Viterbo RACCONTO NOIR Franco Natali aveva capito l’antifona e, prima di trovarsi invischiato in manovre antipatiche, aveva dato le dimissioni
di Agostino G. Pasquali

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Parte seconda

 

Le dimissioni di Franco Natali

2. I sospetti di Franco Natali

     Durante la cerimonia Franco Natali ripensa a quando ha lasciato il lavoro.

     Era capo dell’Ufficio Progetti del locale stabilimento della ‘SPUV industriale s.p.a.’ e negli ultimi tempi aveva ricevuto dal direttore dello stabilimento larvati inviti, non proprio pressioni, diciamo suggerimenti, affinché desse le dimissioni: era anziano, aveva maturato il diritto alla pensione, avrebbe riscosso un’ottima liquidazione…

Però niente da lamentarsi, naturalmente nessuno metteva in dubbio la sua competenza… magari  era un po’ troppo scrupoloso, pignolo… qualità lodevoli, ma forse un po’ in contrasto con il mondo di oggi che richiede rapidità, semplificazione… pressapochismo? no, chi ha parlato di pressapochismo? Diciamo: disinvoltura!

     Franco Natali aveva capito l’antifona e, prima di trovarsi invischiato in manovre antipatiche, aveva dato le dimissioni. Non aveva problemi economici, la pensione sarebbe stata più che sufficiente per lui e la moglie, due formichine all’antica, e poi, da quando in azienda era entrato un socio arabo, c’era un’aria che non gli piaceva. Ma sì, largo ai giovani! Anche se sapeva che il suo posto sarebbe stato preso proprio da Martino Bellini, tutt’altro che giovane, ultrasessantenne, ma sicuramente più ‘disinvolto’.

     Al termine della cerimonia Natali si accoda a coloro che intendono presentare personalmente le condoglianze alla vedova Bellini, che lui ha conosciuto superficialmente in passato, ma che probabilmente nemmeno si ricorda di lui; invece lei lo riconosce e mostra di gradire la sua partecipazione. In un impulso improvviso dice alla vedova:

“Signora, se mi permette e se non le dà fastidio, verrò a farle una visita.”

     La signora Bellini mostra di gradire, accetta e ringrazia.

*     *     *

     Franco Natali non ha capito bene il motivo, l’impulso che lo ha indotto a offrire e promettere alla vedova Bellini una visita. Ma chi glielo ha ordinato di fare una visita di circostanza? una di quelle visite  formali, non dovute, ma doverose secondo i canoni del cerimoniale sociale? Il quale cerimoniale lui, che è un po’ orso, ha sempre rifiutato ed evitato. 

     E’ qualche rodimento interno che lo spinge a chiarire che cosa è successo in azienda dopo che lui se ne è andato?

     Gli è già venuto il sospetto che la sua uscita dal lavoro sia stata programmata. Perché? Per dare il posto a Bellini? No, non ha senso.  Però le parole di Peppino Pelletegolo: “A lei, ingegné,  j’è andata bene…” gli tornano in mente. Ma che cosa potrebbe venire a sapere dalla vedova Bellini? Ed infine che interesse ha lui ad indagare? Indagare? Che c’entra lui in una eventuale indagine?

     Ormai ha promesso e perciò una settimana dopo il funerale, avendo preavvisato con una telefonata, si trova al portone di casa Bellini. Suona, si annuncia al citofono e, appena la porta si apre con il tipico scatto del servocomando, sale al primo piano, secondo l’istruzione che gli ha dato una voce un po’ strana che ha risposto al citofono.

      Lo riceve sulla porta di casa una colf straniera, forse rumena o ucraina, giovane, graziosa, educata e sufficientemente padrona della lingua italiana. Ecco spiegata la leggera stranezza della risposta al citofono. Mentre aspetta l’arrivo della signora Bellini, riflette:

     “Ma dove sono finite quelle ‘domestiche’ che venivano dalla campagna, un po’ rustiche, magari goffe, ma volonterose e servizievoli? quelle che si trovavano una volta nelle case del ceto medio? Ora ci sono le ‘colf’ straniere, bionde, belle anche troppo, che ti squadrano con aria di superiorità come per farti capire che presto le parti ‘datore di lavoro-colf’ si invertiranno.”

     Dopo pochi secondi, il tempo di elaborare quei pensieri, si presenta la vedova Bellini. Fa accomodare l’ospite in salotto, lo ringrazia per la visita. Franco Natali, superato il primo momento di imbarazzo, offre alla signora Bellini la sua disponibilità a esserle d’aiuto, per quanto è nella sua possibilità, ricordando gli anni che lui e il marito hanno trascorso insieme in azienda. La signora ringrazia, ma chiarisce di avere parenti e amici che già la stanno assistendo in tutti gli adempimenti burocratici: “E sono tanti, sa? gli adempimenti, ma per fortuna anche gli amici!”

      Parlano a caso di argomenti futili, tanto per non restare in un silenzio imbarazzante. Si capisce che la signora Bellini ha gradito il pensiero di quella visita di cortesia, ma vorrebbe che non andasse per le lunghe.

      Durante questo genere di visite formali (che nessuna norma, neppure di cortesia, impone, ma che si fanno perché… perché non si sa, se non che si sono sempre fatte) avviene che il visitatore si chieda: “Ma chi me lo ha fatto fare?” e la persona visitata pensi: “Ma quanto rompe. Quando se ne va?” Ed entrambi non vedono l’ora di liberarsi.

     L’intenzione di Franco Natali non è stata però così banale ed innocente. E’ venuto per sapere, ma non gli riesce di portare il discorso sulle cose che lo interessano: i rapporti del defunto con l’azienda e, soprattutto, le circostanze dell’incidente. Ogni volta che ci prova la signora Bellini svia il discorso. Quando alla fine si alza per salutare e andarsene non può trattenere, a costo di sembrare maleducato, la domanda che più gli preme:

     “Mi scusi signora, io conoscevo molto bene suo marito e sapevo che era astemio… Risulterebbe che l’incidente sia stato causato da…”

     “Come si permette di fare queste insinuazioni? Proprio lei che conosceva mio marito. Lei è peggio dei giornalisti.”

     A Natali non resta che chiedere scusa e congedarsi.

*     *     *

     A piedi, così come era venuto, Franco Natali torna verso casa. Sono circa due chilometri che per lui sono pochi perché è allenato a camminare.

     A piedi? Sì, perché il medico gli ha consigliato di camminare, dato che lui non fa sport, non ha hobby che lo impegnino fisicamente, e l’unica attività che svolge è quella di digitare sul telecomando del televisore o sulla tastiera del computer, oppure di ‘touchscreenare’ sul tablet che usa per leggere libri.

     Di solito si gode le passeggiate quotidiane, che per lui non sono affatto una medicina sgradevole, perché gli piace camminare, respirare l’aria buona dei viali alberati, sentire sotto i suoi passi lo scricchiolio delle foglie secche, osservare nelle aiuole il vispo zampettare dei passeri e quello sussiegoso dei colombi, ammirare le mura medioevali della città che resistono all’usura del tempo e agli sfregi dell’uomo.

     Nelle sue passeggiate, è talvolta accompagnato dalla moglie e allora insieme a lei guarda le vetrine, perché per lei l’architettura antica, maestosa e solida, non ha alcun interesse; preferisce l’architettura moderna, splendente ed effimera come i fuochi d’artificio, quell’architettura minore, più che altro scenografia, che si trova nei negozi di lusso e nei centri commerciali.

     Ma oggi, venendo via da casa Bellini, quei motivi di godimento non esistono; è tutto preso a rimuginare pensieri e impressioni.

     La prima domanda che si pone è se questo suo ‘indagare’ sulla morte di Martino Bellini abbia delle ragioni plausibili o se sia solo il frutto della fantasia di un pensionato che non ha niente da fare, non ha preoccupazioni, e magari ha letto troppi libri gialli e perciò cerca il mistero dove c’è solo un casuale, sia pur tragico, incidente stradale.

     Si chiede poi se la reticenza della vedova Bellini, perché reticenza c’è stata con quel suo sfuggire l’argomento del lavoro del marito, sia stata deliberatamente voluta, o se sia stata la difesa istintiva di una vedova che accetta una visita di cortesia per distrarsi e quindi rifiuta gli argomenti che le rinnovano e acuiscono il dolore. E quel suo offendersi alla domanda sull’ipotesi di ebbrezza alcolica? Lei non gli ha neppure fatto finire la domanda. Ma, no! Aveva ragione la signora:  è lui che è stato proprio scorretto.

     Non sarebbe male confidare a qualcuno i dubbi e sentire un parere disinteressato e ponderato. Con chi confidarsi? Gli viene in mente Giuseppe Pelletto, che è stato proprio all’origine dei sospetti. Ma chi? il ‘Pellettegolo’? Mai, per carità. Chissà poi cosa andrebbe a raccontare in azienda.

     Appena a casa dirà tutto a Lù, cioè a sua moglie Luciana, che è una persona concreta dotata di buon senso; in passato, in più di un’occasione, Lù gli ha dato pareri ragionevoli e ragionati, restando, come si dice, con i piedi per terra, mentre lui, quel cervellone di Franco Natali, a volte corre dietro alle nuvole, alle fantasie.

     A casa racconta tutto alla moglie e conclude il racconto della visita con l’osservazione: “Sai? mi ha detto pure sgarbatamente:  “Lei è peggio dei giornalisti!”, ma ti pare giusto…?”

     “Te la sei cercata. Ti sta bene, impiccione! Io penso che tu lavori troppo di fantasia. Leggi troppi gialli e vedi troppi telefilm: Maigret, Derrick, Coliandro e … Coglionandro. Il tuo difetto è che fai sempre ‘troppo’, troppo di tutto. Però, a proposito di giornalisti: evidentemente qualche giornalista è stato a casa Bellini a rompere. Ma tu non conosci un giornalista? Ugo…? Come si chiama… perché non lo senti?”

     “Brava Lù, riesci sempre a darmi buoni consigli. Sentirò Ugo Destàffano.”

(continua con … ‘Il parere del giornalista’, clicca qui)

Agostino G. Pasquali

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