Signor Mauro Galeotti, in questa significativa giornata della Festa della Liberazione, vorrei condividere una memoria risalente al periodo 1943-44, riguardante alcuni eventi accaduti a San Martino al Cimino.
Vorrei portare alla luce le azioni di due persone che hanno avuto un ruolo attivo in quel contesto storico e che, purtroppo, rischiano di cadere nell'oblio. Sarei grato se potrebbe dare spazio a questo racconto per onorare il loro contributo.
Grazie Angelo Onofri
 
Signor Angelo lo faccio con profondo sentimento, e la ringrazio di cuore perché la memoria non vada perduta.
Mauro
 
Don Gennaro Mochi e Carmela Schulte in Casini -
Fari di Speranza nella Tempesta della Guerra a San Martino al Cimino.
Il ricordo di Don Gennaro Mochi, parroco di San Martino, e di Carmela Schulte Casini, una donna di straordinaria forza e compassione, è giunto fino a noi, abitanti di San Martino al Cimino nati intorno al 1950, troppo giovani per aver vissuto direttamente gli orrori delle due guerre mondiali.
 
Don Gennaro, che tutti noi abbiamo conosciuto durante i suoi oltre trent'anni di servizio nella nostra comunità, era nato a Bagnaia nel 1911.
Carmela Schulte Casini, nata a Milano il 16 febbraio 1903, era una donna di straordinaria cultura e raffinatezza, con una doppia cittadinanza: tedesca, ereditata dal padre, un medico tedesco che esercitava presso l'ospedale Fatebenefratelli di Milano, e italiana, dalla madre.
 
Insegnante di lingua e letteratura tedesca, nel 1935 il destino la condusse a Roma, dove intraprese l'insegnamento di tedesco, francese e inglese presso la scuola delle Suore Orsoline.
Qui, incontrò Sebastiano Casini, un impiegato della Società Elettrica Volsinia, di proprietà della Ditta Frigo di Montefiascone.
 
Il loro amore sbocciò e, dopo il matrimonio, si trasferirono in una graziosa villetta in Via dei Villini, a San Martino al Cimino.
Lì trascorsero gran parte della loro vita, in particolare durante gli anni della guerra, a partire dal giugno 1939.
 
Carmela si spense il 24 gennaio 1992 e fu sepolta nella tomba di famiglia nel cimitero di San Martino, lasciando un vuoto incolmabile nella comunità.
I racconti dei nostri nonni, zii e amici tracciano un quadro vivido e commovente di un periodo oscuro nella storia italiana della nostra comunità, specialmente riguardo agli eventi dell'ultima guerra.
 
In quel contesto difficile, la Sig. Casini, con la sua operosità e generosità, divenne una figura stimata e amata dalla popolazione locale, un faro di speranza in un mare di disperazione.
A seguito dello sbarco anglo-americano in Sicilia, avvenuto tra il 9 e il 10 luglio 1943, l'esercito tedesco iniziò una fase di occupazione nell'Italia centrale.
A San Martino, la scuola elementare, simbolo di innocenza e apprendimento, fu requisita, segnando una brusca interruzione della normalità e un devastante impatto della guerra sulla vita quotidiana.
 
Villa Colozza, situata sulla strada Erodiano (zona Le Casale), divenne un altro punto nevralgico della presenza militare tedesca.
Secondo le testimonianze, i soldati, in prevalenza austriaci, convivevano in modo relativamente pacifico con gli abitanti di San Martino, in una sorta di tacita tregua.
 
Alcuni episodi testimoniano questa convivenza: l'istituzione di un ambulatorio medico gratuito da parte di un ufficiale tedesco sulla strada Filante e la fornitura gratuita di un camion di sale ai norcini, grazie all'intercessione della signora Casini.
 
Si racconta inoltre che un soldato austriaco, al di fuori del suo servizio, frequentasse assiduamente la casa di un contadino locale.
Lo aiutava nei lavori agricoli, trovando in quelle mansioni un eco delle sue abitudini nella lontana terra natale, in particolare durante la coltivazione dell'uva e la successiva vinificazione.
 
Mio fratello Giuseppe, nato il 19 marzo 1941, era solito entrare e uscire liberamente dal Comando di Villa Colozza, accolto come un figlio. I soldati si prendevano cura di lui, offrendogli cibo e regalandogli un paio di scarpette.
Non essendo abituato a indossarle, Giuseppe le abbandonò in un campo di grano, dove furono ritrovate durante la mietitura dell'anno successivo.
 
Questi episodi, pur nella loro semplicità, testimoniano un'insolita coesistenza, un barlume di umanità che emerge in un contesto altrimenti dominato dalla disumanità della guerra.
Tuttavia, dopo la caduta del governo Mussolini il 25 luglio 1943, la situazione precipitò.
 
La domenica del 1° agosto 1943, San Martino fu teatro di un evento drammatico.
Di prima mattina, le SS fecero irruzione nel paese, affiggendo cartelli in punti strategici, come le due piazze principali, intimando la consegna immediata di tutte le armi o parti di esse presso la caserma dei Carabinieri.
 
Non avendo ottenuto i risultati sperati, le SS procedettero al rastrellamento, catturando tutti gli uomini presenti, tra cui il parroco Don Gennaro, il medico condotto, il capostazione e il postino Giovanni.
Tutti furono condotti nella piazza principale, l'attuale piazza Mariano Buratti, dove il destino di un'intera comunità era sospeso a un filo.
 
Un silenzio tombale calò sulla piazza, interrotto solo dalle suppliche disperate di una donna, la signora Casini che con coraggio, si rivolse al comandante dei militari tedeschi che presidiavano San Martino, peraltro suo vecchio conoscente, implorandolo in un tedesco fluente di intercedere con il Comandate delle SS sottolineando l'importanza di quegli uomini per la comunità, persone anziane e rispettabili, innocenti di qualsiasi crimine.
 
Il comandante delle SS, incuriosito dalla sua perfetta padronanza del tedesco, chiese spiegazioni.
La risposta della signora Casini fu un'eco di un insegnamento scolastico, una lezione di umanità che risuonò nella piazza: "Il vero nemico è colui che ha già versato sangue innocente. Questi uomini non hanno fatto nulla di male e, per di più, conoscono a malapena l'italiano. Come avrebbero potuto leggere i cartelli in tedesco?".
 
Le sue parole, cariche di umanità e saggezza, sembrarono toccare il cuore del comandante, che intuì le possibili conseguenze negative di un'azione insensata.
La signora Casini, grazie al suo operato e alla sua disponibilità, divenne una figura ancora più stimata e amata dalla popolazione locale, un simbolo di speranza e coraggio.
 
Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, iniziarono i duri rastrellamenti per catturare Mariano Buratti, che con la sua banda si spostò da Viterbo a San Martino al Cimino. Trovò immediato riparo nelle aree boschive circostanti, in località Croce di San Martino, dove, dopo la fine della guerra, venne edificata un'edicola in onore della Vergine Santissima Madonna Addolorata, patrona dei Monti Cimini.
 
Qui, alcuni giovani partigiani deponevano fiori e, inginocchiandosi, supplicavano la fine della guerra.
Durante uno dei rastrellamenti, anche un anziano disabile, Giovanni Morucci, fu arrestato con violenza, nonostante l'invano tentativo di persuasione del parroco Don Gennaro Mochi, fu ugualmente condotto con gli altri a Villa Buon Respiro.
 
Sabatino Morucci, padre di Celsa, Giampietro, Franco e Gustavo, testimonia il drammatico episodio della cattura dei giovani nipoti Giampietro e Franco che, portati nei pressi della scuola (La Buca), vennero intimoriti al punto che il terrore di Giampietro, contrapposto all'apparente innocenza di Franco, si diffuse nel paese, in particolare lungo il "vicolo di lungo".
 
Ancora una volta, l'intervento provvidenziale di Don Gennaro e della signora Casini fu decisivo, un'alleanza di cuori coraggiosi contro l'ingiustizia.
Un altro episodio significativo riguarda l'arresto di Stefano e Flora Pierini, due ragazzi di San Martino sorpresi nei boschi, mentre facevano legna, con al seguito un moschetto 91/38.
 
L'intervento della signora Casini, sollecitata dal padre dei ragazzi Sante Pierini, fu determinante per la loro liberazione, grazie alla sua capacità di spiegare in tedesco come e dove avevano trovato l'arma, dimostrando ancora una volta la sua prontezza e il suo coraggio.
 
In un momento di forte tensione, il padre Sante propose una soluzione pacifica: un pranzo di riconciliazione. Grazie al grande spirito di collaborazione degli abitanti, in brevissimo tempo venne raccolto tutto ciò che avevano a disposizione, accompagnato da abbondante vino rosso. Il pranzo fu servito all'interno di un locale in Piazza Buratti, dove oggi si trovano gli uffici comunali.
L'atmosfera conviviale e la generosità del gesto contribuirono a stemperare gli animi e a ristabilire l'armonia tra le persone.
 
L'idea fu accolta con sollievo e il pericolo di un'esecuzione sommaria svanì. La comunità, con un gesto di ospitalità, riuscì a disinnescare una situazione potenzialmente tragica, dimostrando che anche nei momenti più bui, la diplomazia e la solidarietà possono prevalere.
Nel turbine dell'avanzata alleata, un altro episodio particolare segnò la comunità.
Un uomo del luogo, padre di una figlia disabile, e proprietario di una rivendita di calce viva ("smorzo" nel dialetto locale) sulla strada per la stazione ferroviaria, si trovò in una situazione disperata.
 
I militari tedeschi, bisognosi di un ampio locale per immagazzinare provviste in vista dell'arrivo degli anglo-americani, decisero di requisire il suo "smorzo", privandolo così del suo sostentamento.
Fu allora che la signora Casini, una donna di grande cuore e coraggio, decise di intervenire.
 
Con la sua determinazione, riuscì a convincere i tedeschi a dirottare la requisizione su un terreno poco distante, dove si trovava un grande edificio temporaneamente disabitato.
Per questo atto di generosità, tuttavia, il fattore dell'azienda agricola proprietaria del terreno, risentito per la decisione, minacciò di denuncia la signora Casini per collaborazionismo con l'esercito tedesco non appena gli inglesi liberarono San Martino, il 14 giugno 1944.
 
Anche se di fatto la denuncia non venne più presentata, la ferita nell'anima e nel cuore fu profonda.
La donna, pur rimanendo a San Martino, fino all’estate 1945, si isolò dalla comunità, trascorrendo il resto dei suoi giorni in solitudine, tra Roma e San Martino, in un sacrificio silenzioso per il bene della sua comunità.
Questi episodi, tramandati oralmente, costituiscono una preziosa testimonianza della sofferenza e della resilienza della popolazione locale durante la Seconda Guerra Mondiale.
 
Le figure di Don Gennaro Mochi e Carmela Schulte Casini, emergono come simboli di coraggio, integrità e umanità in un periodo storico complesso e doloroso, un esempio luminoso per le generazioni future.
 
Angelo Onofri
 
A seguito di queste testimonianze ricordate da Angelo Onofri, la sindaca di Viterbo, Chiara Frontini, potrebbe ricordare queste persone speciali, coraggiose e amanti della vita, don Gennaro Mochi e Carmela Schulte Casini, in una parte pubblica di San Martino al Cimino.
Onore a chi non merita l'oblio.
Mauro Galeotti
 

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