Storia della Fontana della Rocca a Viterbo

Mauro Galeotti

Stampa del 1850 c. La fontana di Viterbo. Acquaforte di L. Gaucherel da A. Verdier, a sinistra una rocca inventata e a destra non è stata raffigurata Porta santa Lucia, poi demolita per essere sostituita da Porta Fiorentina

Cesare Pinzi dice che già nel secolo XV esisteva, pressappoco nello stesso sito, una fontana, infatti, l’8 Agosto 1449 si ha notizia di un restauro, eseguito da mastro muratore Nicola Stroncaporri, dietro compenso di venti ducati d’oro, alla Fontana di san Pietro alla Rocca e rifacimento di una vasca «sette piedi in longo e in largheza di debita proportione corrispondente a la largheza, la quale debia avere uno archo sopra le canelle, [...] Et che la dicta fonte abia doy [due] canelle a le quali deve fare dui teste di lioni».

Poi doveva realizzare «uno scudo con le chiavi [papali], et in uno altro scudo l[‘]arme de questa Comunità da mettarsi dove meglio parrà». La fontana doveva essere dotata di «scaloni l[‘]uno sopra l[‘]altro di prete [pietre] lavorate e pulite da capo da pe’ [piedi] e denanti ala detta fonte. [...] Fatte furono le dette conventioni e patti nel palazo de sopradetti magnifici priori nanti la capella».

1840 c. Piazza della Rocca, Karl Ludwig Frommel e A. Winkles, si vede ancora il muro del fossato attorno alla Rocca

Così restò per un secolo. Giuseppe Oddi afferma che la fontana era vicino alla Chiesa di san Pietro del Castello ed era nel luogo ove «or sorge la casa dei signori Alessandro e Benedetto Polidori».

Francesco Cristofori, in una nota, riportata circa il 1890, nella rubrica delle Riforme del 1817 - 1818, scrive:

«[Fontana] Di san Pietro de la Rocca. Hora diruta. In via de la “Chava”. All’angolo del palazzo de li nobili Polidori - Paci de la Rhocca. Sorgiva del ResPolio e del pozzo in cantina del conv(en)to di San Franc(esc)o d’Assisi de li Minori conventuali».

Nel codice le Riforme n° 46 carta 43, si trova già notizia della volontà della Comunità di erigere una fonte in platea Arcis, infatti il Consiglio, tenuto nel Palazzo dei priori l’8 Giugno 1550, accertò la necessità che vi era, presso gli abitanti dell’antico Piano del Tignoso, che si estendeva fino alla Trinità, di trovare nei pressi delle loro case una sorgente di acqua potabile.

Scrive Francesco Cristofori:

«Questa pianura sparsa di soli “casalini”, o casette ad un solo piano come le troviamo denominate nelle pergamene dei nostri Archivi, fu abitata solo dopo il primo quarto del secolo XIII. Divenne celebre nell’assedio del 1243 per varie fazioni combattute gloriosamente dai Guelfi, difensori della città nostra, contro i Ghibellini assedianti».

1860 c. Piazza della Rocca, sulla destra il muro dell'orto dei frati francescani, si vede ancora il muro del fossato attorno alla Rocca

I lavori alla fontana iniziarono con una certa celerità, purtroppo non si sa chi fosse l’architetto al quale venne affidato il disegno della fonte, è noto però che l’esecuzione venne affidata allo scalpellino viterbese Paolo Cenni.

Le opere presero una brutta piega quando lo scalpellino vide che tra i suoi concittadini serpeggiava del malcontento sulla forma della fonte.

Si commise allora il lavoro anche a Tommaso Ghinucci da Siena; ma il popolo viterbese non trovò neppure in lui l’artefice di una fonte degna di essere messa a confronto con le altre della città.

A questo punto il Consiglio (1563) pose le sue mire sullo scultore Raffaele da Montelupo, in quel tempo addetto alla partecipazione della fabbrica del Duomo di Orvieto.

Lo scultore inviò il disegno, ma i Priori non lo gradirono, tanto che nella adunanza del 4 Luglio 1565 ebbero a dire al Consiglio:

«Per decoro et ornamento e beneficio della Città, Monsignor Illustrissimo et Reverendissimo Legato nostro [il cardinale Farnese] desiderìa sopra modo che la fonte della Piazza della Rocca, nella quale si sono spesi tanti e tanti denari, acciocché quello che fin qui si è speso sia buttato, e per beneficio della città, si condusse al debito fine».

1857 Piazza della Rocca, la fontana e l'arco in legno e cartone all'inizio di Via Matteotti eretto in onore di Papa Pio IX

Il Consiglio allora accordò altro denaro per portarla a compimento, imponendo una gabella straordinaria di focatico in ragione di «mezzo grosso per ogni foculare di poveri, d’un grosso a tutto il resto di foculari de la città, e d’un giulio per foculare a quelli de la Porta di san Matteo» che sono più interessati.

Quindi fu richiamato dal vicelegato, Andrea Ricuperati di Faenza, lo scalpellino Paolo Cenni, il quale promise che avrebbe portato a termine la fonte nel mese di Aprile del 1566.

Il Cenni, per un compenso di quaranta scudi, si recò alla Cava delle Pietrare per far tagliare il peperino occorrente per la tazza più grande. Il blocco di pietra lo fece entrare nella città per la Porta di san Sisto, che per quell’occasione, a spese del Comune, fu necessario abbatterla in parte, per l’ampiezza del monoblocco. Ma lo sfortunato Cenni si vide dinanzi ancora una volta i Viterbesi che non approvarono il suo lavoro, sicché si decise di modificare il disegno della fonte.

Fu richiamato ad Orvieto, Raffaele da Montelupo, ma con lettera dell’8 Marzo 1566 questi rispondeva ai Priori, che non poteva recarsi a Viterbo perché ammalato da ben tre mesi. Si pensò allora di invitare lo scultore orvietano Ippolito Scalza, impiegato anch’egli nella fabbrica del Duomo di Orvieto. Quest’ultimo, poiché doveva aver commesso in Viterbo qualche atto poco onesto, rispose ai Priori, il 12 Marzo 1566, che sarebbe venuto, ma se lo si fosse «cautelato da un salvo condotto: benché, se lor Signorìe vogliono dire il vero tutto quello ch’io feci, ne ebbi causa».

1865 Piazza della Rocca, a destra la Rocca Albornoz, sul fondo è il campanile della Chiesa dei santi Faustino e Giovita

I priori non presero neppure in considerazione la lettera e rivolsero lo sguardo verso il già famoso architetto Giacomo Barozzi da Vignola, che in quel tempo era in Caprarola, intento alla costruzione della Villa Farnese.

Per non sprecare alcuni pezzi della fonte già scolpiti, i priori inviarono al Vignola le misure dei pezzi esistenti. Con lettera del 5 Giugno 1566 il Barozzi promise ai priori stessi l’invio di un disegno e di un modellino in legno. Il modellino giunse a Viterbo e Paolo Cenni riprese il suo lavoro. Senonché anche questa volta l’opera gli riuscì disgraziatissima, infatti la fonte fu compiuta verso la fine del 1574, quando il Vignola era già morto (7 Luglio 1573), ma era pericolante, forse per non essere state ben calcolate le misure e le proporzioni o per la cattiva esecuzione da parte dell’appaltatore.

Una curiosità, il letterato Annibal Caro fece richiesta al Comune, che ne discusse il 21 Ottobre 1566, per ottenere «una canella d’acqua dela fonte dela Piazza dela Rocca» nella sua nuova casa alla «Piaggia di S. Francesco accrescendovi quella di Meo Cartara», con l’impegno di realizzare una bella facciata.

Il Cenni fu accusato del cattivo operato e il Comune nominò una commissione di capomastri che recatasi, in data 13 Marzo 1575, sul luogo della costruzione, confermarono il pericolo di crollo della fonte. Così il povero Cenni si trovò di fronte tutto il Consiglio che non intendeva assolutamente pagare i centocinquanta ducati, antecedentemente convenuti. Di rimando, in seguito, gli eredi del Cenni trassero in giudizio il Comune e quindi è facile immaginare lo scandalo che ne nacque.

1875 c. Piazza della Rocca, sul fondo a destra il Convento di san Francesco, poi Distretto militare, a sinistra l'orto dei frati francescani, poi al suo posto è stato fabbricato il Palazzo Grandori

A sistemare tutto non poteva essere altro che il cardinal Farnese, che calmò gli eredi del Cenni con cento ducati, e comandò che si disfacesse la fonte, si consolidassero le fondamenta e si riedificasse coi pezzi già esistenti. Incaricato fu messer Domenico Poggi, che commissionò i lavori allo scalpellino viterbese Antonio di Pietro, ai muratori Diomede di Giacomo e al figlio di lui Cesare; direttore tecnico fu Giovanni Malanca, architetto romano.

Il contratto fu stipulato in data 30 Marzo 1576 e stabiliva:

«1°) che li predetti Antonio, Diomede e Cesare promettono e accettano di rimetter su detta fonte a tutte loro spese, con tutti li conci, condutti, pile et altre pietre che bisognaranno per uso di essa, e ridurla alla sua perfetione come deve stare [...] et il predetto Messer Domenico promette per loro mercé e magisterio pagarli scudi 80, secondo che bisognarà alla giornata, e bisognando far conci di nuovo, non guasti però da loro, la Communità sia obligata pagarli.

2°) In oltre promettono li sopradetti maestri di far la platea intorno a detta fontana e fondamento, secondo bisognarà».

La fonte riuscì forte e bella nelle sue forme, con ingegnosa distribuzione delle acque, puro marchio del Vignola.

Nel 1577 il ricasco della fonte venne venduto ad Antonio Spreca e fu anche fatta una selciata attorno alla fonte per proteggerla e salvaguardarla dal calpestio degli animali che venivano portati per l’abbeverata.

L’acqua, che alimenta la fontana, proviene dal Respoglio e viene immessa in una «botte sotto la lega per la Strada della quercia alla capella del Crocifisso», così vedo da una pianta del 1707 che sta in un faldone della Biblioteca degli Ardenti, relativo alle fontane della città di cui in bibliografia.

Il disegno mostra che con la medesima acqua erano alimentate la Fontana della Torretta, fuori Porta Fiorentina «per servitio del Publico» il cui ricasco, in una relazione del 1836 dell’architetto Francesco Lucchi, risulta spettare «alla così detta Palazzina di sotto sulla strada nazionale fiorentina di proprietà del Ven. Ospedale grande degli infermi di Viterbo», la Fontana nel cortile della Rocca, la Fontana di piazza san Faustino ed i conventi di sant’Agostino e della santissima Trinità.

In data 6 Ottobre 1638 al priore di quest’ultimo convento si concede la facoltà dell’uso dell’acqua e di obbligarsi col Comune all’eventuale risarcimento della conduttura dell’acqua.

In un resoconto del 9 Luglio 1792, sullo stato della Fontana della Rocca, il perito Rocco Lucchi trova che sulla pila grande sono rovinati «i labri del catino, onde restando i pezzi sconnessi versa l’acqua da tutte le parti», che quattro scalini sono da rifare, che «li quattro vasconi, che restono fra le gradinate sudette, e formano l’ottagono, che servano per abbeverare i cavalli» versano acqua per la poca connessione tra le lastre di peperino, che le otto diagonali «che vengono a formare n° 24 fontanelle si dovranno fare de nuovi tasselli nelle rotture e slabrature delle tazzette e si dovranno porre n° 12 Cannelle di ferro».

In una relazione del 1836 dell’architetto Francesco Lucchi risulta che il ricasco della fonte «spetta al Podere detto di Prato giardino di proprietà dell’Illma Casa Chiggi Patrizi Montoro».

Molti sono i controlli e le riparazioni, attraverso gli anni, dei ricaschi e delle condutture, ma una gravissima vicenda doveva colpire la Fontana della Rocca, infatti, nell’ultima guerra, durante i vari bombardamenti che distrussero buona parte di Viterbo, fu rasa al suolo. I Viterbesi dal 1947 al 1948 la ricostruirono bella quanto prima, pronta per affrontare ancora le ingiurie del tempo.

L’opera fu realizzata dalla Ditta Luigi Paccosi e figli per un compenso di settecentoventimilalire che si avvalse dell’Impresa edile Calabresi. Il peperino utilizzato proviene dalle cave alla Palanzana e la sola pila maggiore pesa cento quintali.

Da pochi anni l’area circostante la fontana, è stata pavimentata con selci di porfido e decorata con alcuni riquadri in marmo.

La fontana ha preso il nome della vicina Rocca Albornoz, si sale alla vasca a pianta ottagonale per mezzo di cinque gradini che la rendono più slanciata e snella. Gli scalini occupano quattro lati, in alternanza con gli altri quattro, caratterizzati da due vasche sovrapposte digradanti ornate nel parapetto, con specchiature rettangolari.

Le scale e le vasche sono divise da spigoli formati da due cubi di peperino, alternati a tre vaschette digradanti, terminanti ognuno con una sagoma di peperino, arricchita da una foglia di acanto.

Una colonna centrale, decorata con volute e ghirlande, sorregge due coppe, la prima molto grande, da cui lasciano uscire l’acqua otto bocchettoni a forma di testa di leone. Da questa si eleva ancora la colonna ornata da otto sfingi alate che lasciano uscire acqua da un cannello posto nella bocca. La coppa superiore, assai più piccola della precedente, lascia uscire l’acqua da otto bocche di teste di leone dotate di cannello. Al culmine è il giglio, simbolo del Farnese, da cui sgorga l’acqua.

Sul parapetto dei due lati opposti della vasca, verso i gradini, è ripetuta l’epigrafe:

Pii V pont. maximi anno I / aqua Respulia opus ab Hippolito / Estensi card. legato inchoatum a(b) / Alexandro Farnesio cardinali / legato perpetuo absolutum.

L’epigrafe originale è quella che guarda Via della Cava, in quella opposta, rifatta dopo l’ultima guerra, per errore è stato scritto Estnsi anziché Estensi. Sugli altri due parapetti è lo stemma dei Farnese.

I giardini in piazza sono stati realizzati dalla Ditta Daniel Plants diretta dal botanico Daniele Cortese, uno dei più importanti esponenti nella conoscenza del mondo vegetale, noto in Italia e all’estero per le sue profonde esperienze nel settore.

Simpaticamente gli Americani lo definiscono plants man, «l’uomo delle piante», e green man, «l’uomo del verde».

Mauro Galeotti dal libro “L’illustrissima Città di Viterbo”, Viterbo, 2002.

 

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