Viterbo CRONACA PROPOSTA L’area considerata riveste caratteristiche del tutto eccezionali e Giannini le vuole valorizzare
di Paolo Giannini

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Giardini del Duomo nel sec. XVII

Là dove, passeggiando, meditavano i Papi.

IL PROGETTO

Il fine del presente progetto è quello della fruizione diretta storico-culturale e turistica del terreno posto alle spalle  del Duomo e del Palazzo Papale.

Tale fruizione completa come valore aggiunto l’immagine mediatica della città di Viterbo, della sua storia, del suo aspetto medievale, incidendo direttamente sulla sua conoscenza e, di conseguenza, sul suo sviluppo turistico.

 

 

L’area considerata riveste caratteristiche del tutto eccezionali unendo in se stessa determinanti elementi naturali, paesaggistici, archeologici, storici e monumentali della città di Viterbo.

Il progetto con tale operazione a carattere culturale con sfondo turistico  opera profondamente su due aspetti correlati:

a) riscatta e annulla  un evidente vuoto ed una palese disattenzione a livello locale e nazionale

b) genera e induce una nuova e più aperta sensibilità della città, dei suoi amministratori, dei cittadini, degli studiosi e dei turisti finalizzata alla piena comprensione delle problematiche dell’immediato e lungo futuro del territorio.

Il colle del Duomo ha una  forte valenza naturale per il proprio aspetto: il visibile sperone tufaceo, ancora ben conservato,  con  rupi su tre lati e, se  i torrenti che lo circondano, oggi non sono più direttamente visibili, ben si intuiscono nella vallata settentrionale e meridionale.

Dall’alto del promontorio si ha una visione che spazia nel territorio per campagne e colline fino a Tuscania con la piccola catena dei Monti Cimini alle spalle, l’emergere dell’altura di Montefiascone, la verde pianura viterbese fino a giungere alle acque del Tirreno e al massiccio del Monte Amiata.

E’ un panorama che altrimenti, nella stessa città di Viterbo, non è possibile riguardare e che rende visibile e intuibile la posizione  strategica della città nel  più ampio territorio ed il motivo storico del suo insediamento umano e della sua crescita.

Non meno interessante è il dispiegarsi alla vista di un’ampia porzione delle mura medievali con le varie torri, l’ingresso di Porta Faul e Porta di Valle,  la rupe settentrionale antistante e il piano della Trinità, con visibili diverse grotte, un tempo ipogei etruschi. 

  

IL LUOGO

 

Racchiuso entro la cerchia medievale delle mura di Viterbo è il promontorio  tufaceo del colle del Duomo ai  cui lati scorrono il torrente Urcionio a nord  e il fosso di  Paradosso a sud oggi  coperti ed invisibili.

Tale promontorio di forma triangolare con il vertice ad occidente, si eleva dai piani circostanti per  15/20 m.; la sua stessa conformazione naturale  lo distacca, distingue ed esalta in maniera ineguagliabile dal contesto cittadino. (Vedi cartina del depliant: Viterbo – Centro storico)

Malgrado costruzioni e interventi diversi avvenuti nel corso dei secoli il luogo ha ancora i lati dirupati, naturale difesa dell’abitato etrusco e degli insediamenti medievali. 

Come accennato pur essendo all’interno della città ne è separato naturalmente e socialmente (scarsa popolazione se si eccettua il Seminario, la residenza vescovile, la Curia con una modesta frequentazione quotidiana così come il sottostante Centro diocesano di Documentazione per la storia e la cultura religiosa) fenomeno oggi ancor più constatabile dopo il trasferimento dell’Ospedale Grande degli Infermi che vi ha avuto sede fino a tempi recenti.

Il promontorio nel lato orientale è separato dal resto della città da un largo fossato, da una tagliata di origine etrusca testimoniata dalla spalletta sinistra di un “ponte” con grandi blocchi in opus quadratum di peperino.

Nel fianco settentrionale (partendo dal basso) lungo via S. Clementedove sono ancora evidenti, all’inizio, tracce dell’antica viabilità etrusca in trincea (m. 20 circa), si hanno in successione: scarsi resti della chiesa di S. Clemente, unedificio addossato alla rupe, un’abitazione al limite della strada, diverse cantine e ricoveri ricavati nella massa tufacea, il lungo e   alto muro perimetrale, realizzato in tempi e modi diversi, che sostiene e delimita i giardini vescovili, gli archi di spinta dell’imponente elevato del Palazzo Papale, le  cinque grandi  arcate che sorreggono la loggia con una piccola gradinata che adduce a piazza del Duomo, gli edifici della Curia, il campanile della antica chiesa di S. Maria della Cella e il defilarsi delle compatte mura dell’abbandonato ospedale con ancora qui,  in basso,  cantine e locali abbandonati.   

Sotto la strada che divide a metà circa il pendio del colle, ampi spazi verdi  il recente edificio del ICult, una abitazione e, a livello della strada, che  entra in città da Porta Favl  alcuni esercizi commerciali.

 

(foto n. 1 e 2: lato settentrionale del Colle del Duomo)

Nel lato (meridionale) la strada di S. Antoniopartendo da Porta Faul nel punto di incontro con la accennata via di S. Clemente,  che discende dall’alto, ha sulla destra  l’antica Porta di Valle con accanto i resti absidali della ex chiesa di S. Maria della Palomba. La via delimitata ai lati da continui muri di cinta prosegue in salita sotto il  degradante vertice dello sperone  per poi dividersi in due rami di cui quello di destra,  Via  di Paradosso, adduce al Quartiere di Pianoscarano.

Qui il colle  del Duomo risulta molto più alto e come l’altro lato ha  delle costruzioni e altri locali addossati. Tra la rupe del colle e dette costruzioni trovano posto diversi spazi verdi e giardini. La via, man mano che sale, è racchiusa entro abitazioni diverse con la chiesa di S. Maria della Carbonara, del Palazzo del Drago a destra e  a sinistra la torre  di messer Braimandofino a  raggiungere, superato l’arco del ponte del Duomo, il piano dove a sinistra si ha  l’alto edificio dell’ex -Ospedale.

(foto n. 3: lato meridionale del Colle del Duomo)

All’interno la rettangolare piazza del Duomo divide il promontorio in due parti:  

 a) la parte anteriore (orientale), più larga, è ricca di edifici storici: Duomo, Campanile, Palazzo Papale, casa di Valentino della Pagnotta, Museo del Colle del Duomo, ex-Ospedale, Seminario, Case dei Tignosi, Palazzo Farnese, torre di S. Maria della Cella;

b) la parte posteriore (occidentale) - che è quella che ci interessa -  va man mano restringendosi verso il vertice; è incolta e deserta di abitazioni se si eccettua un consistente caseggiato articolato su quattro volumi posto presso   i locali dell’accennato Museo.

Questa parte, retrostante il Duomo ed il Palazzo Papale  è lunga m.160,  larga m.130 e racchiude un’area discreta che supera i due ettari (le misure sono approssimative).


(foto n. 4 : Vertice  del Colle del Duomo)

L’accesso è duplice: il primo tra il palazzetto di Valentino della Pagnotta ed il Museo del Colle del Duomo (numero civico 5), il secondo da sotto l’arco della residenza vescovile preceduto da un muro di recinzione con  relativo cancello.

Attualmente lo spazio considerato che  sembra  articolarsi in tre ripiani degradanti  è abbandonato, ma conserva   residui  alberi da frutto,  viti e particolarmente  vigorose piante di ulivi. Fino a qualche decina di anni fa infatti, era coltivato come qualsiasi terreno da un colono che risiedeva sul posto nell’unica costruzione  medievale presente.

Il primo livello, immediatamente  adiacente al Duomo e alla residenza vescovile, si distribuisce in larghi spazi verdi che arrivano fino agli edifici del Seminario, suddividendosi, di volta in volta, in quote leggermente diverse  e inferiori delimitate da muretti.

Vi si conservano, tra l’altro, colonne, blocchi sagomati di peperino alcuni con stemmi e/o epigrafi che nella attuazione del progetto possono essere adeguatamente valorizzati.

Più larga e consistente è la porzione volta verso il lato meridionale dove una strada, ricavata in  parte nel tufo, permette una agevole discesa verso i ripiani inferiori.

Qui nel banco roccioso si aprono, oltre a cunicoli, numerose grotte, larghe, alte e spaziose, di grandi dimensioni, collegate le une alle altre. In alto è visibile  una porzione delle mura di difesa,  presumibilmente del periodo etrusco, con massi di peperino e tufo in opus quadratum.

Notevole un alto sperone di spinta, anch’esso in blocchetti di  peperino, opera di consolidamento e restauro della rupe, eretto nel 1923.

Ogni  ripiano grande o modesto che sia  è “racchiuso” da bassi muretti (alcuni a secco) le cui pietre potrebbero rivelare  l’utilizzo  di elementi architettonici di varie epoche ed epigrafi storiche.

Ovunque nell’affiorante banco di tufo sono visibili inoltre, utilizzati per diverse funzioni, abitazioni, ricoveri agricoli, cisterne  e cunicoli etruschi. (Foto n. 5 e 6)

Grotte e cunicolo etrusco nel costone meridionale del Colle del Duomo

Grotte ricavate nel fianco meridionale del Colle del Duomo

Da notare che nella parte settentrionale del primo ripiano, è ricavata nel tufo una grande e profonda cisterna a fiasco oggi provvisoriamente coperta e del tutto inesplorata.

 

LA STORIA

 

Non è questo il momento di scrivere una storia  esauriente del luogo che conserva, per lo più ignorate, le memorie archeologico-storiche di Viterbo se non per sommi capi.

“Sul colle del Duomo, a poca profondità dal suolo è deposta la storia di Viterbo, dalle prime nebulose origini del pago etrusco di Surrena fino ad oggi.”. (Luigi Rossi Danielli:  Ritrovamenti archeologici in Viterbo sul colle del Duomo. In Gli Etruschi del Viterbese – Parte II –Viterbo 1962. pag. 223 - 226)

Scavi e ricerche finalizzati alla conoscenza del luogo non sono mai stati effettuati se non per limitati e urgenti interventi come l’adattamento a sede delMuseo Diocesano di Arte sacra di alcuni locali a sinistra del Duomo.

Qui un tempo era la città etrusca di Surina, il tempio di Ercole  nel periodo romano, il Castrum (Herculis, Biterbo) nell’Alto Medioevo e successivamente nel primo periodo medievale l’abitato di Viterbo che espandendosi nei secoli X, XI , XII e XIII secolo ha dato origine e nome all’attuale città,

Del periodo etrusco rimangono oggi  testimonianze  nei grandi blocchi di peperino in opera quadrata del ponte, lungo  via S. Lorenzo, nella parete meridionale  - già accennato – del colle, in cippi sepolcrali e sarcofagi.

Il periodo romano è testimoniato da mura in opus caementicium che emergono alla vista nell’angolo sud-occidentale sotto l’edificio del Seminario e da altri reperti marmorei.

L’Alto Medioevo è ricordato da diverse lapidi, frammenti di plutei (conservati all’interno del Museo diocesano) e dal piccolo campanile di S. Maria della Cella attribuito al periodo longobardo.

Ovviamente i monumenti più prestigiosi sono quelli della Cattedrale, del Palazzo papale e del palazzetto di Valentino della Pagnotta (sec. XIII).

Il Rinascimento si impone con la facciata del Duomo e il Barocco ed i secoli successivi con il  cosiddetto Cappellone, la sacristia, le cappelle laterali tra cui spiccano quella dei SS Valentino ed Ilario, di S. Lucia e quella recentemente riaperta  di S. Giuseppe nella navata sinistra..

 

REALIZZAZIONE PRATICA DEL PROGETTO

 

L’obiettivo è quello di  far rivivere per quanto possibile il luogo nella piena epoca del suo splendore (XIII sec.) con adeguati e  nuovi inserimenti arborei e floreali e valorizzare in un insieme coerente quanto ancor oggi è esistente, visibile e fruibile

In sostanza si tratta di ri-creare, almeno in parte e per certi aspetti, quell’Hortus Conclusus che è caratteristico del giardino medievale anche se legato soprattutto a monasteri e conventi, con oculate aggiunte e  moderne innovazioni.

Ricordo che l’Hortus Conclusus  era una zona verde di piccola dimensione dove i monaci coltivavano  fiori per la chiesa, erbe e piante e per scopi  alimentari e medicinali. La funzione decorativa era pressoché sconosciuta, ma noi la introduciamo con alberi e arbusti ornamentali d’epoca.

Le mura  perimetrali che nel Medio Evo racchiudevano l’Hortus Conclusus e lo isolavano dal mondo esterno, nel nostro caso si identificano con  l’esistente muro di cinta del colle, maggiormente esaltato dalla configurazione stessa del luogo.

I tre accennati ripiani possono avere altrettanti diversi aspetti  che si compenetrano e si completano l’uno con l’altro.

Non è da escludere, anzi è auspicabile, il permanere del simbolismo medievale  nella formazione delle aiuole, nella coltivazione di erbe officinali o nella piantumazione di alberi ed arbusti  

In questa ottica, erbe, fiori, arbusti e piante dovranno essere scelte per il loro particolare significato e utilizzo antico.

Da promuovere l’inserimento di alberi fruttiferi tipici del territorio che sono in minaccia di estinzione. In questo caso i Giardini papali avrebbero  anche una funzione di laboratorio conservativo.

 Buona parte del primo ripiano immediatamente adiacente agli edifici del Vescovato  ospiterà un giardino con una netta prevalenza di rose  per ogni stagione come ad esempio, il Roseto dei giardini vescovili di Bamberga (Germania).

E se  il primo e più vasto ripiano può ospitare in aiuole (quadrate,  triangolari, rettangolari, circolari) rose e fiori campestri nostrani (viole, ciclamini, giaggioli, gigli,  lillà, giacinti, gelsomini) diversi per tutto l’arco dell’anno  sì da non avere “vuoti” di colore, gli altri possono ben assumere aspetti strettamente legati al vero e proprio Hortus Conclusus  con la coltivazione di erbe ed essenze medicinali.

Essenze arboree  di modeste dimensioni legate alla flora mediterranea e locale  (ulivi, allori, agrifoglio, castagni, corbezzoli, querce, lecci, platani, olmi, tigli...) assieme ad  alberi da frutto: peri, meli, ciliegi, peschi, noccioli… possono distribuirsi nei diversi livelli e concentrarsi in quello inferiore.

In ogni modo le piante saranno scelte per il loro significato particolare e utilizzo antico.

Non dovrà mancare qualche palma legata allo stemma e alla storia della città di Viterbo e  simbolo di giustizia, gloria e  fama.

Questa suddivisione e distribuzione è solamente ipotetica e propositiva; nulla vieta che  erbe aromatiche e medicinali, fiori,  arbusti ed alberi possano convivere insieme e armonicamente  in ognuno dei tre ripiani.

 E questo partendo dalla conservazione e valorizzazione, laddove possibile, di quanto oggi ancora esiste delle vecchie coltivazioni e del patrimonio arboreo e arbustivo. Da notare la crescita rigogliosa di agavi e fichi d’India.

La  notevole presenza d’acqua, già esistente in loco, potrà e dovrà alimentare oltre ad alcunefontane (ricordo per inciso che la fontana centrale  nel Medioevo rappresentava la sorgente dell’eterna giovinezza), un continuo ruscello  condottoda un ripiano all’altro  formando volendo dei  piccoli bacini.                                               

 L’acqua, in questo modo, non è considerata come accessorio secondario, ma parte integrante dei giardini divenendo elemento essenziale e fondamentale dell’ambiente: il trait-d’union del tutto.

Da notare che già appena l’ingresso, nella parte settentrionale, vicino alla dimora vescovile  sono presenti due fontane di peperino  di cui una molto bella che reca più stemmi del card. Francesco Maria Brancaccio (1638-1670).

Aderente al primo muro di recinzione vi è, inoltre, un lungo e profondo vascone rettangolare per il contenimento dell’acqua e che a suo tempo era utilizzato per la irrigazione delle coltivazioni esistenti in particolare quelleortive.

Appositi  e studiati sentieri dovranno innervare tutta l’area considerata  portando e guidando il visitatore ad osservare, gustare e vivere non solo  l’ambiente  floreale e vegetale, ma ogni singolo manufatto umano ancor esistente e visibile oltre all’aspetto naturale e panoramico .

 

VALORI AGGIUNTIVI

 

Come valore aggiuntivo alla realizzazione del progetto si inseriscono altri elementi presenti nell’area considerata.

Tali elementi sono rappresentati dalla presenza dell’accennato caseggiato,  e dalle  diverse grotte che si aprono nel compatto strato tufaceo.

L’edificio multiplo oggi esistente opportunamente restaurato potrebbe essere utilizzato i due modi:

a)  museo con oggetti della cultura agricola popolare.

A tale fine si può prendere in considerazione l’utilizzo della ingente collezione del compianto comm. Alberto Ciorba.

b) una ricostruzione della farmacia monastica e /o Mostra- erbario locale.

In questo ultimo caso ben si legherebbe alla storia del luogo, al ricordo di papa Giovanni XXI (sepolto nella cattedrale), ai suoi studi, al  suo amoreper le scienze naturaliben espresso in particolare nel Thesaurus pauperum.

Per le grotte si studierà, volta per volta, il migliore utilizzo con la possibilità  di ospitare aranci e limoni, essenze queste curate in loco, un tempo, nella grande serra (limoniera) oggi trasformata in  sala conferenze del Museo diocesano.

Va da sé che la visita-fruizione turistica dei giardini papali sarà condizionata al pagamento di un biglietto d’ingresso che potrebbe essere unico in unione con   l’adiacenteMuseo Diocesano e/o con il  Museo della Ceramica medievale (Via Cavour).

Non sembri la mia idea e questo progetto qualcosa di peregrino e strano…!

Bastino a sostenere le mie ragioni alcuni esempi:

-       il giardino del palazzo vescovile di Bamberga in Germania già accennato;        

-         - l’orto di Benevento realizzato nel medievale convento dei padri Domenicani definito “ Museo a cielo aperto” ;

 - l’orto medievale di Perugia concepito secondo i canoni del mondo e della cultura medievale racchiuso tra le mura del monastero benedettino della chiesa di S. Pietro;

-       i giardini papali di Castel Gandolfo recentemente aperti al pubblico.

(Vedi Famiglia Cristiana, n.32, 10 agosto 2014, pagg.32, 33 con le allegate foto).

 

Turisti in visita ai giardini papali di Castel Gandolfo (op.cit. pag. 32-33)

 

CUSTODIA E CURA DEI GIARDINI

 

Tali funzioni possono essere gestite dalla stessa Curia vescovile, affidate a privati  o ad una cooperative locale come quella che attualmente gestisce il Museo Diocesano.

 

IL FINANZIAMENTO

 

Non è indispensabile che i lavori necessari  investano  immediatamente tutta e interamente l’area indicata. Il progetto può essere realizzato in un continuo progredire annuale  iniziando dal primo ripiano.

A questo proposito è sufficiente rasare le varie porzioni di prato già esistenti e crearvi delle aiuole. Per tali lavori si possono contattare alcuni vivai locali che,  effettuati i lavori con una modesta spesa, avrebbero una notevole ricaduta pubblicitaria a livello locale e nazionale solo mettendo in risalto la loro opera per i giardini papali di Viterbo

Al maggiore finanziamento che dovrebbe coinvolgere anche il caseggiato esistente oggi in condizioni precarie,  potrebbero  contribuire il Ministero dei Beni Culturali, la Regione Lazio, il Comune di Viterbo, le Banche locali,  la Fondazione Carivit oltre a privati interessati ai provvedimenti legislativi nazionali riguardanti i Beni Culturali.

Da non sottovalutare l’utilizzo di specifici Fondi Europei.

Non è da escludere, anzi proponibile, oltre al contributo, la collaborazione con  una qualche azienda farmaceutica a livello nazionale/internazionale legata alla produzione e trasformazione di erbe medicinali, nel qual caso una esposizione e commercializzazione potrebbe avere un degno luogo nell’accennato palazzetto medievale una volta restaurato.

 

Con la speranza che quanto esposto si realizzi a solo vantaggio di Viterbo, la mia città…

Paolo Giannini

Viterbo - Dicembre 2014

 

P.S. Le foto n.5 e n.6 sono riprodotte dall’opuscolo: Il Colle del Duomo” di mons. Salvatore Del Ciuco – Viterbo, giugno 1999, rispettivamente a pag. 16 e 19.

Le foto relative ai  giardini papali di Castel Gandolfo  da op. cit. pag. 32-33.

Il Colle del Duomo

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