse offendere la mia mamma, si prenderebbe un pugno. E’ normale”.

Dunque la libertà dell’uomo, di ciascun uomo, non è né può essere assoluta, con buona pace del filosofo Giorello e del Ministro Taubirà. E questo non perché lo ha detto il Papa. Ma per Legge naturale, che ha valore universale e che riguarda tutti gli uomini. E pertanto nessuna religione, nessuna morale, nessun diritto, nessuna costituzione (compresa la nostra, leggi art 19), per quanto laica si dichiari possono spingersi a considerare la libertà di pensiero tanto assoluta e tanto avulsa dal contesto relazionale degli uomini, da rivestirla dell’abito del diritto all’insulto, all’insulto del diverso, fosse questo diverso anche il peggior integralista del mondo.

Sarà necessario che l’Europa e le nazioni comincino ad interrogarsi su questo punto che appare molto controverso. Anche in Italia, non tutti si sentono eredi di Voltaire e dell’illuminismo ateologico, ateo, razionalista: “Je suis qui?”, si interroga ed interroga per esempio con non poco sarcasmo e spirito provocatorio il settimanale Tempi, diretto dal collega Luigi Amicone: “Se di tutto si può ridere, ma è “discriminatorio” chiamare le cose col loro nome, che differenza c’è tra uno stato teocratico ed uno stato ateocratico?”. E spiegando perché non siamo Charlie, l’Editoriale di Tempi conclude sostenendo il primato della verità come autentica difesa della libertà-

Ridere di tutte le Religioni in nome della laicità? Davvero magra e soprattutto miope consolazione, difronte ad un Europa che invece giorno dopo giorno interroga i suoi governanti proprio su questioni fondamentali e non da poco, come l’onestà, la probità, il bene comune ed il buon governo.

In certe affermazioni come quelle del Ministro Taubirà, pare di riascoltare le note di quella pirandelliana arte diversa, la cui Weltanschauung lo scrittore e novelliere siciliano tracciò nell’opera L’Umorismo: “scomposizione soggettivistica del mondo…negazione di una realtà oggettiva valida per tutti… sfiducia nella possibilità di una comprensione reciproca, e quindi solitudine tragica dell’uomo che, murato nell’impossibilità di comunicare con gli altri, non ha altro scampo che la negazione violenta degli altri”.

L’arte nuova insomma come rappresentazione di una vita capricciosa, slegata, illogica, turbinante di piccoli casi, ora volgari ed insignificanti, ora assurdi ed irritanti? E tutti saremmo chiamati a danzare su questo mondo pencolante come personaggi in cerca d’autore, uno, nessuno, centomila,  come maschere nude?

Siamo tutti Charlie, gridano i profeti della modernità. E noi siamo tutti Maometto, gridano danzando ad Algeri (guarda caso quell’Algeria per lungo tempo dominio coloniale dei padroni francesi), i seguaci del profeta.

In mezzo a questo turbinoso vento del deserto, resterà qualcosa, un frammento di quella libertà intesa come faticoso strumento, ma rivestito degli abiti di un sacrosanto ed inviolabile diritto, per cercare la verità e per amore della verità? Forse che si, forse che no. Per ora a me sembra che a questa Europa, nell’attesa che i suoi figli sappiano riscoprire con nostalgia quella Verità che la fece grande, non resti che il lamento, quello stesso che lo scrittore e novelliere Agrigentino, seppe vergare nella sua Notte insonne:

“Tu solamente, o ignoto ciel rimani/e a te sui sassi della terra infida/ogni dolore si inginocchia e grida: lacriman gli occhi e tremano le mani”.

Giuseppe Bracchi

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